A volte la vita ci pone di fronte alla possibilità di fare cose insolite. Niente di trascendentale, niente di tanto sconvolgente. Cose che normalmente non si fanno nella propria vita quotidiana. Una camminata in tarda serata, ad esempio. Che diventa ancora più insolita se la fai in compagnia di amici, per le vie del paese in cui vivi o, addirittura, raggiungendo i paeselli vicini (quando piste ciclabili e marciapiedi lo permettono).
Non è certo il panorama, quello che stupisce. E nemmeno il tragitto. Quello che stupisce è forse una sorta di felpata magia della notte: un’oscurità soffusa, ovvero mitigata dai lampioni e dai riflessi della luna, che cambia un po’ la nostra percezione di quegli stessi tragitti che magari facciamo più volte al giorno. A questa luce diversa, che poi è più ombra e penombra che luce, si aggiunge la magia incompresa della lentezza. Camminare ci permette di cogliere dettagli che non si possono notare quando si percorrono gli stessi tragitti in auto, magari con l’illusione di conoscerli a memoria. La lentezza della camminata ci offre dettagli che non vedremmo nemmeno circolando in bicicletta.
Il dettaglio di un albero, ad esempio.
L’angolo di un muretto.
La sagoma di una siepe.
La particolarità di un balcone.
Il micromondo di un’aiuola.
Tutte cose che sfrecciano fuori dal finestrino quando si è impegnati alla guida, risucchiate via dalla velocità dell’auto.
Durante la mia camminata, è stato inevitabile ripensare a un’opera di Tiziano Terzani (Un indovino mi disse) dove il senso essenziale all’origine dell’opera stessa era il medesimo: viaggiare per l’Asia non percorrendo le rotte aeree, più veloci e spesso più comode, ma viaggiare lungo le rotte più lente di treni e battelli.
Un modo di viaggiare completamente diverso: le rotte aeree passano “sopra” (in tutti i sensi), le altre rotte passano “attraverso”.
E, con le dovute proporzioni, ne consegue un po’ la stessa lentezza che permette di scoprire e di fare esperienze diverse.
Di vedere cose che mai e poi mai si possono vedere dai finestrini di un aereo.
Terzani nel suo libro ha dato molto peso a questo senso del viaggiare. E ha scoperto un mondo completamente nuovo.
Non c’è alcuna differenza tra te e Terzani, avete assaporato la medesima sensazione di entrare in un paesaggio. Aggiungi che tu hai vissuto l’esperienza di rivivere un paesaggio noto in condizioni diverse dall’usuale e lo hai visto come nuovo.
massimolegnani
Lentezza e silenzio (o almeno “assenza” di frastuono) sono due dimensioni che dovremmo imparare a recuperare. Non solo per entrare in un paesaggio, ma per entrare anche in nuove esperienze.
Ecco perché eri passato da me sul blog a consigliarmi una camminata notturna! Mica avevo capito che era il riferimento a un nuovo post sul tuo! A quando l’installazione di una semplice notifica per nuovi contenuti?! Per quelli come me, che non ci arrivano proprio… XD
Comunque ci sono luoghi che si prestano alle camminate notturne, che mostrano il loro lato più romantico o malinconico, mostrando angoli di meraviglia esaltati proprio dai giochi della luce soffusa. Ma ce ne sono altri che proprio no. Città che nascondono molte più ombre funeste e tragiche di quel che vediamo, secoli di storia, tra sciagure e tragedie, morti e devastazioni. E lì non ci camminerei proprio con l’animo tranquillo.
Sul viaggiare lento sono d’accordo, è il motivo per cui evito i viaggi organizzati e gli alberghi, entrambi con percorsi e orari rigidi. Preferisco organizzare da me, affittare un appartamento se posso, vivere la vita dei locali, scoprire il luogo dalle cose banali, partendo dal panettiere.
Concordo: certi posti è meglio evitarli, sia di giorno, sia di notte. Meglio optare per camminate in campagna, in compagnia (noi eravamo una decina) e se possibile con il chiaro di luna. Giusto per avere un tocco in più.
Il top sarebbe avere qualche nuvola bianca di quelle che sembrano di panna montata e che, con la luna che va e viene, aggiunge un dettaglio scenografico che, da solo, vale la camminata.