“Potrei spacciarlo per un mio racconto, che ne dici?”
Emme stringe le labbra in quello che sembra essere un sì.
“Fa come credi, Watson…”. Questa cosa che la gente continua a chiamarmi Watson, qualcuno prima o poi me la deve spiegare. Ma per il momento sorvolo.
“Me le butti giù due righe? Poi le sistemo e le pubblico sul mio blog. Che dici, si può fare?” chiedo.
Emme distoglie lo sguardo dall’ultimo gnocco fritto per prendere un’altra fetta di salame. So già cosa sta per dire: come si chiama il tuo caxxo di blog, ma qualcuno lo legge, e via dicendo.
Annuisce masticando, e appena riapre bocca contraddice subito i miei pensieri.
“Te lo ripeto, fa come vuoi. Tanto penso che nessuno crederà mai a questa storia. Quindi puoi ricamarci sopra e farne un racconto, una fiaba, una favola dell’orrore. Vedi tu.”
“Ma la rubrica, a dire il vero, s’intitolerebbe I dubbi di Emme.Di.Ti. Tu scrivi e io aggiusto…” gli dico.
“Ah, non sapevo avessimo una rubrica…”
Mi prende in giro. Ma so che lo ricorda benissimo: poco prima di Natale stavamo accarezzando l’idea di pubblicare una raccolta di tutti questi racconti. Vedendo che non abbocco alla sua simpatica provocazione, sorride sornione e beve un’altro sorso di buon vino.
“A dirla tutta, questa storia che vi ho appena raccontato non parla di dubbi miei. Casomai parla dei dubbi di quel prete…”

I fantasmi di don Abbondio

E quindi eccomi qui, a raccontare del racconto di Emme, ovvero di una storia che comincia quando in realtà è già finita. È fatto così Emme: a volte il suo coniglio lo tira fuori dal cilindro quando ormai è troppo tardi, quando cioè sono passati mesi, il tempo sufficiente affinché certe domande rimangano inesorabilmente senza risposta. Potrei dire che questa volta il suo paziente è molto particolare. Ma direi solo una banalità: in fondo tutti i suoi pazienti lo sono, basta leggere le storie finora raccolte. Storie ben al di là della sottile linea che separa il credibile dall’incredibile, storie profonde o leggere a seconda di chi le legge, liquidabili come fantasie o forse troppo scomode per meritare anche solo delle meditazioni personali.
E questa volta non sarà diverso.

Il paziente, dicevo, è molto particolare: si tratta di un prete. Ma per amor di obiettività, dovrei aggiungere che non è stato esattamente un paziente.
“È arrivato da me per vie traverse”. Emme aveva iniziato con questa frase il suo racconto.
Per vie traverse s’intende quel classico caso in cui una persona arriva al suo nome attraverso l’amico dell’amico dell’amico. Un passaparola, insomma.
Il prete non aveva bisogno di uno psicologo. Aveva bisogno di una persona con la quale poter parlare apertamente di ‘quelle cose lì’.
E quelle cose lì, come si potrà facilmente immaginare, sono la materia per la quale Emme ha studiato fino a esercitare la sua professione.
Quelle cose lì è anche una definizione che tradisce un particolare del nostro prete, ovvero l’età. Quegli anni di mezzo tendenti alla terza età dove la mente è ancora sì lucida ma ha tirato i remi in barca da un pezzo, ancorata saldamente nella torre d’avorio delle proprie certezze. Fosse stato un prete giovane, la scienza, anche la scienza di Emme, avrebbe fatto in tempo ad aprirgli abbastanza la mente prima di prendere i voti, quel tanto che basta da confrontarsi seriamente e in maniera proficua con un Emme qualsiasi, appunto. Ma sto divagando troppo.

“Mi dica…”
“Non saprei da che parte cominciare…”
“Si metta a suo agio e si rilassi. Vuole sdraiarsi sul lettino?”
“No, no. Sto bene seduto…”
Quando la gente non si vuole sdraiare, aveva sottolineato Emme, la faccenda è complicata. Ma quel prete, forse, aveva solo bisogno di una chiacchierata, di scambiare due parole. Aveva solo bisogno di vuotare il sacco e di togliersi un peso che, è presto detto, aleggiava attorno a un leggio. E aleggiare è la parola più azzeccata per questa storia. Ma il motivo lo si capirà più avanti. Immaginate un leggio di pregevole fattura, ricavato da un tronco d’albero sapientemente lavorato e levigato e, diceva il prete, davvero molto bello a vedersi. Esso era posto nel mezzo della chiesa: la chiesa di [non si può dire], della città di D***. E su di esso era appoggiato un vangelo aperto, a disposizione di chiunque, in qualsiasi momento della giornata, decidesse di recarsi in chiesa per un momento di raccoglimento.

Don Abbondio, così l’aveva ribattezzato Emme – e anche di ciò, il motivo lo si capirà più sotto – aveva l’abitudine di passeggiare per la chiesa al mattino presto: breviario in mano, camminava avanti e indietro, leggendo, pregando e meditando. Attraversando le navate, passava ogni volta davanti a questo leggio. Un bel giorno, in modo del tutto fortuito, vi si ferma davanti e decide di sfogliare il vangelo e di lasciarlo aperto sulla pagina del brano che avrebbe letto poco più tardi durante la prima messa del giorno. Una buona abitudine che aveva deciso di ripetere ogni giorno, di lì a venire.
Si potrebbe dire che la storia sia iniziata proprio da quel giorno, anche se in realtà, con il senno di poi, non è dato sapere da quanto tempo andasse avanti.
Da quel giorno infatti, il prete si era accorto che ogni mattina il libro si trovava aperto sempre sulla medesima pagina, una pagina del vangelo secondo Giovanni.
Le prime volte non ci aveva fatto tanto caso. Ma con il passare dei giorni, notò che al mattino la pagina aperta era sempre la stessa.
Chi e perché lasciava il libro aperto sempre su quella pagina?

Notato quel fatto piuttosto curioso, un giorno il prete aveva deciso di passare l’intera giornata in chiesa per vedere chi si avvicinasse al leggio. Ma purtroppo il suo stratagemma era stato vano perché in certi momenti era stato distratto da alcuni fedeli, e una persona l’aveva poi tenuto impegnato in una confessione. Al termine della giornata, distratto dalle incombenze, don Abbondio nel chiudere la chiesa si era accorto che il libro sul leggio era stato nuovamente messo sulla solita pagina. Aveva perso di vista l’avventore misterioso. Rassegnato, prima di andare a dormire, aveva sfogliato il libro sul leggio fino alla pagina del brano di vangelo del giorno dopo. L’avesse mai fatto…

Il giorno dopo, al mattino presto, nella penombra della chiesa non ancora aperta don Abbondio passeggiava di nuovo tra le navate, assorto nel salmo. Passando davanti al leggio, aveva allungato lo sguardo sicuro di trovare il libro intatto ma rimase interdetto. La pagina del vangelo di Giovanni, sempre la stessa, faceva bella mostra di sé. Si era avvicinato incredulo ma aveva dovuto rassegnarsi.
Era proprio quella.
Il silenzio immobile della chiesa, quella stessa chiesa dove per anni passeggiava tutte le mattine pregando, gli era di colpo diventato estraneo. Si era guardato intorno alla ricerca di improbabili spiegazioni. Le porte ancora chiuse. Solo il sacrestano aveva le chiavi, oltre a lui. Ma non aveva l’aria di introdursi di notte in chiesa per un motivo così assurdo. O forse sì?

“Dunque, perché è venuto da me?” aveva chiesto Emme. Sapeva che la risposta era una sola. Il sacrestano non poteva essere stato. E sapeva che don Abbondio glielo aveva chiesto. Altrimenti non sarebbe venuto da lui a parlare di ‘quelle cose lì’.
Il prete, a quella domanda, aveva deglutito incapace di trovare le parole.
“Be’, ecco, non saprei dire. Lei che idea si è fatto?”
Emme, forte della sua lunga esperienza, aveva già inquadrato il prete. Apparteneva alla categoria di quelli che volevano sentirsi dire certe cose e, allo stesso tempo, non essere i primi ad averlo detto. Forse era la sua posizione di prete a imporgli quell’atteggiamento di fronte a ‘quelle cose lì’, un atteggiamento fatto di abitudini annose sedimentate nel perpetuarsi di dogmi e spiegazioni di ‘fede’ calate dall’alto, atte a soffocare anche la più lontana volontà di provare a ragionare con la propria testa di fronte all’evidenza dei fatti. Purtroppo di preti di una certa età, cresciuti con rigidi schemi mentali mai messi in discussione, ce n’erano molti.
Ma Emme non aveva voglia di impantanarsi in dialoghi sterili. E così aveva optato per la scorciatoia: a quella domanda era rimasto prima in silenzio, per poi ribattere con la stessa domanda.
“Non saprei” gli aveva dunque risposto. “Lei che idea si è fatto, invece?”
“Non so, forse qualcosa di sinistro, qualche presenza…”
E qui, tutti noi che a cena avevamo ascoltato il racconto di Emme, avevamo sorriso al nomignolo di fantasia che gli aveva affibbiato: don Abbondio non poteva essere più azzeccato. Quel prete non aveva dovuto confrontarsi con i bravi di don Rodrigo. Nemmeno con don Rodrigo. Qualcosa di Innominato aleggiava in quella chiesa. Ma il nostro don Abbondio aveva un nemico ben peggiore: il vacillare delle sue sicurezze.

“E non ne ha parlato con qualche suo amico prete, con il suo superiore, il vescovo…”
No. Non lo aveva fatto. Don Abbondio, e qui il senso del suo nome aveva raggiunto l’apoteosi, non lo aveva fatto perché temeva di essere giudicato per le sue insicurezze.

A quel punto del racconto, tra uno gnocco fritto e l’altro, avevo chiesto a Emme quale fosse la pagina di vangelo aperta ogni mattina.
“Bravo, Watson, hai fatto la domanda migliore che si potesse fare” mi aveva sorriso. “Non a caso me la sono posta prima io di te…”.
“Be’, mi pare la domanda più ovvia. Dico: ammesso che qualcuno o qualcosa voglia comunicarti una sorta di messaggio, non ti verrebbe spontaneo leggere la pagina sulla quale insiste?”
“Ovvia o no, questa domanda il nostro don Abbondio non se l’è fatta.”
“Quindi non sai di quale pagina di vangelo si tratta…”
Ma Emme aveva annuito con un sorriso accennato.
“E come fai a saperlo? Se don Abbondio non si è fatto questa domanda, presumo non l’abbia notata nemmeno lui…” aveva detto qualcuno di noi.
“No, infatti…”
E quindi??? Maledetto Emme, com’era bravo a farci pendere dalle sue labbra mentre si versava del buon vino.
“… quindi sono andato a vedere di persona.”

L’epilogo

Giungiamo così all’epilogo del racconto. Emme aveva insistito per vedere di persona quel leggio. Don Abbondio sulle prime aveva resistito, ma poi aveva acconsentito. Un mattino presto, quindi, Emme si era recato nella chiesa di D***. Aveva concordato un’ora antelucana, quando nemmeno le vecchiette più insonni si azzardavano a uscire di casa. Le cinque del mattino Emme doveva bussare. Non si aspettava, aveva raccontato, di trovare la porta della chiesa socchiusa. Possibile? Si era fatto coraggio ed era entrato, sperando di non trovarsi di fronte a scene inaspettate. Niente di sinistro, per fortuna. Ma oltre l’ingresso, una scena inaspettata se l’era trovata comunque di fronte. Il leggio, davvero bello e sontuoso, era vuoto. Don Abbondio era seduto sulla prima panchina, di fronte all’altare. Di fianco a lui, il libro aperto.
“Mi sono fatto coraggio, stanotte. E ho deciso di vegliare” aveva detto.
Emme si era seduto con delicatezza, al suo fianco.
“E infine l’ho visto.”
Gli occhi umidi, lo sguardo in preda a una paura velata. La sua però non era esattamente paura. Era quel sottile panico che emerge quando le sicurezze di una lunga vita si mostravano improvvisamente effimere. Emme lo conosceva bene quel sentimento, abituato com’era a coglierlo nelle fragilità altrui.

“La chiesa era chiusa, solo io ero presente. A un certo punto, un leggero soffio, come una corrente d’aria che entra da una finestra aperta, ha girato le pagine.”
Emme aveva buttato l’occhio sul libro aperto. Dal vangelo secondo Giovanni. Ne memorizzò il capitolo e il versetto. Capitolo 8, versetto 31. Proseguì mentalmente la lettura, e già la frase seguente lo aveva colpito. Non poteva essere più emblematica. Ma don Abbondio lo aveva interrotto, impedendogli di leggere oltre.
“Ora non so che fare.”
Don Abbondio non lo sapeva perché nessuna finestra era aperta. E, a suo dire, quel soffio doveva aleggiare lì da molto tempo.
“Cosa succederà? Se parlo con il vescovo, manderà i suoi incaricati. Faranno osservazioni, limiteranno le funzioni liturgiche, fino a sospenderle? E i fedeli? Cosa diranno i fedeli? La gente comincerà a mormorare. Quando ero giovane, un giovane prete appena ordinato, stavo in Toscana. Avevo sentito dire di una parrocchia sperduta dalle parti di Arezzo. Per una storia simile, alla fine era stata sconsacrata…”
Emme era rimasto in silenzio. Aveva diverse ipotesi, ci aveva poi raccontato. Ma nessuna andava bene per don Abbondio, nessuna si adattava alla visione che lui aveva del mondo. Tuttavia la disperazione di quel prete, in fondo lo commuoveva.
“Non ha mai considerato” gli aveva detto “la presenza di un angelo?”
Emme aveva calibrato bene quelle parole, lì sulla panchina.
Don Abbondio, a quella domanda, sulle prime era rimasto in silenzio.
“Un angelo? No. Come fa a dirlo?” aveva poi chiesto.
Il tono della domanda tradiva le remore del vecchio prete. No, non aveva preso in considerazione quell’ipotesi.
“Non posso dirlo, certo. Ma lei, come fa a escluderlo?”

Emme si era congedato così, alzandosi e dando a don Abbondio una rispettosa e delicata pacca sulla spalla. Il suo voleva essere un arrivederci. Ma di fatto la storia finisce così. Senza capo, né fine. Come tutte le storie di Emme, forse.
Il prete non era stato un suo paziente. Aveva solo bisogno di parlare con qualcuno, di confidare le sue paure, di esternare i suoi dubbi.
E aveva ragione, Emme: non erano dubbi suoi, di Emme. Ma erano dubbi di quel don Abbondio.

WatsonE così, eccomi qui, da bravo Watson, a trascrivere questo racconto cui mai nessuno crederà fino in fondo. Anche perché nel frattempo, aveva aggiunto Emme, don Abbondio aveva fatto rimuovere il leggio.
“Quindi posso spacciarlo per un mio racconto?”
“Ancora me lo chiedi? Ti ho detto di sì…”
“Proponi almeno un titolo…”
“Angeli e demoni”.
“Angeli e demoni?” rispondo a Emme. “Bravo M***. Lo trovo molto originale. Devo ricordarmi di consultarti più spesso, quando ho bisogno di un titolo.”

Post Scriptum

E la frase emblematica? Emme l’aveva citata mentre ci raccontava del suo ultimo incontro col prete. Quasi me l’ero persa. Vangelo di Giovanni, capitolo 8, versetto 32: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Ci ero arrivato che ormai era l’una di notte, la cena l’avevamo finita da un pezzo.

“Bravo, Watson”, la conferma lapidaria su WhatsApp di Emme. Era ancora sveglio, per fortuna. Ripensando a ritroso a tutta la storia di don Abbondio, quel versetto era davvero emblematico. Se si ipotizza, anche solo per un attimo, che la verità fosse proprio quella suggerita da Emme – una presenza angelica – don Abbondio si sarebbe liberato.
Liberato dalle sue paure, dai suoi timori, dalla sua filosofia di vita così ingessata.
E anche dei suoi fantasmi che esistevano solo nella sua mente insicura.

Ma non è dato saperlo. Dopotutto, non sapremo mai a quale verità si riferisse quell’ipotetico angelo errabondo. E forse, in fondo, ognuno di noi vive per conoscere le proprie verità.

(C) 2017 – Darius Tred

 

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4 commenti su “I fantasmi di don Abbondio

  1. Emme.Di.Ti o M.D.T. ti chiama Watson perché racconti le sue storie, come il dottor Watson per Sherlock Holmes. Lui indaga sui misteri della mente umana, e oltre la mente, e tu sei il suoo fidato collaboratore che riporta questi strani casi a noi lettori. Elementare, Watson! 😉

    1. Ecco, tu rientri nel gruppo 😉 . E siete in quattro a Watsonarmi con una certa frequenza. Quello che non mi spiego è come mai lo facciano quattro persone così lontane tra loro. O siete tutti d’accordo? 🙂

      1
  2. Non so, questo mi è piaciuto particolarmente.
    Devo chiedere al dott. Emme se lui può spiegarmi come mai, ma che dico: manco mi conosce! ????

    1. Forse perché al posto di don Abbondio, quel leggio ce l’avresti lasciato? Io l’avrei lasciato. E tendo a credere all’ipotesi angelica di Emme… 😉

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