Ultimamente mi capita spesso. E non so spiegarmi il motivo. Leggo. E quel che leggo mi viene da riscriverlo quasi subito mentalmente. È un meccanismo strano, quasi involontario. Non si innesca solo in presenza di qualche refuso o di qualche errore più o meno evidente. Non si innesca solo quando leggo un libro, ma anche quando leggo uno stralcio qualsiasi di testo. Un brano, a volte solo un titolo sul giornale. Mi è capitato poco fa su Facebook, dove sono incappato in questo brano condiviso da un’amica tramite l’immagine che riporto qui a fianco.

L’ho letto. E me lo sono “riscritto” mentalmente così, quasi in tempo reale, mentre lo leggevo.

Abbiamo bisogno di contadini, 
di poeti, di gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi, che riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a cosa? Attenzione a chi cade.
Attenzione al sole. Che nasce, che sorge, che muore.
Attenzione ai ragazzi che crescono.
Attenzione anche a un semplice lampione o
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare.
Significa dare valore al silenzio, alla luce.
Valore alla fragilità e alla dolcezza.

Editing non richiesto

Questione di punti e di virgole? Forse sì. Forse no. Di fatto è un editing non richiesto. Anzi: diciamo un non-editing non richiesto. Leggendo l’originale ho sentito la necessità di fare pause diverse. E quindi ho rimescolato la punteggiatura. La virgola e il punto, per me, hanno due “ritmi” diversi, due “pause” differenti. E le parole ripetute? Non so se sia corretto ripeterle. Ma io mi son sentito di farlo, in questo caso per imprimere più peso alla parola “Attenzione”. Anche quella domanda, “Attenzione a cosa?”: non c’era nel testo originale ma mi è venuta spontanea mentre leggevo il brano. Credo di essermela posta proprio leggendo: forse sentivo l’esigenza di rimarcare meglio il passaggio dal parlare di persone (“Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente” …) al parlare di “Attenzione”. E quindi mi sono chiesto: attenzione a cosa?
E poi il brano me lo sono “immaginato”. Intendo dire: se fosse stato un dialogo, un discorso pronunciato da me, l’avrei detto così. Parola per parola. Pausa (virgola o punto) per pausa. Parlando, sì, io avrei ripetuto quell’ “Attenzione” imprimendogli ulteriore importanza con il tono della voce. Perché parlando ripetiamo molte parole per dar loro maggiore evidenza. Magari gesticolando in qualche modo.
Non c’è stato ragionamento in tutto questo. C’è stata solo spontaneità, in tempo reale. La chiamo sindrome da riscrittura.
È grave? 😀

Non solo riscrittura

Non succede solo sul testo spiccio, sulla punteggiatura. Mi succede anche sulla logica.
Esempio pratico.
Sulla strada che conduce verso il centro cittadino, passano poche automobili, precedono l’autobus con una manciata di passeggeri a bordo. Il solo rumore che si ode, oltre a quello delle gocce della pioggia, è il mormorio dell’acqua che scivola verso i tombini, ci precipita dentro con un gorgoglio monotono.
Qui niente parole da ripetere, niente punteggiatura da rimescolare. Direi che è tutto corretto. Solo una domanda, che mi si è accesa come una lampadina subito al termine della frase. Mi sono immaginato lì, sulla strada. Dunque sono in un centro cittadino, dove passano poche auto e l’autobus. Bene. E l’unico rumore che sento è quello della pioggia e il mormorio dell’acqua verso i tombini? Mi riesce difficile immaginare un tale silenzio. Sono in un centro cittadino in pieno giorno (lo si capisce proseguendo la lettura). In questo caso avrei riscritto per mettere più a suo agio il lettore che si immagina lì sul marciapiede, accanto al protagonista, sotto la pioggia.
Forse sono solo pignolerie, forse ho solo in testa le scimmie urlatrici 😀 . Per ora la chiamo sindrome da riscrittura e ci convivo serenamente. Sarò solo nell’universo con questa sindrome?

 

6 commenti su “Sindrome da riscrittura

  1. No, non ce l’ho. Sarà che sono già abbastanza infognata a riscrivere le mie cose senza che io debba occuparmi di roba altrui.

    1. Ah, mi capita anche con le mie cose! Come no! Quando chiudo un capitolo convinto di averlo perfezionato in ogni virgola, mi basta rileggerlo dopo sei mesi per sentire le mani che mi prudono per il volerlo rimaneggiare… Niente errori, niente imprecisioni. Solo la tentazione di riscrivere, di ritoccare anche solo qualche parola che sembra più efficace. Ma si cresce stilisticamente e penso che sia normale lasciare tutto così come scritto la prima volta. O anche questa è un’illusione? 🙁

  2. Sindrome da editing pure tu, dunque? 🙂
    Comunque circa il primo brano, mi piacciono le ripetizioni, anche se sanno più di discorso declamato (tipo quello dell’arte oratoria), mentre non avrei fatto la domanda “attenzione a cosa?”, spezza il ritmo lirico.
    Riguardo al secondo, sì, pignoletto sei pignoletto, eh! Però non hai torto: soltanto ultimamente io sto un po’ più attenta a queste cose, evito di scriverle, anche se spesso non mi balzano subito agli occhi quando le leggo.

    1. Eh, sì, sono pignoletto però certe cose mi balzano subito all’occhio, non le vado a vivisezionare. Sicuramente me ne sfuggono altre, del resto non sono un editor di professione… 😛
      Il dettaglio della pioggia l’ho notato perché quando leggo viaggio. Sono lì di fianco ai personaggi, cerco di immaginarmi le loro sensazioni e ascolto i loro dialoghi. Insomma, sono pignolo ma anche guardone e spione. 😀

  3. Io non ce l’ho perchè mi immedesimo nella storia e basta (o fortuna vuole che non leggo cose che mi sento di dover riscrivere). Sulla prima: qualcuno anche da me ha scritto che andrebbero evitate le domande nel testo, qui poi è scritto sotto forma di poesia e quindi rischia davvero di spezzarne la musicalità. Sulla seconda: centro cittadino in pieno giorno, ma magari in pausa pranzo, con serrande abbassate; oppure con pioggia feroce dove qualsiasi rumore è sovrastato dallo scroscio dell’acqua, no?
    La sindrome da riscrittura non è grave, dipende sempre come ti poni verso l’autore 😉

    1. Giusto, ci si immedesima. Però a volte per immedesimarsi bene non ci vorrebbero gli screzi (che dipendono dalla pignoleria di chi legge, in questo caso del sottoscritto). L’accento non era sulle mie scarsissime capacità di editing 😛 ma sulla mia impulsività :-D.

      Le domande nel testo secondo me in alcuni casi possono aiutare. Dipende dal contesto, chiaramente: non si possono evitare sempre a prescindere. A parte il brano poetico, quando si scrive narrativa le domande secondo me aiutano a coinvolgere il lettore, specialmente se sono le stesse che quest’ultimo si pone leggendo. Oppure possono aiutare a focalizzare meglio la sua attenzione.

      Quanto agli autori, non faccio distinzioni tra autori affermati o esordienti. Per la cronaca, ho fatto le pulci a un certo Robert Masello (chiii??? Un autore internazionale, benché semisconosciuto…) e a un certo sir Arthur Conan Doyle… 🙂

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