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	<title>TV e Cinema Archivi - Darius Tred Retro Blog</title>
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	<description>Note, pensieri, curiosità e riflessioni su scrittura, lettura, narrativa. E molto, molto altro...</description>
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	<title>TV e Cinema Archivi - Darius Tred Retro Blog</title>
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		<title>Il problema dei tre porci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jun 2024 07:06:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non ne avrei dovuto parlare. Non era previsto. Non lo volevo e, soprattutto, non lo meritava. Dopo le trame deboli (di Mary, di Joel e di Philip), avrei dovuto “omaggiare” la trama debole di Cixin Liu? No. Avevo deciso di non farlo per un motivo molto semplice: non si tratta di una trama debole, ma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/il-problema-dei-tre-porci/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2024/06/ketana-ghemon-150x150.jpg" alt="Il problema dei tre porci" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Non ne avrei dovuto parlare. Non era previsto. Non lo volevo e, soprattutto, non lo meritava. Dopo le trame deboli (di <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-trama-debole-di-mary/">Mary</a></strong>, di <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-trama-debole-di-joel/">Joel</a></strong> e di <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-trama-debole-di-philip/">Philip</a></strong>), avrei dovuto “omaggiare” la trama debole di Cixin Liu?<br>
No.</p>
<p>Avevo deciso di non farlo per un motivo molto semplice: non si tratta di una trama debole, ma di una trama molto ma molto fragile, la cui fragilità è però abilmente nascosta da una spessa aura di scienza. Sembra quasi che l’autore abbia voluto esagerare con la scienza, come se “tanta scienza” = “tanta autorevolezza”. Ma gratta, gratta, sotto così tanta, a volte troppa scienza, la logica di fondo non regge.</p>
<p>Non dovevo parlarne, dunque. Ma, leggendo la rubrica <em>I bastioni di Orione</em> sull’ultimo numero de <em>Le Scienze</em> (numero 670 per chi volesse approfondire) mi sono un po’ indispettito. Ed eccomi qua, non con la solita “trama debole” ma con il problema dei tre porci.<br>
Il che, scritto per inciso, non è un grossolano errore di battitura: sono le tre esclamazioni che ho fatto leggendo quel libro lì. Lo stesso citato nella rubrica.</p>
<p>Quella che segue non è una recensione ma uno spoiler a tutto spiano: rivelerò ampie parti della trama, esattamente quelle che mi hanno fatto esclamare “Porcamiseria!”, “Porcavacca!” e “Porca di quella pu…zzola!”. Ecco spiegato il “mio” problema dei tre porci.</p>
<p>Quindi se qualcuno ha intenzione di leggere il romanzo, si fermi qui e non prosegua oltre: lettore avvisato, mezzo salvato.</p>
<h2>Porcamiseria!</h2>
<p>Un vizio di fondo che ho ravvisato nel leggere questo romanzo è quello che io considero una sorta di velato “antropocentrismo”, cioè il fatto di pensare che una possibile civiltà aliena sia simile alla nostra.</p>
<p>Quando dico “simile” non intendo dire strettamente umanoide, ma intendo simile a noi culturalmente e socialmente. In altre parole, perché dobbiamo pensare che anche le civiltà aliene abbiano un re, un imperatore, un capo, una classe di sacerdoti/scienziati, e via dicendo?<br>
Perché dobbiamo pensare che abbiano un modo di comunicare simile al nostro, con messaggi che presuppongono una predisposizione mentale simile alla nostra?</p>
<p>Niente. I messaggi rimbalzano con facilità da una civiltà (la nostra) all’altra, senza grossi problemi di traduzione, di possibili incomprensioni, di probabili malintesi in quelle che noi chiameremmo interpretazioni semantiche.</p>
<h2>Porcavacca!</h2>
<p>Altro stereotipo, quasi scontato: naturalmente, la civiltà extraterrestre è  “tecnologicamente avanzatissima”. Poteva essere altrimenti? Sorvoliamo su quest’altro cliché.</p>
<p>Ci sono però alcuni piccoli dettagli su cui mi risulta un po’ difficile sorvolare. Cito Michele (il curatore della rubrica) per ricordare che la civiltà aliena è in grado di</p>
<blockquote><p>“trasformare protoni in supercomputer intelligenti in grado di comunicare tra di loro tramite effetti quantistici. Qui Liu si sbizzarrisce con l’immaginazione ma non rinuncia al suo approccio rigoroso: pagine e pagine per raccontare la creazione di questi sofoni, gli esperimenti falliti, la teoria su cui si basano. Non si accontenta di ammantare di scientificità le invenzioni più fantasiose, ma fa grandi sforzi per renderle plausibili”.</p></blockquote>
<p>Ora, caro Michele (e cari tutti quelli che fanno “Oh”…”) ci sono alcune cosette da considerare prima di parlare di “approccio rigoroso” e di “rendere plausibile” qualcosa.</p>
<p>Primo: nel romanzo, Liu trita i maroni al lettore dicendo che questi alieni dominano almeno sette o otto dimensioni della materia, mentre noi terrestri, poveri sfigati, riusciamo al massimo a dominare tre dimensioni, quattro considerando anche il tempo. Però, questi alieni, nonostante tutto, sono “spaventati” dal nostro progresso scientifico, temono di essere superati nell’arco di un paio di secoli (che poi: perché contano il tempo come noi?) e quindi optano per offuscarci la mente attraverso i loro protoni-sofoni… Mi sembra un po’ tirato come ragionamento. Potrei (e dico “potrei”) accettarne l’originalità, ma pensare a questo approccio come qualcosa di “plausibile” proprio no.</p>
<p>Secondo: se davvero questi alieni sono in grado di dominare sette o otto dimensioni della materia, dovrei presupporre che abbiano conoscenze di matematica enormemente più avanzate delle nostre.<br>
Quindi: possibile che non siano riusciti a risolvere il problema dei tre corpi? Eh, sì, perché alla fine il problema dei tre corpi è sostanzialmente un problema matematico. Per noi, terrestri sfigati, è irrisolvibile, ma per gli alieni che riescono a “trasformare un protone in un supercomputer intelligente”, dominando dimensioni della materia che noi umani non riusciamo neanche a immaginare, il problema dei tre corpi dovrebbe essere una bazzecola.</p>
<h2>Porca di quella pu…zzola!</h2>
<p>E sulla Terra? Abbiamo qualche strafalcione anche qui, naturalmente.</p>
<p>Tanto per cominciare, buona parte della storia è ambientata presso un radiotelescopio in Cina, dal quale viene appunto spedito il messaggio iniziale che verrà recepito dalla civiltà aliena. Si innescano una serie di dinamiche che non sto a raccontare, ma a un certo punto un magnate miliardario decide di costruire un secondo radiotelescopio più grande su una nave portacontainer. Una di quelle navi gigantesche, insomma.</p>
<p>Ora: io non sono un astrofisico, non sono un astronomo, non sono uno scienziato, ma se c’è una cosa di cui ha bisogno un enorme radiotelescopio per funzionare regolarmente… è la stabilità. Deve essere fermo e saldo per essere sintonizzato e puntato su piccolissime porzioni di cielo. Ci sarà un motivo se i radiotelescopi vengono costruiti in cima alle montagne.  Mi riesce difficile immaginare questo enorme radiotelescopio a bordo di una nave, in balia delle onde.</p>
<h2>Apoteosi dell’orgasmo scientifico-narrativo</h2>
<p>E la scena nello stretto di Panama? Vogliamo parlarne? Parliamone, così diamo un senso anche all’immagine del post.</p>
<p>L’intreccio del romanzo impone che la nave gigantesca in questione, a un certo punto, debba essere distrutta in un modo molto particolare mentre passa attraverso lo stretto di Panama. La procedura di transito prevede che il passaggio avvenga con una velocità molto lenta. In questo frangente, per distruggere la nave, si decide di “affettarla” in tutta la sua lunghezza con (sigh) “lame nanotecnologiche” dello spessore di qualche atomo. Al lettore viene quindi descritta questa enorme e invisibile ghigliottina, ma riporto il brano originale:</p>
<blockquote><p>La Giorno del Giudizio era proprio sotto di loro, adesso, e stava per entrare in contatto con la cetra letale. Quando la prua toccò il piano immaginario tra i due tralicci, quello spazio in apparenza vuoto, Wang si ritrasse nelle spalle. Ma non accadde nulla. L’immenso scafo della nave continuò a scivolare in mezzo alle due torri d’acciaio. Metà del bastimento era ormai passata, e Wang cominciò a dubitare della reale esistenza dei nanofilamenti. Ben presto, però, un piccolo segnale fugò ogni suo dubbio. Notò che una piccola antenna, piantata sulla cima estrema della sovrastruttura, si ruppe alla base e ruzzolò di sotto. […] Dopo che la poppa ebbe superato i tralicci, la Giorno del Giudizio continuò ad avanzare alla stessa velocità, come se tutto fosse nella norma. […] Wang udì che il suono del motore si tramutò prima in uno strano lamento, poi in un fracasso assordante.</p></blockquote>
<p>Ora, dico. Non mi capita tutti i giorni di affettare una nave così grande, ma basta un piccolo esperimento mentale per capire come questa scena non possa stare in piedi.</p>
<p>Immaginiamo di dover affettare una baguette per la lunga. Se lo facessi di colpo con un colpo di ketana giapponese come Ghemon, ho una ragionevole certezza che la baguette resti intatta, benché tagliata in due per la lunga. Colpo secco e fulmineo, assestato con precisione chirurgica in una frazione di secondo.</p>
<p>Se tagliassi la mia baguette molto lentamente (esattamente come la nave che passa lentissima lungo lo stretto di Panama), mi aspetterei di vedere, mentre taglio, briciole di pane che cominciano a sfaldarsi lungo la lama, man mano che procedo per tutta la lunghezza. No?</p>
<p>Tornando alla nave, questa passa attraverso le “lame” come se nulla fosse, le attraversa per intero rimanendo tagliata ma, stranamente, non imbarca acqua, rimane intatta, cade una piccola antenna (ma non il radiotelescopio gigantesco…), il motore “esplode” solo dopo che “la poppa ebbe superato i tralicci”. Che poi, come possa una “lama” dello spessore di pochi atomi non venire spezzata dagli ingranaggi del motore di una nave mentre questi girano, resta davvero un mistero.</p>
<p>Ecco quindi servita l’apoteosi del non-senso. Un chiaro esempio di come un autore si faccia prendere dall’orgasmo scientifico-narrativo. A cosa serve “ammantare di scientificità le invenzioni più fantasiose” (per usare le stesse parole di Michele della rubrica…), quando, sotto sotto, si perde di vista il minimo buonsenso pratico?</p>
<h2>Il successo della serie tv</h2>
<p>Eppure la serie su Netflix pare sia un successo. Come è possibile? Semplicissimo: cito di nuovo Michele, il curatore della rubrica. La serie di Netflix è stata</p>
<blockquote><p>diretta dai registi del Trono di Spade, che hanno trasferito buona parte dell’azione dalla Cina all’Inghilterra, riscritto diversi personaggi, accelerato il ritmo e diluito parecchio la componente scientifica.</p></blockquote>
<p>Grazie tante.<br>
Praticamente hanno tenuto solo il titolo.</p>
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		<title>La misura del capolavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 21:35:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rubo questo titolo da un articolo che mi è capitato di leggere, il cui occhiello ha catturato la mia attenzione: “Lamentarsi per la durata dei film è diventata una moda. Ma l’arte richiede tenacia e pazienza.” L’articolo cita alcune pellicole particolarmente lunghe, oltre ai recenti Napoleon e Oppenheimer: Titanic, Avengers, Avatar. E io aggiungo Interstellar [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/la-misura-del-capolavoro/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2023/12/darius-tred-blog-retroblog-misura-capolavoro-150x150.jpg" alt="La misura del capolavoro" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Rubo questo titolo da un articolo che mi è capitato di leggere, il cui occhiello ha catturato la mia attenzione:</p>
<blockquote><p><em>“Lamentarsi per la durata dei film è diventata una moda. Ma l’arte richiede tenacia e pazienza.”</em></p></blockquote>
<p>L’articolo cita alcune pellicole particolarmente lunghe, oltre ai recenti <em>Napoleon</em> e <em>Oppenheimer</em>: <em>Titanic</em>, <em>Avengers</em>, <em>Avatar</em>. E io aggiungo <em>Interstellar</em> e <em>Contact</em>. E potremmo mai tralasciare <em>Il Signore degli Anelli</em>? Ma, numeri a parte, il nocciolo della questione, riporta l’autore dell’articolo, sembrerebbe essere condensato in questa frase che trovo un po’ provocatoria:</p>
<blockquote><p><em>“Abbiamo una vita frenetica e, nel vortice dell’esistenza, nessuno vuole stare fermo più del necessario”.</em></p></blockquote>
<h2>Nessuno chi?</h2>
<p>Mi son sentito chiamato in causa, non perché faccio parte di quel mucchio selvaggio che non vuole “stare fermo più del necessario” ma, al contrario, perché credo di essere ancora uno di quelli – tanti o pochi, non saprei – che invece vogliono stare fermi.<br>
Mi piace stare fermo al cinema a vedere i film lunghi, quando la lunghezza è giustificata.<br>
Fermo nelle letture lunghe e impegnative, quando la trama o l’intreccio sono avvincenti.</p>
<h2>Cinematografia e narrativa</h2>
<p>Perché dovrei sentirmi punto sul vivo da quella frase provocatoria? Dopotutto si parlava di cinema e della durata di alcuni film. Ma ecco il fulcro del mio cortocircuito: cinematografia e narrativa sono due forme d’arte profondamente diverse, ma hanno qualche aspetto fondamentale in comune. Raccontano storie, tanto per cominciare. Offrono reinterpretazioni, rivisitazioni, nuovi punti di vista. Spesso rievocano anche intere epoche. Creano o ricreano luoghi. A volte, tratteggiano interi universi. Tutte cose che ci servono per evadere. Tutte cose che richiedono tempo per essere create ma, soprattutto, richiedono tempo per essere raccontate come si deve, perché “l’arte richiede tenacia e pazienza”.<br>
Tenacia e pazienza nel regista, come nello scrittore.<br>
Tenacia e pazienza nello spettatore, come nel lettore.</p>
<h2>La giusta misura</h2>
<p>Ogni capolavoro deve avere la giusta misura, questo è fuori discussione: non deve essere necessariamente lungo per essere tale. Tuttavia, se davvero si pensa di avere “una vita frenetica e di non poter stare fermi più del necessario”, allora certe storie non fanno per noi. Certe storie forse non le meritiamo.</p>
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		<title>Mal di saga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Dec 2019 05:30:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[sherlock holmes]]></category>
		<category><![CDATA[TV e Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Saga o non saga? Questo è il problema. Ma è un problema di chi legge o di chi scrive? Soprattutto: è un problema? In questo ultimo periodo ho pensato spesso alla lunghezza di una storia. Non mi riferisco alle solite diatribe su lunghezze ideali o presunte tali per definire quando si può parlare di romanzo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/mal-di-saga/">Mal di saga</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/mal-di-saga/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/12/darius-tred-blog-retroblog-mal-di-saga-150x150.jpg" alt="Mal di saga" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Saga o non saga? Questo è il problema.<br>
Ma è un problema di chi legge o di chi scrive? Soprattutto: è un problema?</p>
<p>In questo ultimo periodo ho pensato spesso alla lunghezza di una storia. Non mi riferisco alle solite diatribe su lunghezze ideali o presunte tali per definire quando si può parlare di romanzo, racconto, romanzo breve o racconto lungo. No.<br>
Mi riferisco alle storie di lungo corso, lungo, lunghiiiiissimo corso.<br>
Insomma le cosiddette trilogie, quadrilogie, saghe. Può la lunghezza di una storia scoraggiare la lettura? Verrebbe da dire di no, se la storia fosse bella.<br>
Però il punto è proprio questo: per capirlo, dovremmo leggerla <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> .</p>
<h2>Maldisposizione</h2>
<p>Ultimamente ho scoperto una certa “maldisposizione” nei confronti delle saghe bibliche.<br>
Prendiamo “Il trono di spade”. Supponiamo che mi sorga una mezza intenzione di leggerlo: apro internet e… comincio a scorrere.<br>
Libro primo, libro secondo, libro terzo.<br>
Quarto, quinto.<br>
Poi dvd, cofanetto di blu-ray e via, fino a perdersi nel merchandising più spiccio.<br>
Ok, come non detto.</p>
<h2>Tempo</h2>
<p>Ho preso l’esempio de “Il trono di spade” ma, chiaramente, lo stesso discorso vale per qualsiasi altra saga. Subentra una sorta di scoraggiamento che non ha niente a che fare con l’essere o meno dei lettori “forti” ma piuttosto con il tempo di leggere.</p>
<p>Perché un lettore dovrebbe prendersi l’impegno (enorme) di leggere una saga biblica?<br>
È già una sfida per un autore conquistare un lettore con un singolo, e breve, romanzo.<br>
Come può sperare il signor Martin di turno che una persona si metta a leggere la bellezza di 4800 pagine così, senza batter ciglio?</p>
<p>“Perché è bellissimo!” mi dicono in tanti. È bellissimo cosa? La storia scritta nei romanzi o la storia trasposta nelle serie televisive? Molti approdano a un universo narrativo vedendone prima la trasposizione cinematografica e danno per scontato che anche i romanzi siano altrettanto belli.<br>
Senza contare il fatto che, spesso, ci si ferma allo schermo senza andare più a leggere, perché ormai la storia la si “conosce” già. Ma torniamo a noi, torniamo alla lettura.</p>
<h2>Patto tra lettore e scrittore</h2>
<p>Cosa chiede un lettore, in fondo?<br>
Che si tratti di una lettura frivola o meno, di un articolo di rivista, di un romanzo o di un saggio, alla fine il lettore chiede sempre la stessa cosa: un buon motivo per leggere.<br>
E se un autore riesce a fargli intravedere questo buon motivo, attraverso una trama intrigante, o anche solo attraverso un titolo o una copertina originale, il lettore è disposto a sacrificare, oltre a una piccola somma di denaro, qualcosa di molto più prezioso: il suo tempo.</p>
<p>Ecco quindi che la lettura diventa una sorta di patto: io lettore ti dedico il mio tempo. E tu, scrittore, raccontami una bella storia. Fammi evadere, fammi sognare.</p>
<p>Ma l’evasione, il sogno, il gioco, pur bellissimi che siano, hanno gusto quando hanno un senso compiuto, una durata ragionevole. Perché, alla lunga, è inevitabile perdere lo slancio iniziale, l’entusiasmo della novità. E questo il lettore esperto, il lettore “forte”, inconsciamente lo sa.</p>
<p>Vale per qualsiasi cosa.<br>
Vacanza alle Maldive? Fantastica. Ma dopo mesi prima o poi si vorrà tornare a casa.<br>
Film attesissimo? Ci vediamo già là in poltrona con il secchiello di popcorn, ma dopo due-tre (quattro?) ore di film, vorremo staccare e tornare alla realtà.<br>
Atmosfera natalizia? Bella, non si vede l’ora. Ma forse è bella proprio perché viene una volta all’anno. Chi sarebbe disposto a vivere in un eterno clima natalizio? Diventeremmo tutti come il Grinch… ;-P Oppure, più semplicemente, svanirà la “magia” del Natale.</p>
<h2>Durata della magia</h2>
<p>Come per il clima natalizio, la durata, quindi, è strategica.<br>
Deve essere lunga abbastanza per appassionare, ma corta il giusto per non stancare.<br>
Vale per tutto. Perché non dovrebbe valere anche per la lettura?</p>
<p>Un raccontino scritto bene, ben studiato e strutturato, fruibile in pochi giorni, non potrebbe essere più godibile di una saga biblica?<br>
A volte il raccontino potrebbe andare stretto perchè si potrebbero avere così tante idee e voglia di scrivere che, no, non bastano quelle due-trecento pagine per sviluppare bene tutto l’intreccio che abbiamo in mente. Se poi, mentre si scrive, subentrano idee interessanti, che si incastrano alla perfezione, così belle che non si possono accantonare… insomma, eccoci arrivati a qualche centinaio di pagine, eccoci lì poco sotto il migliaio. Che non saranno le 4800 de “Il trono di Spade” ma bastano per farci balenare l’idea, nostra o su suggerimento altrui, di spezzare il testo in più parti.</p>
<p>Ed ecco servita la trilogia, ecco spianata la strada verso la saga.</p>
<h2>Compromesso</h2>
<p>Se una saga è impegnativa da leggere, è estremamente molto più impegnativa da scrivere.<br>
Saga o non saga, dunque?</p>
<p>Un buon compromesso potrebbe essere quello di coltivare un proprio universo narrativo, un qualcosa che si presta meglio per essere oggetto di più racconti che avranno sì qualcosa in comune, ma che non devono essere necessariamente inanellati in una rigida sequenza narrativa. Ci ragionavo già tempo fa, quando <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/universi-narrativi/">riflettevo su finali aperti e finali chiusi</a></strong>.</p>
<p>Nell’universo narrativo chi scrive e chi legge ci può entrare e uscire quando vuole, leggendo uno qualsiasi dei racconti in esso ambientato, senza preoccuparsi troppo di una sequenza da seguire per poterci capire qualcosa. Si pensi a quanto fatto da Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes, ad esempio.</p>
<h2>Controindicazione</h2>
<p>Se pensiamo a Sherlock Holmes, emerge subito quella che potrebbe essere una chiara controindicazione dell’universo narrativo: quest’ultimo, infatti, può essere preso in prestito da altri.<br>
Altri scrittori, che decidono di inserirsi con nuovi racconti.<br>
Altri registi, che decidono di trarne film.<br>
Altra gente che, in modo o nell’altro, aggiungono qualcosa con la licenza “liberamente tratto da”.</p>
<p>Mi si potrà tacciare di megalomania <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> , certo. Chi mai si prenderà la briga di tirare fuori un film da “<strong><a href="https://blog.tredplanet.net/gli-erboristi-di-siena" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Gli erboristi di Siena</a></strong>” <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> ??</p>
<p>Dopotutto, credo di avere una ragionevole sicurezza nel pensare che il buon Arthur, quando scriveva i suoi racconti, non avesse proprio idea di quel che stava creando.</p>
<p>Questa controindicazione, dicevamo, ammesso che possa essere definita tale, potrebbe affliggere più chi scrive rispetto a chi legge, perché chi fruisce dell’universo narrativo, in fondo, non farà mai troppo caso a chi ha avuto il merito originario di inventarsi tutto da zero.</p>
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		<title>L&#8217;editor e la perfezione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2019 09:52:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[self-publishing]]></category>
		<category><![CDATA[TV e Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una scena che mi è piaciuta più di altre. Quella in cui si stava discutendo il lancio della nuova canzone. Era nuova per il contenuto, nuova per la musica proposta. E nuova anche per la lunghezza. E quale di queste novità era lo scoglio più insormontabile per il produttore? Quello meno artistico, vale a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/l-editor-e-la-perfezione/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/01/darius-tred-blog-retroblog-consigli-scrittura-150x150.jpg" alt="L&#8217;editor e la perfezione" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>C’è una scena che mi è piaciuta più di altre. Quella in cui si stava discutendo il lancio della nuova canzone. Era nuova per il contenuto, nuova per la musica proposta. E nuova anche per la lunghezza.<br>
E quale di queste novità era lo scoglio più insormontabile per il produttore?<br>
Quello meno artistico, vale a dire la lunghezza.<br>
“La lunghezza standard dei brani che passano le radio è di 3 minuti”, aveva sbottato il poveretto.<br>
E la nuova canzone, purtroppo per lui, era lunga oltre 6 minuti. Praticamente il doppio.</p>
<p>La scena di cui sto parlando è tratta da <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bohemian_Rhapsody_(film)" target="_blank" rel="noopener">Bohemian Rhapsody</a></strong>, un film uscito di recente. Difficile dire se quanto esposto nella scena del film sia accaduto realmente perché, trattandosi appunto di un film (e non di un documentario), si sa che la licenza poetica, il “liberamente tratto da” e le varie interpretazioni che ne derivano godono spesso di una buona dose di libertà. Personalmente ho apprezzato molto l’intera trasposizione cinematografica ma al di là degli apprezzamenti soggettivi, mi è piaciuto molto come sia stato sottolineato il tratto predominante di Mercury: ovvero il continuo rompere gli schemi.</p>
<p>Certo: sappiamo tutti come alcuni artisti gli schemi li abbiano rotti fino all’eccesso. E pure oltre…<br>
Però quello che mi chiedo, a volte, è proprio questo: il successo è una conseguenza del rompere gli schemi?<br>
Oppure il successo è garantito dal sottile rispetto (e perpetuarsi) delle regole standard?</p>
<h2>Perfezione</h2>
<p>Domande inutili perché ce la caviamo sempre pensando che la perfezione non esiste, che i gusti sono gusti (il che è vero). Avrei voluto dire un paio di cose sulla perfezione ma <strong><a href="https://www.webnauta.it/wordpress/quick-and-dirty-perfezionismo/" target="_blank" rel="noopener">qualcuno mi ha anticipato</a></strong> e l’ha fatto molto meglio di come avrei potuto fare io. E poi: va bene scrivere egregiamente, va bene progettare con meticolosità e ben venga architettare un’ottima storia. Ma il tentare di perseguire la perfezione, oltre che impossibile, reca con sé la non indifferente <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/la-responsabilita-della-finzione/">responsabilità della finzione</a></strong>.</p>
<p>Posto quindi che la perfezione non esiste (e su questo punto si può essere più o meno tutti d’accordo), sulla base di quali elementi si può stabilire che un editor sia meglio di un altro? Oppure che un editor, molto professionale e adatto ai più, sia adatto anche per me?<br>
Solo l’esperienza diretta e indiretta ci può venire in aiuto… A tal proposito mi viene in mente un tipo di editor citato da Marco Amato (che mi permetto di quotare di seguito) nei commenti a <strong><a href="https://www.elenaferro.it/credevo-di-aver-scritto-la-parola-fine/" target="_blank" rel="noopener">questo post</a></strong> di Elena Ferro:</p>
<blockquote><p>“Ad esempio, nella ricerca dell’editor, ne avevo trovato uno da cui sono fuggito subito. Lui concepiva soltanto i romanzi come alta letteratura. Un Camilleri e un De Giovanni per lui erano da cestinare. Un best seller immondizia. Se ti leggono due soltanto ma lettori colti un successo. Insomma avrei dovuto pagare soldi per suicidarmi nel fondamentalismo letterario.”</p></blockquote>
<p>Ecco: <em>fondamentalismo letterario</em> è una definizione che trovo molto azzeccata e che quasi riassume questa tendenza generalizzata a credere che esistano regole auree che descrivono la perfezione letteraria.</p>
<h2>Rompere gli schemi</h2>
<p>Ma anche quest’ultima domanda (quale editor scegliere?) potrebbe rivelarsi superflua dal momento che, ammesso e non concesso che si trovi l’editor adatto e che si arrivi a pubblicare l’opera, questa non sarà perfetta. E non lo sarà mai, nemmeno dopo che è passata dalle mani dell’editor che abbiamo scelto.</p>
<p>Per convincercene basterebbe rileggere un proprio racconto a distanza di anni. Ha passato una fase di editing? Ha ricevuto l’ok dell’editor? Magari è pure stato pubblicato? Sarebbe curioso sentire cosa ne pensa lo stesso autore quando lo rilegge dopo diversi anni. Davvero non cambierebbe nulla? Davvero non riscriverebbe meglio certe frasi? Eppure era <em>perfetto</em>.</p>
<p>Forse anche in questo bisogna chiedersi se non sia il caso di provare a rompere gli schemi. Al momento pare che lo schema più efficace sia: <em>scrivi l’opera-&gt;trovati un’editor-&gt;fai di tutto per pubblicare</em>. Forse bisogna avere il coraggio di ridimensionare la figura dell’editor e di considerarlo più alla stregua del <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/il-lettore-zero/">lettore zero</a></strong>. O del <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/il-lettore-uno/">lettore uno</a></strong>. Il che non significa esattamente fare a meno dell’editor ma considerare che comunque si tratta di una persona e, come tale, opera secondo proprie soggettività tecniche (ma anche emotive) più o meno inconsce. E queste soggettività potrebbero non essere in sintonia con quelle dell’autore o, peggio ancora, con quelle del pubblico per cui si vuole scrivere.</p>
<p>Forse bisogna avere il coraggio di tentare altre strade. Se qualcuno pensa al self-publishing, in realtà sta ancora una volta pensando secondo gli schemi, e forse secondo uno schema ancora peggiore: <em>scrivi l’opera-&gt;trovati una piattaforma di self-publishing-&gt;pubblica a tutto spiano</em>.</p>
<h2>Altre strade</h2>
<p>Sul blog di Elena parlavo di dieci editor ma la mia era un’ovvia esagerazione. Tuttavia sentirne un paio in tempi diversi potrebbe essere un metodo interessante, specialmente se si vive la fase di editing come un momento di crescita e non come un supplizio. Bisogna essere bravi a gestire le critiche ma ancora più bravi a considerarle in modo oggettivo per capire se stanno in piedi o no.</p>
<p>Un altro modo per rompere lo schema <em>scrivi l’opera-&gt;trovati un editor-&gt;fai di tutto per pubblicare</em> potrebbe essere quello di… sostituire l’editor. Di solito questa ipotesi provoca nasi arricciati e ciglia inarcate: ma siamo sicuri che un gruppo di lettori beta di cui ci fidiamo ciecamente (non amici e parenti, chiaramente) non sia meglio di un singolo editor? Tutti pronti a dire “no, l’editor e il lettore-beta sono due figure diverse ecc… ecc…”. Vero.<br>
Ma questo potrebbe essere un altro schema da rompere: tanto è vero che esistono lettori beta più attenti di certi editor, o lettori beta che colgono subito strafalcioni <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/editor-questo-sconosciuto/">come il sole che tramonta a est</a></strong> <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f61b.png" alt="😛" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> …</p>
<p>Provo a girare la domanda: supponiamo di ottenere un responso critico di un editor professionista e il parere entusiasta di dieci lettori beta. In altre parole: pur dando motivazioni diverse, i dieci lettori beta apprezzano la nostra opera. A cosa daremmo più peso? Al parere critico dell’editor o al parere entusiasta della nostra piccola platea beta?<br>
Qualunque risposta pensiamo di poter dare è bene tenere presente che la piccola platea, che piaccia o no, è molto più affine ai lettori che un giorno compreranno la nostra opera. Con questo non voglio dire che l’intervento di un editor professionista sia inutile ma che, semplicemente, l’editor ha un approccio alla nostra opera di tipo tecnico mentre i lettori-beta hanno un approccio più emotivo, più sensibile alle emozioni, più genuino e spontaneo, volto a cogliere meglio la trama del nostro racconto e le vicende dei nostri personaggi. Scevri come sono dalla concentrazione sugli aspetti puramente tecnici, i lettori beta hanno una maggiore predisposizione all’immedesimazione.</p>
<p>E se alla fine della lettura saranno soddisfatti, saranno molto più propensi a innescare l’effetto del passaparola…</p>
<h2>Apertura mentale</h2>
<p>Come ho già detto altrove, personalmente faccio sempre molta fatica a inserirmi in questo genere di discorsi: alla fine sono più i dubbi che le certezze, più le domande delle risposte. E le poche risposte che credo di potermi dare ovviamente sono opinabilissime e discutibili.</p>
<p>Nelle mie peregrinazioni virtuali mi imbatto in blog e siti che mi inducono a pensare che stia sbagliando tutto. Altre volte in chicche che mi spronano ad avere apertura mentale: di recente, per strani giri di navigazione in internet che non sto a raccontare, mi sono imbattuto <strong><a href="http://www.faena.com/aleph/articles/carl-sagan-and-the-dalai-lama-discuss-buddhism-and-science/" target="_blank" rel="noopener">nell’intervista che Carl Sagan fece anni fa al Dalai Lama</a></strong>.</p>
<p>Si parlava di scienza e buddismo. A un certo punto Sagan pone una domanda interessante: chiede, in sostanza, cosa succederebbe se un giorno la scienza dovesse fare scoperte in contraddizione con la dottrina di una grande religione. Una grande religione come il buddismo, ad esempio.<br>
La risposta è sorprendente: “Non è un problema” dice il Dalai Lama. E aggiunge:</p>
<blockquote><p>“La cosa importante è la tua ricerca perché dovresti conoscere la realtà, non quello che dicono le scritture.”</p></blockquote>
<p>Niente male come apertura mentale. Una risposta che, praticamente, dovrebbe essere un mantra valido per tutte le scienze, tutte le religioni, per tutte le convinzioni di qualsiasi natura, in tutte le epoche. Del resto, sebbene in forma molto più compatta, lo stesso concetto, per chi sa davvero cercare, lo si può ritrovare anche nel vangelo di Giovanni: “<em>Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi</em>” (Gv 8, 32).</p>
<p>Liberi da cosa, esattamente? Be’, tanto per cominciare, liberi dagli schemi.</p>
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		<title>Imperfezioni narrative</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Feb 2018 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[TV e Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’altra sera stavo guardando un episodio di Montalbano, intitolato “Amore”. A un certo punto, in una delle scene, Montalbano chiede al suo interlocutore notizie in merito a una pistola. “Abbiamo saputo che lei possiede una pistola appartenuta a suo padre” chiede il commissario. Saverio, questo l’altro personaggio, gli risponde di sì e, dietro esplicita richiesta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/imperfezioni-narrative/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/01/darius-tred-blog-retroblog-consigli-scrittura-150x150.jpg" alt="Imperfezioni narrative" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>L’altra sera stavo guardando un episodio di Montalbano, intitolato “Amore”. A un certo punto, in una delle scene, Montalbano chiede al suo interlocutore notizie in merito a una pistola. “Abbiamo saputo che lei possiede una pistola appartenuta a suo padre” chiede il commissario. Saverio, questo l’altro personaggio, gli risponde di sì e, dietro esplicita richiesta del commissario che gli chiede poi di mostrargliela, va a prenderla e torna con una scatola di cartone che appoggia per terra, davanti al commissario. Apre la scatola per prendere la pistola, dice “Eccola” ma, proprio in quel momento, si accorge che la pistola non c’è più. La scatola è vuota, contiene solo quella che sembra essere una fodera di stoffa sgualcita, che Saverio tasta e agita, incredulo.<br>
La pistola in questione, questo lo aggiungo io brevemente, è una pistola da tiro piuttosto ingombrante.<br>
Di fronte a quella scena, lo scribacchino pignolo che è in me ha fatto un sussulto.</p>
<h2>Sospensione dell’incredulità</h2>
<p>Lo <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/editor-questo-sconosciuto/" target="_blank" rel="noopener">scorso post</a></strong> avevo parlato, tra le altre cose, di un tramonto a est. Michele Scarparo ne ha poi preso spunto per un altro argomento: <strong>il patto finzionale</strong> tra scrittore e lettore.<br>
Ne sono scaturite opinioni interessanti. E <strong><a href="https://michelescarparo.wordpress.com/2018/02/15/nei-boschi-possibili-il-sole-tramonta-a-est-forse/" target="_blank" rel="noopener">un dibattito</a></strong> ruotato appunto attorno al patto finzionale, alla sospensione dell’incredulità, al “fare finta che”, a cosa-come-perché si guasta questo patto. Un dibattito che meriterà sempre una rilettura.</p>
<p>Dove sta il confine tra il credere e il non credere?<br>
E aggiungo: l’incredulità è “uguale” per tutti i lettori?<br>
Quanto un lettore è disposto a credere l’incredibile? E quando decide di sospendere la sua incredulità?</p>
<p>Tutte domande che non godranno mai di una risposta unica e definitiva – e valida – per tutti i lettori. La narrativa è un campo neutro dove si incontrano e scontrano due soggettività sempre diverse. Quella dello scrittore (che è sempre unica, nel senso che deriva da un unico individuo) e quella del lettore che, ogni volta, è diversa. Mille lettori, mille soggettività, mille modi di porsi e di interagire. E ogni volta, nell’attenzione del lettore, scatta – o non scatta – sempre qualcosa di diverso.<br>
Affascinante.</p>
<h2>Sospensione della lettura</h2>
<p>Un po’ meno affascinante la reazione piuttosto diffusa di abbandonare la lettura in tronco quando si incappa in una qualche anomalia nel racconto. Refuso? Imprecisione? Inesattezza storica o geografica? Molti lettori subiscono un calo d’interesse, come se si rompesse un equilibrio essenziale. Fino ad arrivare a sospendere del tutto la lettura.</p>
<p>Eppure non esiste romanzo o racconto totalmente privo di increspature.<br>
E per quanto possano essere evidenti, quando leggo non sono così severo da gettare alle ortiche tutto il resto che mi può dare lo stesso racconto.<br>
Nonostante il tramonto di Manhattan <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> , non ho abbandonato la lettura de <em><strong>Il quinto giorno</strong></em>. E per me resta un ottimo romanzo.<br>
Allo stesso modo, nonostante la scena di Montalbano raccontata all’inizio del post, non ho cambiato canale e mi sono gustato la puntata fino in fondo.<br>
Ma tutto questo fa parte della mia soggettività di lettore. O di spettatore.</p>
<h2>Sospensione della perfezione</h2>
<p>Gestire il credibile con l’incredibile è sempre una questione spinosa. Per farlo occorre maneggiare con cura tutti i mezzi a propria disposizione: personaggi, intreccio, fatti e così via, fino al conflitto, ai colpi di scena. Ma bisogna gestire bene anche dialoghi, scene, ambientazioni, descrizioni. E poi climax, pathos. E tutto questo, come se non bastasse, deve essere sorretto da uno stile consono. Per un autore, un autore che vuole tirare fuori dal proprio cilindro un’opera quantomeno decente, tutto questo è molto difficile. È inevitabile che qualche increspatura sfugga, non solo all’autore stesso ma anche a tutti i suoi collaboratori.<br>
Ed è inevitabile che per alcuni lettori certe imperfezioni possano passare del tutto inosservate mentre per altri saltino all’occhio subito alla prima lettura.</p>
<h2>Tramonti e pistole</h2>
<p>A proposito di perfezione. Del tramonto a est ne ho già parlato fin troppo.<br>
Ma della pistola sparita cosa si potrebbe mai dire? <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
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		<title>Una storia nuova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2017 05:25:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[TV e Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È possibile scrivere una storia nuova? Per quanto possa sembrare una domanda banale, mi sono imbattuto spesso in un pensiero secondo il quale tutte le possibili storie, narrativamente parlando, sono già state scritte. Quindi un autore, per quanto si possa ingegnare nell’intrecciare trame, inesorabilmente non farà altro che riscrivere una storia già scritta da qualcuno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/una-storia-nuova/">Una storia nuova</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/una-storia-nuova/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2016/10/darius-tred-blog-retroblog-viva-la-nota-150x150.jpg" alt="Una storia nuova" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>È possibile scrivere una storia nuova? Per quanto possa sembrare una domanda banale, mi sono imbattuto spesso in un pensiero secondo il quale tutte le possibili storie, narrativamente parlando, sono già state scritte. Quindi un autore, per quanto si possa ingegnare nell’intrecciare trame, inesorabilmente non farà altro che riscrivere una storia già scritta da qualcuno prima di lui, almeno nella sostanza.</p>
<p>In altre (poche) parole: qualsiasi storia possibile è già stata scritta.</p>
<p>Se mi dovessi attenere a quanto vedo in libreria, parrebbe proprio così: trame trite, ritrite e contrite, schemi narrativi fotocopia, cliché a pioggia. Persino i titoli osannano una certa stereotipia strisciante, neanche troppo velata: questo è il periodo delle “ragazze”. “La ragazza che”? “La ragazza nel”? “La ragazza di”? Be’, i titoli si sprecano.</p>
<p>Dunque, davvero ogni possibile storia è già stata scritta?<br>
Bisognerebbe fare una distinzione tra l’autore che vuole emulare cavalcando l’onda del successo di un titolo fortunato e l’autore che, al contrario, vuole essere originale. Per l’autore-emulatore la domanda non ha nemmeno senso, vista l’ovvietà della risposta.<br>
Parliamo dell’autore che <em><strong>vuole</strong></em> essere originale. Una qualsiasi storia che questo autore decide di inventare di sana pianta, davvero è già stata scritta?</p>
<h2>Forse sì</h2>
<p>Questo è anche il periodo in cui l’evoluzione della tecnologia ci sta portando sul tv di casa (o sul tablet, o addirittura sullo smartphone) un numero di contenuti di intrattenimento senza precedenti: fibra ottica, adsl o wi-fi stanno letteralmente facendo fiorire i servizi di video streaming e video on demand, servizi che ci portano a loro volta un numero notevole di storie sotto forma di film o di serie tv.<br>
Le trame sono così tante che forse sì, viene quasi da pensare che un autore, per quanto si possa impegnare, farebbe molta fatica a creare qualcosa di veramente nuovo.</p>
<h2>Forse no</h2>
<p>Eppure non mi convinco. Cosa dovrebbero pensare i pittori con così pochi colori a disposizione? Devono rassegnarsi a pensare che qualsiasi possibile capolavoro sia già stato realizzato? Non direi.<br>
Per non parlare della musica: sostanzialmente è basata su sole sette note musicali, ma sembra essere fatta apposta per smentire il pensiero iniziale. Un compositore ha a disposizione sette mattoni con poche varianti per costruire le sue trame musicali. Oppure deve rassegnarsi a pensare che qualsiasi possibile melodia sia già stata composta? Non si direbbe.</p>
<p>Madre natura, che ha sempre qualcosa da insegnare, fa persino molto di più con qualcosa di meno: con soli quattro mattoni (le quattro basi azotate che compongono il DNA) è in continua evoluzione. Oppure dobbiamo pensare che qualsiasi tipo di essere vivente sia già esistito?</p>
<h2>Il lettore</h2>
<p>Tuttavia, tornando alla scrittura, è difficile scrivere qualcosa di veramente nuovo per ciascun lettore. Penso che la differenza stia proprio qui: <em><strong>il lettore</strong></em>.</p>
<p>Ci saranno sempre lettori che troveranno originale una storia perché mai sentita prima e ce ne saranno sempre altri che invece avranno addosso quella sensazione di già visto, quell’impressione di sapere già come andrà a finire. Dunque forse è vero: ogni possibile storia è già stata scritta.<br>
Ma non necessariamente è stata scoperta da tutti.</p>
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		<title>Io non lo so</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2017 16:15:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Di tutto di più]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[TV e Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Capita così, in una serata di mezza stagione. Di colpo si scopre di non avere impegni, di poter dedicare un paio d’ore all’attività preferita che non guasta mai nella settimana-tipo: un sano cazzeggio sul divano. Bimbi a nanna prima del solito, telecomando incredibilmente sottomano, anonimo film (almeno per me) che comincia al momento giusto. Non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/io-non-lo-so/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/05/darius-tred-retroblog-post-io-non-lo-so-01-150x150.jpg" alt="Io non lo so" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Capita così, in una serata di mezza stagione.<br>
Di colpo si scopre di non avere impegni, di poter dedicare un paio d’ore all’attività preferita che non guasta mai nella settimana-tipo: un sano cazzeggio sul divano. Bimbi a nanna prima del solito, telecomando incredibilmente sottomano, anonimo film (almeno per me) che comincia al momento giusto. Non resta che mettere il cervello sul comodino e spegnerlo.</p>
<p>E il film inizia.<br>
Titolo mai sentito, attori principali mai visti, trama interessante.<br>
Estremamente interessante.<br>
E straordinariamente, dannatamente familiare.</p>
<p>Ho già visto questo film?<br>
No.</p>
<p>Me l’hanno raccontato?<br>
No.</p>
<p>Ho visto qualcosa di molto simile?<br>
Nemmeno.</p>
<p>E allora… ?</p>
<p>E allora il film, poi, finisce. Avvincente, bello, intrigante: non poteva essere altrimenti.<br>
Chiedo a mia moglie se le è piaciuto. “Sì, molto.”<br>
Prendo il tablet, lo accendo e apro un documento.<br>
“Hai voglia di leggere tre paginette?” le chiedo.<br>
Mi dice di sì. Le porgo il tablet con il documento aperto.</p>
<p>Di paginette ne legge tre, quattro, cinque. Venti. La vedo scorrere il dito sul display.<br>
Infine mi guarda compiaciuta.<br>
“Bello, davvero. Ma avevi visto il film prima di scriverlo?”</p>
<p>No.<br>
Dannazione, no.</p>
<p> </p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>“Io non lo so… se è stato tutto scritto, come è stato scritto…”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;"><strong>Luciano Ligabue, “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo”</strong></p>
<p style="text-align: right;">
</p><p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-737 aligncenter" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/05/darius-tred-retroblog-post-io-non-lo-so-02-560x372.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<h5 style="text-align: center;">“Come diavolo è possibile?!?”</h5>
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		<title>Mille parole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Apr 2017 08:48:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[TV e Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non so quante volte ho sentito questa frase: “un’immagine vale più di mille parole”. E ammetto di averla condivisa spesso. La potenza dell’immagine, specialmente in quest’era digitale, pare che sia indiscutibile. Ecco un caso mirabile. Questa illustrazione, pubblicata da www.impariamoitaliano.com, me la sono vista passare su Facebook. Che dire? Complimenti. Eloquenza allo stato puro. Tuttavia, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/mille-parole/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/04/darius-tred-retroblog-mille-parole-150x150.jpg" alt="Mille parole" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p><img decoding="async" class="size-medium wp-image-568 alignright" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/04/darius-tred-retroblog-post-mille-parole.jpg" alt="" width="470" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;">Non so quante volte ho sentito questa frase: <em>“un’immagine vale più di mille parole”</em>. E ammetto di averla condivisa spesso. La potenza dell’immagine, specialmente in quest’era digitale, pare che sia indiscutibile. Ecco un caso mirabile.</p>
<p>Questa illustrazione, pubblicata da <strong><a href="http://www.impariamoitaliano.com/" target="_blank">www.impariamoitaliano.com</a></strong>, me la sono vista passare su Facebook. Che dire? Complimenti. Eloquenza allo stato puro.</p>
<p>Tuttavia, in certi casi, mille parole valgono più di un’immagine, anche perché non sempre esistono immagini adeguate per sostituirle. Questo brano è un esempio che trovo altrettanto mirabile.</p>
<blockquote><p><em>“I processi comportamentali possono verificarsi con una velocità maggiore di quanto di norma si pensi. In diecimila anni gli esseri umani sono passati dalla caccia all’agricoltura al ciberspazio. Il comportamento procede a tutta velocità, e potrebbe rivelare una incapacità di adattamento. Nessuno lo sa. Anche se io personalmente ritengo che il ciberspazio rappresenti la fine della nostra specie.”</em><br>
<em>“E perché?”</em><br>
<em>“Perché implica la fine dell’innovazione”, spiegò Malcolm. “Quest’idea di un mondo interamente cablato significa morte di massa. Tutti i biologi sanno che piccoli gruppi in isolamento si evolvono rapidamente. Metti mille uccelli su un’isola in mezzo all’oceano e la loro evoluzione sarà rapida. Ne metti diecimila su un continente e l’evoluzione rallenta. Ora, nella nostra specie l’evoluzione si verifica soprattutto attraverso il comportamento. Per adattarci noi lo mutiamo. E, come tutti sanno, l’innovazione si verifica solo in gruppi ristretti. Se hai una commissione formata da tre persone, forse qualcosa si riesce a fare. Con dieci, diventa più difficile. Con trenta, tutto si blocca. Con trenta milioni, diventa impossibile. Questo è l’effetto dei mass media: far sì che nulla succeda. I mass media soffocano la diversità. Rendono uguali tutti i posti, da Bangkok a Tokyo a Londra. C’è un McDonald’s in un angolo, un Benetton in un altro, un Gap all’altro lato della strada. Le diversità regionali spariscono. Tutte le differenze si annullano. In un mondo dominato dai mass media, tutto viene a scarseggiare, tranne i dieci libri, i dieci dischi più venduti, i film più visti e le idee più correnti. […] Tutto si bloccherà. Tutti penseranno le stesse cose nello stesso momento. L’uniformità globale.”</em></p></blockquote>
<p style="text-align: right;">Tratto da IL MONDO PERDUTO, di Michael Crichton</p>
<p> </p>
<p>Per la cronaca, il brano proposto è composto da circa 250 parole. Quindi molto meno di mille: addirittura un quarto. È uno scampolo di dialogo che ho trovato molto avvincente e che mi ha fatto riflettere. Uno come tanti, si direbbe, che ognuno può trovare leggendo. E anche uno dei tanti dove l’immagine, rispetto alle parole, a stento riuscirebbe ad avere una resa migliore per recare il medesimo messaggio. Forse l’arte cinematografica potrebbe competere, mettendo però insieme più immagini (in movimento) in un montaggio sapiente.</p>
<p>Per ironia della sorte, la trasposizione cinematografica di questo romanzo ha seguito ben altri percorsi, preferendo gli effetti speciali. In questo caso specifico, non ricordo nemmeno se questa conversazione presente nel romanzo sia stata riportata in un dialogo tra i personaggi. Ma anche se ciò fosse accaduto, non ha avuto il peso che merita perché il film ha preso ben poco dal romanzo (basti pensare che l’intero secondo tempo è totalmente inventato).</p>
<p><em><strong>Il mondo perduto</strong></em> è quindi uno di quei casi dove le parole valgono molto più delle immagini, dove il romanzo si è rivelato molto più valido del relativo film.<br>
Parere personale, ovviamente.</p>
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