<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Racconti Archivi - Darius Tred Retro Blog</title>
	<atom:link href="https://retroblog.dariustred.it/category/racconti/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://retroblog.dariustred.it/category/racconti/</link>
	<description>Note, pensieri, curiosità e riflessioni su scrittura, lettura, narrativa. E molto, molto altro...</description>
	<lastBuildDate>Tue, 04 Jun 2024 12:06:10 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://i0.wp.com/retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2016/09/cropped-cropped-28784077882_37285f65c7_o.jpg?fit=32%2C32&#038;ssl=1</url>
	<title>Racconti Archivi - Darius Tred Retro Blog</title>
	<link>https://retroblog.dariustred.it/category/racconti/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">175316797</site>	<item>
		<title>Un saluto a Emme</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/un-saluto-a-emme/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/un-saluto-a-emme/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jun 2024 19:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Retroblog Post]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[self-publishing]]></category>
		<category><![CDATA[Emme.Di.Ti.]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://retroblog.dariustred.it/?p=7375</guid>

					<description><![CDATA[<p>E con questo, abbiamo chiuso un cerchio. L’abbiamo chiuso con un discreto ritardo di un paio d’anni ma, in tutta onestà, la cosa non mi preoccupa per niente. Dopotutto: che fretta avevo? Nessuna: questo è il bello di scrivere quando voglio, come voglio e dove voglio. E naturalmente… quel che voglio. Rovistando su questo “blogghettino [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/un-saluto-a-emme/">Un saluto a Emme</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/un-saluto-a-emme/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/11/darius-tred-blog-retroblog-typewriter-old-150x150.jpg" alt="Un saluto a Emme" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>E con questo, abbiamo chiuso un cerchio. L’abbiamo chiuso con un discreto ritardo di un paio d’anni ma, in tutta onestà, la cosa non mi preoccupa per niente. Dopotutto: che fretta avevo? Nessuna: questo è il bello di scrivere quando voglio, come voglio e dove voglio. E naturalmente… quel che voglio.</p>
<p>Rovistando su questo “blogghettino del caxxo”, giusto per scimmiottare il personaggio citato nel titolo di questo post, ci si può imbattere in certe storie strane. <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/tag/emme-di-ti/">Le storie di Emme</a></strong>, appunto.<br>
Probabilmente niente di eclatante, né di entusiasmante ma, per quel che mi riguarda, qualcosa di assolutamente originale. Qualcosa di assolutamente “vero”.</p>
<p>Ma quale cerchio abbiamo chiuso, esattamente?</p>
<h2>Chi è Emme?</h2>
<p>Prima di parlare di cerchi magici, forse è bene dire chi è Emme (o M***, o Emme.Di.Ti., se preferite).</p>
<p>Emme è stato la mia fonte di ispirazione per alcune storie e il suo non-esordio è avvenuto qui, con <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-brocca-di-emmaus/" target="_blank" rel="noopener">la brocca di Emmaus</a></strong>. Lui è uno psicologo (“non sono esattamente uno psicologo”, dirà sicuramente…), anzi, uno psichiatra (“non sono nemmeno uno psichiatra”: già lo sento che dirà anche così…).<br>
Insomma: è uno strizzacervelli.<br>
E me ne ha raccontate tante. Ovviamente, preservando nella maniera più assoluta la privacy dei suoi pazienti.</p>
<p>A quei tempi (e parliamo di quasi dieci anni fa…), può sembrare strano, persino lui aveva dubbi su alcune vicende.<br>
E persino lui, mi diverte dirlo così apertamente, si è sdraiato spesso per raccontarmele: non sul lettino del suo studio, ma sul divano di casa mia. A volte davanti a una birretta, altre volte davanti a una pizza, altre volte in occasione di una grigliata. Sì, insomma: oltre che buoni amici, siamo anche buone forchette di vecchia data.</p>
<h2>Perchè Emme?</h2>
<p>Perché la privacy per la sua professione, è una sorta di sancta sanctorum inviolabile: nelle sue storie, non è possibile risalire ai suoi pazienti di cui nemmeno io conosco le reali identità. E, di conseguenza, non è neanche possibile risalire alla sua identità. Patti chiari, amicizia lunga.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-7384 alignright" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2024/05/Emme.jpg" alt="" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>Quindi, per inciso, non darei nemmeno per scontato che “MdT” siano esattamente le iniziali del suo nome e cognome: “sapevatelo”. Posso solo permettermi di allegare l’unica foto che ci ritrae in una gita che abbiamo fatto fuori città tempo addietro ;-).</p>
<h2>E cos’ha raccontato Emme?</h2>
<p>Ha raccontato un po’ di storie. E io, dopo aver lavorato di fantasia per reinventare nomi dove vi erano solo le iniziali, arrabattare riferimenti, mescolare date, eccetera, ne ho prese alcune – non tutte – e le ho trascritte. E, come dicevo all’inizio, ecco qui, raccolte in un unico post, tutte le storie comparse su questo “blogghettino del caxxo”.</p>
<p> </p>
<table style="width: 100%; text-align: center;">
<tbody style="width: 100%;">
<tr style="width: 100%;">
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-brocca-di-emmaus/">La brocca di Emmaus</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-brocca-di-emmaus/"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-830 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/05/darius-tred-blog-retroblog-brocca-emmaus-1-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/il-volo-dell-eroe/">Il volo dell’eroe</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/il-volo-dell-eroe/"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-920 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/06/darius-tred-retro-blog-il-volo-dell-eroe-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
</tr>
<tr style="width: 100%;">
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/settecento-istantanee/">Settecento istantanee</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/settecento-istantanee/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-1063 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/06/darius-tred-retroblog-settecento-istantanee-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-clessidra/">La clessidra</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-clessidra/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-1206 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/07/darius-tred-retro-blog-la-clessidra-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
</tr>
<tr style="width: 100%;">
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/una-storia-complicata/">Una storia complicata</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/una-storia-complicata/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-1502 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/09/darius-tred-retroblog-una-storia-complicata-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-seconda-lettera/">La seconda lettera</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-seconda-lettera/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-1502 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/09/darius-tred-retroblog-una-storia-complicata-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
</tr>
<tr style="width: 100%;">
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/potere-della-suggestione/">Il potere della suggestione</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/potere-della-suggestione/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-2056 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/10/darius-tred-retroblog-il-potere-della-suggestione-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/dialogo-surreale/">Dialogo surreale</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/dialogo-surreale/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-2203 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2017/12/darius-tred-retroblog-dialogo-surreale-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
</tr>
<tr style="width: 100%;">
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/i-fantasmi-di-don-abbondio/">I fantasmi di don Abbondio</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/i-fantasmi-di-don-abbondio/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-2411 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/01/darius-tred-retroblog-i-fantasmi-di-don-abbondio-560x219.jpg" alt="Darius Tred, I fantasmi di don Abbondio" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-vera-storia/">La vera storia</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/la-vera-storia/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-2537 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/03/blog-darius-tred-post-la-vera-storia-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
</tr>
<tr style="width: 100%;">
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/una-domanda-nella-notte/">Una domanda nella notte</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/una-domanda-nella-notte/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-3403 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/01/darius-tred-blog-retroblog-pedro-albero-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/novantanove-anni/">Novantanove anni</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/novantanove-anni/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-4897 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2020/04/darius-tred-blog-retroblog-illuminazione-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
</tr>
<tr style="width: 100%;">
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/elizabeth/">Elizabeth</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/elizabeth/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-3863 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/06/darius-tred-blog-retroblog-fiamma-notte-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
<td style="width: 50%; text-align: center;"><a href="https://retroblog.dariustred.it/conoscenze-perdute/">Conoscenze perdute</a>
<p><a href="https://retroblog.dariustred.it/conoscenze-perdute/"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-3899 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/06/darius-tred-blog-retroblog-chiesa-nuvole-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<h2>Tutto questo per dire cosa?</h2>
<p>Sono quasi due anni che non scrivo nulla di Emme su questo mio blogghettino, gli stessi due anni di cui parlavo all’inizio. E in tutto in questo tempo ci siamo raccontati tante altre cose: discussioni, ipotesi, aneddoti, riflessioni. Per la gran parte si è trattato delle solite cose che “noi umani non possiamo neanche immaginare”. Che ve lo dico a fa’?<br>
Ma per una piccola parte no: ecco infatti un paio di curiosi raccontini.</p>
<table style="width: 100%; text-align: center;">
<tbody style="width: 100%;">
<tr style="width: 100%;">
<td style="width: 50%; text-align: center;">Una pianista nella notte<img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-7387 size-medium aligncenter" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2024/05/darius-tred-blog-retroblog-piano-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></td>
<td style="width: 50%; text-align: center;">Il tizio insonne<br>
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7388 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2024/05/darius-tred-blog-retroblog-tizio-insonne-560x219.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><a href="https://amzn.to/3V7yVfO"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-7386 size-medium" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2024/05/01_RaccontiRiemersi_Cover_eBook-560x855.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p>
<p>C’è solo un piccolo dettaglio: i due raccontini qui sopra si possono leggere in questa modestissima raccolta di racconti disponibile su Amazon.</p>
<p>Ebbene sì: alla fine ce l’ho fatta a convincere Emme.<br>
Il quale ha formulato subito una frase di fervido incoraggiamento: “Ma chi vuoi che lo legga?”</p>
<p><a href="https://amzn.to/3V7yVfO"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-4315 size-full" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/09/CompraSuAmazon.png" alt="" width="150" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p>
<h2>Post Scriptum (un paio di mesi prima)</h2>
<p>Emme: “L’hai pubblicato o no?”<br>
Io: “Non ancora. Lo devo rileggere, ho trovato un paio di errori di battitura…”<br>
Emme: “Lasciali. Almeno si capisce che non è scritto con l’AI…”</p>
<p>Diavolo d’un Emme.</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/un-saluto-a-emme/">Un saluto a Emme</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/un-saluto-a-emme/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">7375</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Sorpassi</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/sorpassi/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/sorpassi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Apr 2022 17:39:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://retroblog.dariustred.it/?p=6919</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il motore era su di giri, castigato e impaziente di sprigionare tutti i suoi cavalli a piena potenza. E levati, dannazione! Quel tratto di tangenziale era snervante: solo due corsie e ben tre svincoli in meno di un chilometro. Chi usciva, chi entrava, chi tagliava la strada senza troppi complimenti. Ogni mattina sempre la solita [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/sorpassi/">Sorpassi</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/sorpassi/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2022/04/Sorpassi-150x150.jpg" alt="Sorpassi" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Il motore era su di giri, castigato e impaziente di sprigionare tutti i suoi cavalli a piena potenza.<br>
<em>E levati, dannazione!</em><br>
Quel tratto di tangenziale era snervante: solo due corsie e ben tre svincoli in meno di un chilometro. Chi usciva, chi entrava, chi tagliava la strada senza troppi complimenti.<br>
Ogni mattina sempre la solita frustrante storia: entrare in corsia e frenare quasi subito per via di un camion, di un’utilitaria o di uno stordito alle prese col cellulare.<br>
<em>Ecco il solito imbranato del cazzo in mezzo ai coglioni…</em><br>
Ma quello era il giorno dell’imbranato. La sua improbabile Smart viaggiava a velocità irritante. Troppo lenta per stargli dietro, troppo veloce per essere superata: proprio in quell’istante lo specchietto retrovisore segnalava un furgone in arrivo a velocità supersonica. Lasciò che passasse, il piede nervoso sull’acceleratore, gli occhi puntati a misurare le strisce d’asfalto.<br>
<em>Cazzo, quanto le odio le Smart!</em><br>
Il suv Maserati che stava guidando era grosso quasi tre volte quel giocattolino a quattro ruote che aveva davanti. Al primo spiraglio di spazio l’avrebbe superato. Al diavolo i limiti di velocità. Proprio in quel momento si aprì un varco sulla corsia di sorpasso, ma il tempo di ingranare e la Smart davanti aveva pensato bene di allargarsi a sua volta, vanificando il tentativo di sorpasso.<br>
<em>Che cazzo fai! Levati!</em><br>
Niente. La Smart, ignara del bolide che aveva dietro, procedeva diligente, educatamente rispettosa dei limiti di velocità. Un’accelerata calibrata al punto giusto doveva essere più che sufficiente per annunciare il sorpasso imminente.<br>
Ma niente. La Smart insisteva nella propria traiettoria. Quanto erano odiose quelle scatoline motorizzate? Ogni volta che entrava in un parcheggio, ne trovava puntualmente una in un posteggio che sembrava libero. L’idiota di turno parcheggiava sempre come se avesse una familiare, lasciandosi dietro spazio a sufficienza per creare l’illusione del posto vuoto. Punto dal ricordo di quel fastidio ricorrente, abbagliò nervosamente per chiedere spazio. La Smart, forse indispettita, si fece finalmente da parte con una lentezza quasi provocatoria.<br>
<em>E che cazzo, era ora!</em><br>
Un rombo liberatorio e un gesto di stizza. Tanti saluti e a mai più rivederci.<br>
Dopo quattro o cinque chilometri di gloriosa fuga, l’ampia curva della tangenziale rivelò una coda improvvisa. Tutti incolonnati.<br>
<em>Dannazione! Che diavolo c’è ancora?</em><br>
Un lampo squarciò il cielo grigio, il temporale ormai imminente. Sbuffando notò che nella colonna a fianco le auto presero a muoversi lentamente, mentre la sua era ferma. Studiò il momento migliore per cambiare corsia, ma una manciata di secondi dopo si affiancò nuovamente la Smart.</p>
<p>Il tizio alla guida si rivelò essere in realtà una donna.<br>
<em>Cazzo! Pure una donna al volante…</em><br>
Una donna piuttosto bella. Disinvolta, attraente, sicura di sé.<br>
La donna avanzava piano piano superando il suv. Gli sguardi s’incrociarono. Lei, con un sorriso giocondino, guardava lui, bloccato nel traffico.<br>
<em>Che cazzo ti guardi?</em><br>
Ormai affiancati, mancava un metro o poco più e la Smart gli sarebbe stata di nuovo davanti: lo sguardo della donna, quasi a sottolineare quel pensiero, era fin troppo eloquente. Bloccato e innervosito nel suo sontuoso suv, non resistette alla tentazione di rispondere con un gesto inequivocabile: salutò con un dito medio ben visibile, dritto e teso come un punto esclamativo. Lei non si scompose. Probabilmente se l’aspettava ma, mentre la sua colonna avanzava lentamente, rimase con l’auto ferma, affiancata a lui quel tanto che bastava per assicurarsi la giusta attenzione.<br>
<em>Sarai pure bella, ma vediamo un po’ che fai adesso…</em><br>
Con grande affabilità la donna si portò l’indice sulla bocca. Ma il suo messaggio non era un invito a stare zitto. Allargò il pollice ad angolo retto, mimando una pistola. Poi, con un gesto teatrale, puntò alla ruota del Maserati e socchiuse l’occhio fingendo di prendere bene la mira. Dopo un paio di secondi, premette il grilletto immaginario. Nel frattempo la colonna di auto davanti alla Smart si era sciolta per una decina di metri, qualche clacson di protesta riecheggiò più indietro. Prima di riprendere il suo tragitto, la donna portò la mano alla fronte, salutò cortese e si dileguò nel traffico lasciando il suv incolonnato.</p>
<p><em>Ma tu guarda che idiota! Ce n’è di gente svitata in gir…</em><br>
Il suono di un allarme troncò quel pensiero. La plancia segnalava l’improvvisa perdita di pressione da un pneumatico.<br>
<em>Ma che cazz…</em><br>
La ruota anteriore destra sembrava essersi completamente afflosciata, tanto che il suv pendeva leggermente su un lato. Incredulo, scese veloce a dare un’occhiata approfittando del traffico ancora bloccato. La ruota era completamente a terra. Rimase sbigottito. Come diavolo era possibile? Guardò avanti. La Smart doveva essere tre o quattro macchine più avanti. Non di più. Eppure non c’era. Svanita. Poi di nuovo un lampo e un tuono fragoroso. Cominciò a piovere e non gli rimase altro che risalire in macchina. Il traffico si era ormai incancrenito, ma lui, stordito da quel singolare episodio, non ci faceva più caso. Nonostante la ruota completamente a terra, riuscì con enorme fatica a spostarsi sulla corsia d’emergenza ogni volta che si apriva un piccolo varco tra le auto incolonnate.<br>
Poi rimase lì, quattro frecce lampeggianti, finché il traffico non si sciolse del tutto.</p>
<p>C’era solo una spiegazione su un milione: quella donna aveva notato qualcosa nella gomma, un chiodo, uno spuntone, un qualsiasi oggetto appuntito e aveva scommesso sull’imminente foratura, mimando quel gesto tanto eccentrico quanto bizzarro. Ma due giorni più tardi quell’unica e assurda spiegazione si era dileguata come la Smart in tangenziale.<br>
“E’ lei il proprietario del Maserati?” disse il gommista al telefono. “Senta, non so come dirglielo. Nella gomma abbiamo trovato un proiettile. Non riesco a spiegarmi come mai la gomma non si sia squarciata…”<br>
<em>Sapessi cosa non riesco a spiegarmi io…</em><br>
“…comunque” proseguì “temo che l’assicurazione non copra questo genere di sinistri. O meglio: credo debba passare dai carabinieri a fare una denuncia o qualcosa del genere. Non le saprei dire con certezza, non mi è mai capitata una cosa del genere…”<br>
<em>Bravo… e cosa dico ai caramba? Che ho incontrato una strega in tangenziale? Una strega con la Smart?</em><br>
Mormorò qualche sillaba di consenso e un ringraziamento distratto.<br>
Poi riattaccò, senza aggiungere altro.</p>
<p> </p>
<p><a href="http://retroblog.dariustred.it/category/racconti/"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3677 size-full" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tre-racconti-banner.jpg" alt="Darius Tred - Tutti i racconti" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a> <a href="https://paypal.me/dariustred/0.45" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3679 size-full alignright" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tred-offrimi-un-caffe.jpg" alt="Darius Tred - Offrimi un caffé" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/sorpassi/">Sorpassi</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/sorpassi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">6919</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Cinture posteriori non allacciate</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/cinture-posteriori-non-allacciate/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/cinture-posteriori-non-allacciate/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Aug 2021 20:42:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://retroblog.dariustred.it/?p=6298</guid>

					<description><![CDATA[<p>Questa la pubblico così. Così come mi è arrivata. Si tratta di una mail che mi è stata inviata tempo fa e sulla quale ho riflettuto parecchio, senza tuttavia giungere a una conclusione anche solo plausibile. Devo essere onesto: questo mio indugiare mi ha indotto a “dimenticarla” finché non mi è tornata alla mente per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/cinture-posteriori-non-allacciate/">Cinture posteriori non allacciate</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/cinture-posteriori-non-allacciate/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2021/08/darius-tred-blog-retroblog-racconto-cinture-non-allacciate-150x150.jpg" alt="Cinture posteriori non allacciate" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Questa la pubblico così. Così come mi è arrivata. Si tratta di una mail che mi è stata inviata tempo fa e sulla quale ho riflettuto parecchio, senza tuttavia giungere a una conclusione anche solo plausibile. Devo essere onesto: questo mio indugiare mi ha indotto a “dimenticarla” finché non mi è tornata alla mente <strong><a href="https://www.webnauta.it/wordpress/confidenze-lo-sai-chi-sono/" target="_blank" rel="noopener">per colpa di Barbara</a></strong> ( <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f61b.png" alt="😛" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> ). L’ho dimenticata perché io sono abituato ad approfondire, cercare, capire, spiegare. Indagare, quando possibile. Ma alla fine, a volte, tocca arrendersi all’evidenza senza avere la pretesa di incastrare alla perfezione tutte le circostanze all’interno dei comodi (e rassicuranti) perimetri delle spiegazioni logiche e, perché no, delle spiegazioni scientifiche.</p>
<p>E arrendersi a volte vuol dire incassare il colpo e, pian piano, dimenticare.</p>
<p>Avrei potuto rimaneggiarla, questa storia. Correggerla, perfezionarla. Magari romanzarla. Ma alla fine mi sono limitato a rimuovere quei pochi nomi propri, anche se poi ho maturato una ragionevole certezza che le persone coinvolte non sarebbero mai venute a leggere questo blog (“Cosa sarebbe un blog?”) e né hanno profili social (“Social? Ah, Facebook, <em>Istagam</em>, quelle scemenze lì? Non ho tempo da perdere…”).</p>
<p>Si noteranno varie sgrammaticature, sappiatelo. Qualche apostrofo di troppo, accenti fuori posto. Tempi verbali raffazzonati e congiuntivi liberamente interpretati, se non addirittura omessi. Avrei potuto limare via tutto, sì. Ma poi ho pensato che fanno parte del “folclore” della mail e, limando, forse l’avrei resa troppo artificiale, minandone… … la veridicità.<br>
E quindi mi sono limitato a mettere qualche “@@@” al posto delle parolacce…<br>
Insomma: se davvero volete leggerla, mettete da parte le vostre esigenze di perfezionismo linguistico e grammaticale. Chi scrive è un mio amico ex-collega ed ex-carabiniere, ma dimenticate le solite ironie e non fatevi ingannare dall’informalità della scrittura a briglia sciolta, perchè il “ragazzo” nel frattempo si è laureato (ingegnere) e sta studiando per la seconda laurea.</p>
<blockquote><p>Questa te la devo proprio raccontare. Tu l’altra sera quando parlavamo di fantasmi facevi tanto il figo a dire che no, non esistono, che sono tutte mink@@@ e che la gente oggi si lascia suggestionare per nulla, che c’è sempre una spiegazione a tutto. Come sai a naja ho fatto il carabiniere. Sono passati quasi dieci anni ma questa non me la scorderò mai. Ho fatto in tempo a fare un paio di mesi a uscire in pattuglia la notte. Sai le fiat punto con su i due caramba sfigati che girano, quelli che tutti ci raccontano sopra le barzellette? Ecco, ho provato anch’io anche se sfigati non siamo mai stati. Quando giravamo a vuoto la notte, che non succedeva nulla, facevamo di quelle chiacchierate mirabili con i miei soci, autentici intellettuali in divisa. Vabbè, non divaghiamo.</p>
<p>Una sera ci chiamano a uscire per un investimento. Allora io e il mio socio che eravamo di turno, prendiamo e usciamo e arriviamo sul luogo del misfatto. Sulle prime niente di che. Non era una scena molto diversa dalle solite. Un’auto con la portiera aperta, un’altro paio ferme con le quattro frecce, una persona stesa e l’ambulanza già sul posto che fa le sue solite cose. Grazie al cielo non c’è scappato il morto, nessun ferito grave. C’era sta tipa che piangeva e sto tipo steso a terra con i medici che lo stavano guardando. Il tempo di calmare gli animi, ricostruiamo la scena che mo’ ti descrivo.</p>
<p>La tipa dice di aver investito il tipo. Non era colpa sua, il tipo aveva appena accostato davanti a lei e proprio mentre questa lo stava superando, il tipo apre di colpo la portiera, scende di corsa correndo come un matto. Lei poverina andava piano, ha frenato in tempo ma non ha potuto evitarlo e gli è andato addosso. Steso. Ma non l’ha neanche colpito forte, dice e ripete. Solite cose, insomma. Poi parliamo con quelli dell’ambulanza che sostanzialmente confermano tutto. Il tizio non ha riportato ferite gravi ma lo devono portare comunque al pronto soccorso perchè è sotto choc, sparla. Proviamo a parlarci pure noi ma ci rendiamo solo conto che sparla sì. E’ terrorizzato, dice cose sconnesse. Indica continuamente la sua macchina.</p>
<p>Mo’ veniamo alla sua macchina. E’ ancora lì, quadro acceso, portiera spalancata. Uno dell’ambulanza dice di avere solo spento il motore. Ci avviciniamo e sostanzialmente niente di strano. A parte che sui sedili posteriori sono stipate valigie su valigie. Io e il mio socio ci guardiamo. Boh. Guardiamo di nuovo il tizio investito ma ci sembra più rincogl@@@ ancora. Ha preso a piangere.<br>
“Possiamo guardare?” chiedo. Ma niente, il tizio sparla, si agita ancora di più, gesticola e quelli dell’ambulanza si decidono a somministrargli un calmante. Apro la portiera posteriore e tiro giù una valigia. Ci aspettiamo di tutto. Valigie piene di soldi, droga. Pezzi di cadavere. E invece niente. Le valigie sono vuote. Tutte. Apriamo il baule, aspettandoci di trovarlo pieno. “Se ha riempito i sedili dietro, vediamo che c’è nel baule…” dico al mio socio.<br>
E indovina un pò? Baule vuoto. Niente di niente. Quindi: il tipo ha riempito i sedili posteriori all’inverosimile ma teneva il baule vuoto. Strano, no?</p>
<p>Intanto arriva il capo dell’ambulanza e ci dice che lo portano via. Lo tengono in osservazione una notte in pronto soccorso. Io e il mio socio ci guardiamo. E mo’ che ca@@o facciamo? dico. La tipa alla fine l’abbiamo lasciata andare, non aveva fatto nulla, poveretta. Nel frattempo era arrivato il suo moroso, l’aveva calmata e se l’era riportata a casa. Ci ritroviamo lì io e il mio socio con sta macchina. Fortuna che era accostata lungo una strada dove c’erano parcheggi. Allora salgo, metto in moto e la parcheggio cristianamente, spengo il motore, chiudiamo e la lasciamo lì. Con tutte le valigie vuote nei sedili dietro. Torniamo in caserma e buttiamo giù un verbale provvisorio, in attesa di approfondire meglio la faccenda. Nel frattempo chiamiamo il pronto soccorso e lasciamo detto di farci chiamare dal tizio appena si riprende, così da spiegare l’accaduto e venire a riprendersi le chiavi dell’auto.<br>
Passa una settimana, dieci giorni. Venti giorni.<br>
Un mese.</p>
<p>Richiamo il pronto soccorso e il responsabile mi dice che l’hanno trasferito in psichiatria.<br>
Mink@@, in psichiatria? Addirittura? dico. Intanto ci chiamano i vigili urbani e cominciano a romperci i cogl@@ per la macchina, perché li avevamo informati che l’auto era sotto la nostra cautela, che non vuol dire niente ma che in sostanza sta per “non rompere le palle ai carabinieri che ci stanno lavorando”. Però i vigili rompono lo stesso i cog@@@. Eh quando la spostiamo… ma dov’è il proprietario… eh non possiamo lasciarla lì perché è zona mercato… gli ambulanti continuano a lamentarsi…<br>
Alla fine il maresciallo sbotta e mi dice di andare a prendere sta ca@@@ di macchina e di portarla in caserma. Vado a prenderla. Metto in moto e fa un pò fatica ad accendersi. Sfido, è rimasta ferma un mese. Poi si accende e torno in caserma. Mi sentivo un’idiota. Immagina la scena, un carabiniere che gira con sta ca@@@ di macchina con dietro tutte le valigie. Già sento l’ironia della gente. Però, devo dire, una gran bella macchina. Guida morbida, motore silenzioso. Plancia digitale. Una figata. Prima di arrivare in caserma noto una spia. “Cintura passeggero non allacciata”. Boh. Ca@@o vorrà dire? Accanto a me non ci stava nessuno. Ma non ci penso perché nel frattempo sono arrivato in caserma.<br>
Adesso viene il bello, tieniti forte.</p>
<p>Dopo un paio di giorni si presenta la sorella del tizio steso. Arriva, solite menate burocratiche, timbro, firma poi la porto nel parcheggio della caserma che sta sul retro. Questa arriva, osserva la macchina e dice: “Alla fine l’ha fatto veramente…”<br>
“Cosa, signorina?”<br>
“Le valigie.”<br>
Poi la signorina mi chiede chi ha portato l’auto in caserma.<br>
“Io, signorina…”<br>
“E ha notato niente di strano mentre la portava qui?”<br>
No, dico. A parte le valigie vuote sui sedili dietro, il baule vuoto, eccetera eccetera.<br>
La tipa resta in silenzio, un po’ indecisa.<br>
“Signorina” dico io “se c’è qualcosa che ci deve dire, le consiglio di farcelo sapere perché la faccenda è piuttosto strana…”<br>
La tipa resta ancora in silenzio e poi dice: “E’ sicuro di volerlo sapere?”<br>
Io resto lì come un pirla e questa attacca a parlare.</p>
<p>E mi racconta di suo fratello. Che due anni prima aveva cambiato lavoro e che da quando aveva cambiato lavoro faceva i turni. Faceva sempre la stessa strada per andare al lavoro, quella che passa davanti al parco dei germani, davanti al cimitero, davanti alla serra, davanti al tabaccaio. Sì, sì, ho capito, penso. Io l’ascolto e non capisco che ca@@o centra con tutta questa storia, ma la lascio parlare. Poi a un certo punto suo fratello cambia macchina, compra questa, mi dice. E quando va al lavoro al turno di notte, e passa davanti al parco dei germani, davanti alla serra, eccetera, eccetera, con questa macchina tutta superaccessoriata, ad un certo punto comincia ad accendersi questa spia, mi dice.<br>
Cinture posteriori non allacciate.<br>
Lì per lì non ci fa caso, poi la cosa lo infastidisce. Ca@@o, dice. La macchina è nuova, non può avere già problemi con la centralina elettronica. La fa controllare e sì, effettivamente c’erano dei problemi. La sistemano, tutto a posto. Ma poi il problema si ripresenta. Sempre quella spia. La riporta a far vedere ma stavolta no, è tutto a posto. Guardi le faccio vedere, gli dicono. Se mi siedo e non metto la cintura, lei come mette in moto, la spia lo segnala.<br>
Cinture posteriori non allacciate.<br>
Il fratello rimane paraflashato da quella frase: “Se mi siedo e non metto la cintura”.<br>
Vuol dire che qualcuno si siede? Fa due più due: la notte, sempre la stessa strada, il parco dei germani, la serra, il tabaccaio. Il cimitero. E la spia che s’accende. E’ l’inizio della fine.</p>
<p>Comincia a diventare paranoico. Quando va al lavoro di notte, percorre diverse strade. E perché diventa paranoico? Diventa paranoico perché la spia non si accende quando fa strade diverse. Ma quando di notte va al lavoro, e passa davanti al parco dei germani, e davanti al cimitero. Su quella strada, e solo su quella strada, e solo quando passa di notte, la spia si accende. Sempre.<br>
Cinture posteriori non allacciate.<br>
Suo fratello comincia a inquietarsi, ne parla con qualche amico, ne parla con lei (la sorella). E’ inquieto, non dorme più la notte. Poi un giorno svalvola e decide di riempire i sedili posteriori con borsoni e valigie vuote. Così non può sedersi più nessuno, pensa. Una soluzione assurda per un problema assurdo. Ormai il fratello ha manie di persecuzione e nella foga di smentire queste sue inquietudini passa un paio di notti davanti al cimitero. E inspiegabilmente la faccenda sembra risolversi. Si rincuora. Forse si è immaginato tutto. Forse uno scherzo beffardo del caso, oltre che della centralina elettronica.</p>
<p>Decide di passarci davanti una terza volta, mentre va al lavoro per il turno di notte. E passa da quella strada. Passa davanti al parco dei germani. E davanti al cimitero.<br>
Ma la spia si riaccende.<br>
Ma non dice più “Cinture posteriori non allacciate”. Eh, no. Perché dietro ci stanno le valigie… … … …<br>
Dice “Cintura passeggero non allacciata”. E’ la fine.<br>
Qualcuno si è seduto di fianco a lui?<br>
Accosta terrorizzato e senza pensarci si butta fuori dalla macchina.</p>
<p>Il resto della storia la conosci. Ogni tanto ci ripenso.<br>
La spia si era accesa anche con me, quando avevo guidato quella macchina per portarla in caserma.</p>
<p>Minkia.</p>
<p>Alla fine la signorina si è ripresa l’auto.<br>
E io ho stracciato la bozza del verbale di quella sera. Ma, come vedi, non è bastato per dimenticare.</p></blockquote>
<h2>Facciamo un salto sul posto?</h2>
<p>Signori, ecco a voi il Parco Azzurro dei Germani, teatro “indiretto” di questa avvincente (?), divertente (?), inquietante (?) storiella vera (?). E mentre decidete l’aggettivo migliore, fatevi un giro virtuale.<br>
Senza guardarvi alle spalle.</p>
<p>Se invece decidete di passarci in auto, mi raccomando: allacciate bene le cinture. In tutti i sensi.</p>
<p><iframe loading="lazy" style="border: 0;" src="https://www.google.com/maps/embed?pb=!4v1628781288686!6m8!1m7!1sCtY7kXMV_uRb9iy_88zcKw!2m2!1d45.52345976482693!2d9.341378939723427!3f180!4f-5.722248911175328!5f0.7820865974627469" width="600" height="450" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/cinture-posteriori-non-allacciate/">Cinture posteriori non allacciate</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/cinture-posteriori-non-allacciate/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">6298</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Angeli, diavoli e trisavoli</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/angeli-diavoli-e-trisavoli/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/angeli-diavoli-e-trisavoli/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jul 2021 20:39:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://retroblog.dariustred.it/?p=6270</guid>

					<description><![CDATA[<p>Questa è una storia di diavoli, questa è una storia di trisavoli. E’ una storia di passioni e di emozioni, ma anche una storia di sottili apparenze, dove non tutto è come sembra, non tutto è come appare. Non vi è traccia di maligno, nulla di sinistro e di inquietante perché il diavolo, qui, è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/angeli-diavoli-e-trisavoli/">Angeli, diavoli e trisavoli</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/angeli-diavoli-e-trisavoli/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2021/05/darius-tred-blog-retroblog-triangoli-fantasma-150x150.jpg" alt="Angeli, diavoli e trisavoli" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p><em><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-3076" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/10/capolettera-uno.jpg" alt="" width="198" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;">Questa è una storia di diavoli, questa è una storia di trisavoli. E’ una storia di passioni e di emozioni, ma anche una storia di sottili apparenze, dove non tutto è come sembra, non tutto è come appare. Non vi è traccia di maligno, nulla di sinistro e di inquietante perché il diavolo, qui, è inteso nel senso più essenziale e innocuo del suo significato: “diavolo” è semplicemente colui – o ciò – che divide. La nostra vita, in un certo senso, è piena di diavoli: persone, eventi, circostanze ma anche occasioni, opportunità, sfide che ci mettono di fronte un bivio, costringendoci a una scelta. E questi diavoli dividono. Dividono sempre. Dividono ciò che sarà da ciò che potrebbe essere, ciò che è stato da ciò che non è stato. A volte ciò che ci divide è sotto il nostro controllo. Altre volte no. E il destino ce lo ricorda spesso. Il Destino stesso, in un certo senso, è un Diavolo: decide per noi. Divide per noi. Soprattutto decide – e divide – quando meno ce lo aspettiamo. Ma non tutto ciò che viene diviso rimane diviso per sempre. Questa è la mia storia. Come dicevo, una storia di diavoli, una storia che comincia quand…</em></p>
<p>Suonò il campanello. Elda fissò l’orologio sulla parete, infastidita più dalla brusca interruzione della sua vena creativa che dall’ora. Marcello era in anticipo. E non era un buon segno.<br>
“Ti prego! Vendimi il manoscritto. Sono disposto a coprirti di soldi…” supplicò appena entrato.<br>
Elda sospirò imbarazzata. Aveva sospettato subito che quel nuovo incontro richiesto da Marcello, il “grande scrittore”, non sarebbe stato facile: e vederlo entrare in ginocchio nel suo studio, con la faccia nascosta da un mazzo di rose rosse, era stato un autentico colpo. Voleva essere simpatico, lui. Cordiale, affabile, accattivante. Si aspettava che avrebbe tentato di ammorbidirla in tutti i modi. Ma quell’entrata così teatrale non aveva fatto altro che complicare le cose. Il contratto era chiaro.<br>
“Marcello. Il contratto parla chiaro” disse lei dando voce a quell’ultimo pensiero. “Io sono la tua ghost writer. Abbiamo concordato una trilogia e hai avuto i tuoi tre romanzi” rispose.<br>
“Ho bisogno del quarto! So che l’hai scritto.”<br>
Elda si morse il labbro per essersi fatta scappare quella mezza confidenza nell’incontro precedente. Quando la trilogia era ancora una trilogia.<br>
“Il quarto romanzo è inutilizzabile, ormai!” sbottò lei stizzita.<br>
“Posso aggiustare tutto”.<br>
“No. Lo sai che non puoi. Lo sai benissimo. E comunque anche questo è regolato dal contratto. Io sono la tua ghost. Una volta avuti i manoscritti, puoi farci quel che vuoi. Ogni responsabilità è tua. Nel bene e nel male. A me i soldi pattuiti, a te la ricchezza, la fama, i diritti. Tutto. Puoi farci quel che vuoi. Ora sei una star internazionale…”<br>
“Hai ragione, hai ragione. Abbiamo già discusso questo particolare. Ma l’ultimo romanzo della trilogia era troppo lungo e l’editore ha deciso di dividerlo in due parti…” <em>Dividerlo in due parti</em>, pensò Elda. <em>Diavolo d’un editore</em>.<br>
“…trasformando la trilogia in quadrilogia, ma sempre tre romanzi sono!” esclamò lei.<br>
“…è stato inevitabile. I costi di stampa, la distribuzione, milleseicento pagine erano troppe… lo sai come funziona.”<br>
“…fandonie! Sai benissimo che l’hanno diviso per incrementare le vendite. Si fanno più soldi con quattro romanzi, anziché con tre. E comunque non è questo il problema…” Elda si bloccò incredula. Marcello stava piagnucolando.<br>
“Lo so, lo so, lo so! Ho sbagliato tutto! Tutto!”<br>
Aspettò che si calmasse. Non voleva infierire troppo.</p>
<p>Marcello aveva commesso un errore madornale. Non solo aveva permesso che il terzo romanzo venisse diviso in due parti, ma aveva lasciato carta bianca all’editore, lasciando che il suo editor si occupasse di variarne il finale, stravolgendo così il senso di tutta la storia. Come se non bastasse, in quel dannato pasticcio erano stati invertiti alcuni ruoli dei personaggi. Il tutto senza che Marcello quasi se ne accorgesse, preso com’era dagli sviluppi di una possibile trasposizione televisiva. E ora le rotative di stampa giravano già a pieno ritmo.<br>
“La storia è sacra” riprese Elda. “Tu non la dovresti cambiare. Perché le mie storie, sono vere. Questo non è regolato dal contratto, ma fa parte delle tue responsabilità. Se decidi di cambiare la storia, ne subirai le conseguenze. Ma io non esisto. Sono solo la tua ghost. Anche volendo, non posso aiutarti.”</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-3077" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/10/capolettera-due.jpg" alt="" width="198" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;">Il mazzo di rose giaceva per terra scomposto. Marcello alla fine si era deciso ad andarsene. E finalmente Elda poté togliersi la maschera. <em>Che ironia</em>, pensò. <em>Una ghost writer costretta a usare la maschera.</em></p>
<p>I suoi clienti avevano sempre pensato che fosse un tantino eccentrica. Incontri solo nel suo studio, solo dopo mezzanotte, e lei sempre con questa maschera veneziana che la rendeva praticamente irriconoscibile. Ma era uno stratagemma a cui aveva deciso di non rinunciare più, dopo che l’ultimo scrittore prima di Marcello si era trasformato in uno stalker insistente, attratto più dalla sua bellezza che dai suoi romanzi. Era passata una vita. <em>Letteralmente</em>. E la vita che era “passata” era proprio la sua. Sembrava ieri. <em>Diavolo d’un Destino!</em></p>
<p>“Quando ti deciderai a dirglielo?”<br>
Federico era comparso alle sue spalle, dopo aver visto dalla finestra l’auto di Marcello svoltare lontana in fondo al viale. Aveva assistito a tutta la scena da dietro la libreria. E non gli era piaciuta per niente. La finta parete piena di libri nascondeva un piccolo antro con una poltrona, dove alcune fessure invisibili permettevano di tenere bene in vista gli incontri di Elda. Altro stratagemma “antistalker”. Federico aveva così potuto assistere alla sceneggiata di Marcello, percependo quel brivido d’imbarazzo che aveva provato la stessa Elda.<br>
Quella posa da cascamorto era davvero poco dignitosa, anche se gli aveva provocato una punta di gelosia, visto il noto fascino dello scrittore. Si era sempre chiesto se lo invitassero in tv più per il suo appeal, che per la sua bravura. E conosceva la risposta, dato che la “sua” bravura era in realtà bravura di Elda.<br>
“Il contratto parla chiaro, Federico. Tre romanzi. Punto. Io il quarto l’ho scritto perché la storia, in fondo, è mia, tengo i personaggi in punta di dita. La conosco, la sento. Diciamo che ho avuto bisogno di scriverla. L’ho fatto per me stessa. E poi, lo sai. Marcello sapeva già che esiste un quarto romanzo, mi sono tradita l’altra volta…”<br>
“Non mi riferivo a quello…” la interruppe lui.<br>
Elda lo fissò, in attesa che si spiegasse.<br>
“Dovresti dirgli che non sei solo una ghost writer…” proseguì Federico.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-3078" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/10/capolettera-tre.jpg" alt="" width="198" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></p>
<p>“Stai scherzando? Non mi tentare…” <em>Diavolo d’un Federico!</em><br>
“No, non sto scherzando” rispose. Ma lui scoppiò subito a ridere, tradendo la sua finta serietà in un amen.<br>
“E cosa dovrei dirgli, secondo te? Dovrei raccontargli la mia storia? Mi riderebbe in faccia…” riprese Elda.<br>
“Be’, se non altro, non se ne andrebbe via piagnucolando” disse lui, volgendo lo sguardo al viale fuori dalla finestra.<br>
“Siamo seri, per favore.”</p>
<p>Federico, che ora sedeva al posto di Marcello, fissò le rose rosse buttate sul pavimento. “Qui finisce male. Come l’altra volta”. Le aveva gettate Marcello prima di andarsene, con un ultimo gesto di stizza fin troppo plateale.<br>
Lei rimase per un attimo perplessa. Aveva captato subito l’allusione di Federico. Lo scrittore di allora, Andrea, aveva tentato di suicidarsi prima di finire la sua esistenza eroso dalla depressione. <em>E dai suoi diavoli</em>, ripensò Elda.<br>
“Avrebbe dovuto rimanere dov’era e continuare a fare il giornalista, se solo sua moglie non l’avesse convinto a intraprendere la carriera di scrittore… Diavolo d’una moglie”.</p>
<p>Si era chiesta a lungo, non senza sensi di colpa, se l’avergli fatto da ghost writer fosse stata la scelta giusta. Scelta sua o scelta di Andrea? In ogni caso, ad ogni elaborato consegnato, l’invidia di Andrea cresceva palpabile, finché la collaborazione non divenne un morboso rapporto di pericolosa sudditanza psicologica. <em>“Perché sei così brava a scrivere? Perché non sono bravo come te? Perché tu hai sempre idee così brillanti?”</em>. A volte sentiva riecheggiare ancora quelle domande nella sua mente, quando la sua vena creativa non le lasciava tregua.</p>
<p>Forse Andrea sarebbe ancora in vita se avesse avuto un’altra ghost writer.<br>
Forse lei stessa era stata un diavolo per lui? Aveva diviso la sua vita, dandole una direzione fatale?<br>
Tornò al suo lavoro.</p>
<p><em>Come dicevo, una storia di diavoli e di trisavoli. Dicono che quando stai per morire rivedi tutta la tua vita in pochi secondi. Non saprei dire se quello che ho visto io rappresentasse davvero tutta la mia vita ma di sicuro ho rivisto i momenti salienti, tutto ciò che è stato determinante, tutti i bivi incontrati, tutte le persone che mi hanno cambiata, tutti gli eventi che hanno determinato il corso della mia esistenza. Tutti i miei diavoli, insomma. E’ stata quella manciata di secondi in cui sono uscita di strada. Sentivo di rotolare rovinosamente verso il fondo della scarpata. Ogni botta, un fotogramma della mia vita. Un </em>diavolo<em>. Ma in quegli stessi istanti osservavo da lontano la mia auto accartocciarsi, rimbalzo dopo rimbalzo. Mi vedevo dentro ma ero già fuori. E prima che l’angoscia pulsante mi permettesse di capire realmente, ciò che stava accadendo era già accaduto. Il Destino, Diavolo per eccellenza, aveva già deciso. E aveva diviso. Diviso la mia anima, che osservava placida, dal mio corpo che giaceva immobil…</em></p>
<p>Il telefono prese a vibrare. Federico, ancora seduto di fronte a Elda, osservò il display. Il numero di Marcello. Ancora lui. Fissò Elda con uno sguardo interrogativo per capire cosa intendesse fare. Ma il telefono vibrò a lungo, senza risposta.<br>
“Dovresti deciderti a dargli il benservito una volta per tutte!” l’apostrofò lui. “O devo pensare che hai un debole per il grande scrittore?” Elda sorrise compiaciuta. Adorava la sua sottile gelosia.<br>
Si alzò e, lentamente, si sedette a cavalcioni in braccio a Federico. Lo abbracciò, appoggiando la fronte contro la sua, pronta a caricare il momento con tutta la sua fisicità femminile. Non avrebbe mai smesso di ricordargli che, nonostante la sua singolare condizione, era ancora in qualche modo viva. <em>Presente</em>.</p>
<p>Federico le baciò la lieve cicatrice che aveva sulla guancia, altro motivo per cui Elda indossava la maschera nei suoi incontri. Un ricordo dell’incidente. Non ne era uscita sfigurata ma, insomma, il segno era rimasto. E, benché la trovasse sexy, quel segno ricordava a entrambi il tragico evento.<br>
Nulla era più come prima.<br>
Erano sposati da meno di un anno e, come tutti gli sposini, avevano grandi sogni.<br>
Qualche viaggio esotico, una casa più spaziosa, grandi prospettive di carriera. Una famiglia.</p>
<p>Poi l’incidente, a spezzare tutto quanto. Ma, nonostante tutto, erano ancora insieme. Ed era quello che contava più di ogni altra cosa. Ogni volta che si abbracciavano forte, lo ricordavano entrambi. Ma quella tragica fine era stata anche un insperato inizio. Elda sapeva che le sue storie erano così avvincenti e potenti proprio perché reali.<br>
<em>Le vedeva</em>.<br>
Certo, non erano storie di quella realtà. Appartenevano a quella sorta di dimensioni immaginarie che lei vedeva nel suo girovagare per i meandri delle realtà parallele, realtà che spesso erano il passato di quella vita reale che aveva abbandonato, prematura, dopo l’incidente. Dio, quante storie! Quante verità sepolte dalle apparenze, quante anime che reclamavano giustizia. Le vicende di cui scriveva erano così ricche di particolari che, quando decideva di scriverle, ne usciva sempre quella formidabile essenza magica, quell’alchimia che rendeva così vividi e ben congegnati i suoi intrecci.</p>
<p>L’incidente, oltre ad aver stravolto le loro vite, le aveva portato quel dono. O quella maledizione. Anche se in realtà tutto aveva avuto inizio con quell’incontro, al quale tornava spesso con la mente.</p>
<p>Si era ritrovata improvvisamente a camminare su un prato di montagna sotto un magnifico cielo irreale: di fronte a lei un tramonto, alle sue spalle un’alba. Tre soli e quattro lune, qualche stella che tentava di farsi spazio in mezzo a grandi e imponenti nuvole sopra la sua testa. Nuvole gonfie, grigie, blu, e un temporale che scricchiolava loro dentro. Uno scenario incredibile, fatto di giorno e notte insieme, di calma e tempesta. Di fine e inizio.<br>
“Benvenuta, Elda.”<br>
Si voltò e si accorse di non essere sola.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-3079" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/10/capolettera-quattro.jpg" alt="" width="198" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;">Una quercia secolare si era materializzata al suono di quella voce, e sotto, seduto a un tavolo di legno massiccio, stava lui. Una figura sorridente, biancovestita, con una barba chiara, incolta ma ordinata. Scriveva su fogli utilizzando uno stiletto appuntito ricavato sapientemente da un ramoscello, col quale attingeva da una ciotola di legno impregnata di rosso. Accanto, una tavolozza da pittore era coperta da more, lamponi, mirtilli, tutti pigiati: l’inchiostro della stessa ciotola.<br>
Sull’altro lato del lungo tavolo, un po’ tondo, un po’ arcuato, tre figure concentrate su una strana scacchiera esagonale, impegnate in una partita a scacchi a tre, ciascuno con i propri pezzi. Accanto al tavolo un pianoforte e una donna che vi suonava piacevoli melodie.<br>
“Dove sono?” disse Elda.<br>
“Dove non dovresti essere” rispose l’uomo senza distogliere lo sguardo dalla sua scrittura.<br>
“E tu chi sei?” domandò lei. L’uomo sorrise divertito.<br>
“Sono Guglielmo. Scrivo storie. E sto scrivendo la tua.”</p>
<p>Notava in lui un che di familiare, qualcosa che le ricordava il nonno.<br>
“Siamo i tuoi trisavoli” disse indovinando il suo pensiero.<br>
Stupefatta, Elda osservò quella scena con occhi nuovi. Le tre figure intente a giocare a scacchi, la donna che leggiadra suonava il pianoforte. Davvero erano tutti suoi antenati?<br>
“Sosteniamo il tuo destino” aggiunse Guglielmo.<br>
“…il mio destino? E allora cosa ci faccio qui?” rispose lei impulsiva.</p>
<p>Guglielmo fissò l’orizzonte quasi a cercare una risposta nelle nuvole. Poi stese una mano e quel prato immenso, come per magia, si popolò di alberi maestosi a perdita d’occhio. Ogni albero, un tavolo. Ogni tavolo uno scrittore e figure chine su scacchiere esagonali. L’aria si riempì di un’armonia di musiche di pianoforte.<br>
“Moltissimi di voi possiedono un albero…” disse Guglielmo.<br>
Elda guardò stranita quello scenario.<br>
“Che fanno? Perché giocano a scacchi? E perché suonano?”<br>
Guglielmo sorrise.<br>
“Non stanno giocando a scacchi” rispose. “Stanno osservando le mosse”.<br>
Elda guardò con attenzione la curiosa scacchiera esagonale che vedeva lì vicino.</p>
<p>Su di essa erano disposti tre gruppi di pezzi ma si accorse che non erano normali pezzi da scacchiera.<br>
Avevano le forme più insolite, ma soprattutto, di tanto in tanto si muovevano da soli, come mossi da forze invisibili. I suoi tre antenati non parevano percepire la sua presenza, presi com’erano a osservare con attenzione l’evolversi di quello strano gioco. Ogni qualvolta un pezzo si muoveva improvvisamente, essi rispondevano saltuariamente con una contromossa.<br>
“Chi muove i pezzi?” chiese Elda.<br>
“Il destino. Nel bene e nel male. E loro cercano di sostenerlo. O di ostacolarlo.”<br>
“Non capisco…”<br>
“Non lo puoi capire.”<br>
“Cosa significano quei pezzi? Perché sono divisi in tre gruppi?”<br>
“La scacchiera rappresenta il tempo. Il tuo presente. Il tuo passato. E il tuo futuro. Finché siete in vita non potete capire, né percepire questo equilibrio. Vivete in un mondo tridimensionale e pensate che il tempo sia una linea retta. Ma in verità le dimensioni sono sei e il tempo è circolare…” proseguì Guglielmo. “E’ una sorta di spazio esadimensionale. E’ molto complesso da capire, ma qualcuno di voi ci sta arrivando: lo chiamate spazio di Calabi-Yau.”</p>
<p>In quel momento, la musica del pianoforte si fece più profonda e sembrò dettare un cambio di ritmo: la scacchiera prese a ruotare lentamente su se stessa e i tre antenati, forse abituati a quella regola periodica, aspettarono che terminasse quel movimento per poi ritrovarsi di fronte il bordo fino a poco prima limitrofo, con i relativi pezzi disposti.<br>
“Che succede?”<br>
“Ogni volta che ruota la scacchiera, il tuo destino sta cambiando. Ecco che compaiono tre nuovi pezzi” spiegò Guglielmo. Il centro dello scacchiere si illuminò d’una breve luce intensa. “In realtà è un singolo pezzo, proiettato nel tuo passato, nel tuo presente e nel tuo futuro. Un nuovo evento, una nuova persona, una sfida. Sono momenti in cui devi fare delle scelte. A volte sono scelte che dividono le tue linee del tempo. E noi cerchiamo di unirle, se possiamo.”<br>
Elda, per quanto stupefatta da quelle rivelazioni, scoppiò in un pianto dirotto: poter osservare tutto ciò con distacco le aveva improvvisamente ricordato che la sua vita doveva essere finita. Guglielmo le posò delicatamente una mano sulla spalla, quasi a confermare quel suo ultimo pensiero.<br>
“…dunque… è finita?”</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-3080" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/10/capolettera-cinque.jpg" alt="" width="198" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"> Elda piangeva. Il suo pensiero andò a Federico.<br>
Guglielmo non rispose subito a quella domanda.<br>
“Il destino a volte è crudele” disse poi. “Impone scelte. Tuttavia puoi decidere se proseguire o tornare indietro.”</p>
<p>A quelle parole, oltre gli alberi prese vita un bosco maestoso, il cui limitare copriva un pendio che saliva dolcemente oltre le nuvole.<br>
“Se vuoi, il buon Dio è in quel bosco, da qualche parte oltre le nuvole… Ma ti avverto: se decidi di proseguire non potrai più tornare indietro.”<br>
“…si può tornare indietro?”</p>
<p>Guglielmo chinò il capo di lato, con un sorriso indecifrabile.<br>
“Si può tornare indietro…” confermò ripetendo le sue parole. “Ma è davvero questo che vuoi? Niente sarà più come prima. La tua anima è entrata in contatto con il dominio dell’energia. E ciò ti ha aperto tutti i canali.”<br>
A quelle parole enigmatiche, Guglielmo cercò di spiegarsi allargando le braccia e indicando gli alberi, il pendio, il bosco davanti a loro.</p>
<p>“Tutto questo è energia. La vita è energia, l’amore è energia. Il destino! E’ energia. Pochi di voi sono tornati indietro. E lo ricordano come un paradiso. Ma poiché vi siete avvicinati molto al vostro Albero della Conoscenza…” proseguì indicando la quercia “…avete acquisito inconsapevolmente molte risposte. Tornando indietro potreste dominare molte scienze, potreste avere il pieno dominio di molte arti. Se lo farete con saggezza, potrete tornare qui un giorno. In ogni caso, niente sarà come prima. Dunque, è davvero questo quel che vuoi?” ripeté Guglielmo.<br>
Elda piangeva. Non aveva ben chiaro il senso di quelle parole.<br>
“Voglio tornare da Federico” rispose sincera. Era tutto quello che voleva.<br>
“Lo stavo per scrivere…” disse lui, come se conoscesse già la risposta. “Potrai tornare presto.”<br>
Si avvicinò a lei, etereo, i tratti vibranti, vividi ma allo stesso tempo indefiniti. Con un ultimo caldo sorriso le asciugò le lacrime, accarezzandole la guancia.</p>
<p>Fu in quel momento che finì tutto.<br>
Il dolore della cicatrice, toccata dalla carezza di Guglielmo, la riportò di colpo nel giardino di casa, di nuovo sotto un albero. Era notte. Di fronte a lei, seduto sotto il pergolato, Federico con gli occhi sgranati.<br>
Come se avesse visto un fantasma.<br>
Solo dopo capì di esserlo diventata <em>veramente</em>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-3081" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/10/capolettera-sei.jpg" alt="" width="198" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;">L’incontro con Guglielmo doveva essere stato il suo coma, quei tre giorni prima della morte. Tre giorni d’inferno in cui Federico aveva temuto il peggio.<br>
Le raccontò la sua angoscia, la sua disperazione, le sue lacrime. Poi non ci fu più nulla da fare. Il peggio era arrivato: morte cerebrale.<br>
Elda, a quelle parole, si era chiesta quanto potesse essere davvero durata quella conversazione sotto la quercia. Per Federico era seguito un lugubre mese dissoluto. Quindi quell’incontro con Guglielmo, di qualunque natura fosse stato, era avvenuto fuori dalla realtà e fuori dal tempo.<br>
Un’esperienza di pre-morte?</p>
<p>Impossibile saperlo. Ma era accaduto <em>realmente</em>.<br>
E in qualche modo Elda era tornata. Tornata tra le braccia di Federico. La vita non era più la stessa. L’aveva avvertita, Guglielmo. Il suo corpo, se così poteva chiamarlo, era diventato energia pura: solo l’amore, anch’esso energia, le conferiva una certa fisicità. E solo accanto a Federico poteva sentirsi più presente, poteva abbracciare e sentirsi abbracciata. I giorni che seguirono la notte del suo ritorno erano stati i più difficili e surreali.</p>
<p>Federico ed Elda fecero molta fatica a non perdere il contatto con la realtà e avevano capito che non potevano più stare lì a vivere. Troppe persone avrebbero fatto troppe domande. In pochissimo tempo Elda sarebbe diventata un caso mediatico senza precedenti: come poteva spiegare il suo ritorno? Come spiegare il suo nuovo status? La sua anomala esistenza sarebbe diventata presto ingombrante, sollevando questioni inspiegabili per il mondo della scienza e per le grandi autorità religiose. Si sarebbe sentita presto la causa di crisi di certezze, le credenze consolidate sarebbero state messe a dura prova minando la fiducia della gente comune, fino a innescare, forse, destabilizzazioni sociali. Quegli stessi pensieri, così lucidi, profondi e al limite della chiaroveggenza, l’avevano stupita. Facevano forse parte di quanto predetto da Guglielmo?<br>
<em>“Potreste dominare molte Scienze, potreste avere il dominio di molte Arti”</em>. In una parola: la Conoscenza.<br>
<em>“Niente sarà come prima”</em>.<br>
Molto meglio sparire, allora. In tutti i sensi. E Federico, che aveva condiviso fin da subito quei suoi pensieri ascoltando più volte il racconto del singolare incontro con Guglielmo, era pronto a tutto. Anche a trasferirsi altrove, se necessario. Era pronto a sparire con lei, pronto a ricominciare in qualche modo una nuova vita.<br>
Non era la vita che avevano sognato. Ma in fondo cosa importava? Se il destino li avesse davvero divisi per sempre, la loro vita sarebbe stata comunque diversa. Ora, oltre all’amore ritrovato, Elda sentiva una nuova energia che l’animava, l’energia della verità, delle storie che solo i suoi occhi di fantasma le permettevano di vedere. Vedeva vicende, percepiva passioni, sentiva echi, incontrava anime vaganti. E sentiva il forte impulso di scrivere le loro storie, quasi temendo che svanissero per sempre.</p>
<p>E quale migliore soluzione se non quella di fare la ghost writer?<br>
Quand’era in vita era decisamente abile a scrivere. Sapeva il fatto suo. Ora le sue storie erano potenti.<br>
Solo doveva gestire gli scrittori. Ma in questo l’aiutava Federico. E, in fondo, era molto più bravo di lei.</p>
<p>Questa era dunque la sua nuova vita. Un giorno avrebbe dovuto scrivere anche la sua, di storia.<br>
Ma forse la stava già scrivendo Guglielmo, da qualche parte sotto la sua quercia.<br>
Con un vivido inchiostro di more e lamponi.</p>
<p> </p>
<p><a href="http://retroblog.dariustred.it/category/racconti/"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3677 size-full" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tre-racconti-banner.jpg" alt="Darius Tred - Tutti i racconti" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a> <a href="https://paypal.me/dariustred/0.45" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3679 size-full alignright" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tred-offrimi-un-caffe.jpg" alt="Darius Tred - Offrimi un caffé" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/angeli-diavoli-e-trisavoli/">Angeli, diavoli e trisavoli</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/angeli-diavoli-e-trisavoli/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">6270</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Caccia alla volpe di notte nel bosco</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/caccia-alla-volpe-di-notte-nel-bosco/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/caccia-alla-volpe-di-notte-nel-bosco/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Jan 2021 06:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Ricconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://retroblog.dariustred.it/?p=5923</guid>

					<description><![CDATA[<p>Questo che state per leggere è un ricconto. Non ricordo dove ho rubato questa parola, che non è mia, e che non è una parola che si trova sul vocabolario. Ma ha una sua elegante efficacia in fatto di sintesi: racchiude in un solo termine il ricordo narrato in un racconto cercando, allo stesso tempo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/caccia-alla-volpe-di-notte-nel-bosco/">Caccia alla volpe di notte nel bosco</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/caccia-alla-volpe-di-notte-nel-bosco/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2021/01/darius-tred-blog-montagne-bosco-arcobaleno-150x150.jpg" alt="Caccia alla volpe di notte nel bosco" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Questo che state per leggere è un <strong><em>ricconto</em></strong>. Non ricordo dove ho rubato questa parola, che non è mia, e che non è una parola che si trova sul vocabolario. Ma ha una sua elegante efficacia in fatto di sintesi: racchiude in un solo termine il <strong>ric</strong>ordo narrato in un rac<strong>conto</strong> cercando, allo stesso tempo (e qui dovrebbe entrare in gioco la bravura di chi scrive), di regalare una qualche <strong>ricc</strong>hezza a chi legge, fosse anche solo effimera e passeggera, come il sorriso di chi ha vissuto la medesima esperienza.</p>
<p>Il ricordo è del sottoscritto, chiaramente. E risale ai primi anni ’90.<br>
Stiamo parlando quindi di circa trent’anni fa ma forse fa più effetto dire che risale al secolo scorso.<br>
Anzi: al millennio scorso.</p>
<p>E’ una calda e fresca estate: calda di giorno, e fresca, molto fresca, di notte.<br>
Siamo a Madonna di Senales, nel cuore della Val Senales, in Alto Adige. E ci troviamo in campeggio. La parola “campeggio” per chi non lo sapesse, ha un’eco profonda nella gente della mia città. Per i più richiama infatti una vacanza in tenda, a contatto con la natura. Ma per “noi altri”, specialmente quelli che sono cresciuti all’ombra del campanile e sui campetti dell’oratorio, il Campeggio (con la “C” maiuscola) era qualcosa di magico: due settimane in vacanza con gli amici, lontano da mamma e papà. Ed eravamo tutti noi ragazzi, più o meno della stessa età, in vacanza con i rispettivi educatori e catechisti, solitamente gli stessi che ci tenevano a bada nel corso dell’anno la domenica pomeriggio in oratorio.</p>
<p>Insomma, il Campeggio era un “must”: se andavi in oratorio tutte le domeniche, d’estate non potevi mancare in Campeggio perché era lì che succedevano le cose più belle, le avventure più divertenti, era lì che facevi le partite e i tornei più memorabili, le gite indimenticabili. Era lì che potevi fare le ore piccole, dimenticando per qualche tempo la scuola, i compiti, la famiglia, le ansie, le paure della crescita.<br>
Per farla breve, era lì in Campeggio che dovevi <strong><em>esserci</em></strong>.<br>
E io ho avuto l’enorme fortuna di esserci stato, per ben undici estati di fila. Di ricordi ne ho a bizzeffe e ancora oggi capita spesso di riderci sopra con gli amici, nonostante siano passati decenni.</p>
<p>Uno di questi è il <em>ricconto</em> che voglio rivivere oggi: Caccia alla Volpe.<br>
Naturalmente non si trattava di una battuta di caccia. Si trattava di un gioco di gruppo che durava tutto il pomeriggio quando il tempo lo permetteva. Il gioco era piuttosto semplice e si svolgeva nel bosco che si trovava intorno al Campeggio: un gruppo di educatori si travestiva da Volpe usando abiti sgargianti, cappelli e improbabili code di stoffa. Con circa mezz’ora di anticipo si incamminavano per andare a nascondersi nel bosco circostante al campo, mentre noi ragazzi venivamo rinchiusi nel grande tendone centrale in modo da non vedere le direzioni prese dalle Volpi. Dopodiché… veniva aperta la caccia!</p>
<p>A squadre entravamo nel bosco alla ricerca delle nostre Volpi. Che ovviamente non erano tutte uguali e, soprattutto, non bastava avvistarle. Le Volpi, cioè i nostri educatori nascosti, una volta scovate potevano correre su e giù per il bosco finché qualcuno di noi non riusciva a toccarla in corsa: solo allora la Volpe era presa e solo allora si scopriva quanti punti valeva. Eh, sì, perché le Volpi non erano tutte uguali: c’erano le Volpi da cento punti, quelle da cinquanta… ma anche quelle con punteggio negativo. Alla fine vinceva la squadra che faceva più punti, il che non significava automaticamente catturare più Volpi.</p>
<p>Ecco: questo era uno dei giochi più belli. Ricordo ancora oggi tutto il fascino del bosco, le luci, le ombre, i profumi intensi di muschio e resina. Gli alberi alti che allora mi apparivano immensi. Le nostre battute di caccia non erano solo un gioco a chi correva più veloce. Erano fatte anche di appostamenti, di attese, di silenzi, di tattiche improvvisate. Per quanto agli occhi di un adolescente possa sembrare entusiasmante un intero pomeriggio passato così, il mio ricordo più bello, che poi è quello che dà il titolo a questo <em>ricconto</em>, è legato a un anno in particolare quando la consueta Caccia alla Volpe, grazie alla brillante idea di non so chi, venne fatta… di notte.</p>
<p>Ancora oggi, a distanza di trent’anni, molti di noi ricordano quella che è passata alla storia – alla nostra piccola storia da ragazzini, naturalmente – come la “Caccia alla Volpe di notte nel bosco”.</p>
<p>Tutto sommato, non era molto diversa dalla Caccia alla Volpe classica. Era “solo” in versione by night.<br>
Ma la notte, si sa, ha sempre il suo fascino. E noi ragazzi, sempre a squadre, ci muovevamo su e  giù per il bosco con la torcia, sempre alla caccia delle nostre Volpi, cercando però di stare più attenti ai rumori che alle ombre. E, soprattutto, attenti a capire se i rumori che sentivamo erano rumori delle nostre Volpi, che non mancavano di fare versi improbabili o… rumori di qualche altra presenza che la nostra fantasia s’inventava o ingigantiva. Questa cosa, raccontata così, oggi può solo far sorridere. Ma negli occhi dell’adolescente medio che veniva in Campeggio, lo stesso che già si divertiva un mondo con una normale Caccia alla Volpe, l’idea di muoversi nel bosco di notte scatenava l’adrenalina pura, trasmetteva un che di iniziatico, una di quelle cose che richiede un certo coraggio.</p>
<p>Ovviamente, eravamo tutti sorvegliati dai nostri educatori e dagli adulti del Campeggio. Il bosco in cui andavamo loro lo conoscevano molto bene, e avevano circoscritto un perimetro ben definito e tacitamente sorvegliato entro il quale potevamo muoverci in sicurezza. Solo che, piccolo dettaglio, noi ragazzi non lo sapevamo. E quindi, sicuri di essere abbandonati a noi stessi, eravamo convinti di andare all’avventura, di essere padroni del nostro destino in quella notte di luna piena e di dovercela cavare da soli qualunque cosa accadesse. E le torce? Le torce il più delle volte erano spente. Le Volpi cercavano infatti di usarle il meno possibile per non tradire la propria posizione. E noi per non rivelare i nostri movimenti mentre eravamo alla ricerca. Immaginate la magia di quella notte: un intero pendio coperto dal bosco, punteggiato da decine di luci a intermittenza che si accendevano sfuggenti tra gli alberi, animato da voci, da qualche grido e da qualche risata qua e là quando una Volpe, scovata, scattava di corsa per non farsi prendere. Il tutto al chiaro di luna.</p>
<p>Una notte così forse non potrà più esserci per gli adolescenti di oggi. E non perché il Campeggio non viene più fatto. Anzi: il Campeggio esiste ancora oggi e, se non fosse stato per la pandemia, nel 2020 avrebbe festeggiato il prestigioso traguardo del 70esimo anniversario. Ma oggi è cambiato tutto. Oggi il senso di responsabilità purtroppo, o per fortuna, ci impedisce di organizzare con leggerezza certe iniziative. In altre parole: un’orda di adolescenti scalmanati in giro per il bosco di notte è un’idea che farebbe sudare freddo qualsiasi educatore. E farebbe sudare freddo anche me, se dovessi assumermene le responsabilità.</p>
<p>Sono cambiati i tempi, insomma. E di questo non si può farne una colpa a nessuno: ai miei tempi, all’età di 9-10 anni, venivo a casa da scuola a piedi da solo. Mia madre mi raccomandava solo di “non accettare caramelle dagli sconosciuti” e tanto bastava per aspettarmi a casa tranquilla. Oggi una cosa del genere è semplicemente inconcepibile: gli insegnanti devono accompagnare gli alunni al cancello della scuola e devono consegnarli uno alla volta all’adulto di riferimento che, qualora non fosse mamma o papà, deve essere rigorosamente registrato nell’elenco delle persone delegate da ciascuna famiglia. Altrimenti l’alunno resta a scuola finché non arriva qualcuno a prenderlo. Giusto? Probabilmente sì. Meglio avere tutto sotto controllo, anche se ci perdiamo la spensieratezza dei bei tempi andati. E non solo quella: ci perdiamo anche la Caccia alla Volpe.</p>
<p>Soprattutto nel bosco.</p>
<p>Soprattutto di notte.</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/caccia-alla-volpe-di-notte-nel-bosco/">Caccia alla volpe di notte nel bosco</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/caccia-alla-volpe-di-notte-nel-bosco/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">5923</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Novantanove anni</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/novantanove-anni/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/novantanove-anni/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2020 05:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Emme.Di.Ti.]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://retroblog.dariustred.it/?p=4887</guid>

					<description><![CDATA[<p>E riecco Emme. Che a volte ritorna. Ma che non se ne è mai andato. L’ultima volta si è “rivisto” a dicembre, poco più di quattro mesi fa. Nel frattempo è accaduto di tutto. Ho cambiato lavoro. Ho cambiato sito. Ho scritto alcuni racconti. Persino un romanzo. Insomma, sono successe davvero un sacco di cose, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/novantanove-anni/">Novantanove anni</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/novantanove-anni/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2020/04/darius-tred-blog-retroblog-illuminazione-150x150.jpg" alt="Novantanove anni" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>E riecco Emme. Che a volte ritorna. Ma che non se ne è mai andato.<br>
L’ultima volta si è “rivisto” <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/morte-reversibile/">a dicembre</a></strong>, poco più di quattro mesi fa.<br>
Nel frattempo è accaduto di tutto. Ho cambiato lavoro. Ho cambiato sito. Ho scritto alcuni racconti. Persino un romanzo. Insomma, sono successe davvero un sacco di cose, compresa una pandemia che, dopo essere entrata delicatamente a gamba tesa nella vita di tutti, lascerà lunghi strascichi nel nostro immaginario collettivo, fino a restare indelebile nei libri di storia su cui studieranno i nostri nipoti. Ma con Emme, tutto sommato, non è cambiato nulla: eravamo già “distanti ma uniti” da diverso tempo, per molti altri motivi.</p>
<p>Nell’ultima webchat, cominciata ovviamente come se nulla fosse, senza preamboli né saluti, ho scoperto che il mio caro amico strizzacervelli, in qualche modo, ha avuto il suo bel daffare in questi ultimi mesi. Perché sì, “anche se molte cronache non lo riportano, sono molte le persone che hanno avuto e avranno bisogno di assistenza psicologica per riprendersi”. Specialmente coloro che, grazie al cielo, sono usciti dalla terapia intensiva. Il buon Emme, in veste di volontario, ha così alternato giorni di supporto in reparto, presso alcuni ospedali della zona, a visite a domicilio.</p>
<p>“Ho sentito un sacco di storie su cui avresti potuto ricamarci mica male”, mi ha scritto.<br>
Il condizionale (“avresti”) non è usato a caso. Recepisco e taccio: sono le solite storie di cui non mi può dire nulla?</p>
<h2>Il vispo novantottenne</h2>
<p>Sì, le solite storie. Ma una me l’ha tenuta da parte. Quella secondo lui più “interessante”.</p>
<p>“Ho conosciuto un vispo novantottenne…” esordisce. E mi snocciola la storia di un distinto signore, praticamente centenario, che a dispetto di tutto e di tutti, e contro ogni parere medico, è andato e tornato dalla terapia intensiva, percorrendo la via crucis che ha purtroppo accomunato il destino di molti. Un destino che si è appunto incrociato con quello di Emme che, bardato di tutto punto, si è inaspettatamente trovato ad assisterlo poco prima che venisse dimesso.</p>
<p>“Come mai proprio tu?”<br>
“Non aveva parenti. Niente parenti, niente amici.”<br>
Eppure, mi racconta, nonostante il periodo fosco e nonostante la carenza di affetti, questo quasi centenario è tornato insolitamente vispo dalla sua disavventura. Vispo e “illuminato”. E con tanta voglia di parlare. Sì, perché, per dirla con le parole dell’anzianotto, mentre era in terapia intensiva più di là che di qua, aveva “visto la luce”. Anzi no: le parole esatte (perché me le sono segnate, poi si capirà perché), Emme ha riferito essere state queste: “Nel mio torpore, ho visto finalmente la luce”.</p>
<p>Su quale tipo di luce possa aver visto una persona in terapia intensiva, tutto sommato, non ci sono molti dubbi. Almeno non per Emme che, di <span id="wiki-tooltip-1" data-tooltip-content="#wiki-tooltip-box-1" data-wiki_num="1" data-wiki_id="53192" data-wiki_title="Esperienze ai confini della morte" data-wiki_section="" data-wiki_base_url="https://it.wikipedia.org/w/api.php" data-wiki_url="https://it.wikipedia.org/wiki/Esperienze_ai_confini_della_morte" data-wiki_thumbnail="default" data-wiki_nonce="9f476bc0f1"><a class="wiki-tooltip" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Esperienze_ai_confini_della_morte" target="_blank" rel="noopener noreferrer" onclick="return isClickEnabled( 'hover', 'open' );"><strong>esperienze NDE</strong></a></span>, ne ha sentite raccontare davvero molte. Quello che ha stuzzicato la sua attenzione (e poi la mia) è stato più che altro il racconto che ne è seguito.</p>
<p>“E cosa ti ha raccontato?” chiedo.<br>
“La sua vita. Cos’altro?”<br>
“Be’, certo, che idiota che sono…”<br>
“Cosa vuoi che ti racconti un centenario solo in ospedale? Mi ha raccontato della sua giovinezza, della guerra…”<br>
“E’ stato in guerra?”<br>
“Sì, in Grecia. Nel luglio 1940. Ma non ci è andato per combattere. Ci è andato come giovanissimo cappellano.”</p>
<h2>Webchat</h2>
<p>“Un prete?” chiedo stupito. Di solito i preti che si ritirano dalle loro attività vengono ospitati in apposite case di riposo. E non arrivano a quella veneranda età in totale solitudine.<br>
“Un ex-prete”.</p>
<p>Ex-prete. Se questa definizione chiarisce alcuni dubbi, allo stesso tempo me ne fa nascere altri.<br>
“Quando mi ha raccontato la sua storia, mi sei subito venuto in mente.”<br>
“Io?”<br>
“Sì, tu…” sogghigna con ripetute faccine da chat. Chissà quale curiosità porta Emme ad associarmi a un ex-prete di novantotto anni, mi chiedo. “Tu con le tue fisse. La Bibbia, la verità, le traduzioni…”</p>
<p>Avrei da protestare, perché non sono così talebano come mi dipinge Emme. Ma so che in fondo (ma proprio in fondo) mi vuole bene e dice così solo per prendermi in giro. Almeno questo è quello che mi sembra dalle faccine stupide con cui correda le sue frasi.<br>
Segue poi una lunga serie di messaggi in cui Emme mi descrive la vita di quel signore. Mi stupisce vederlo (anche se in realtà siamo in chat) così “ciarliero” quando parla di persone con cui ha avuto a che fare. Forse il fatto di non aver svolto delle vere e proprie sedute, lo fa sentire un po’ più libero di parlare. Ma la mia attenzione viene catturata dall’ultimo passaggio.</p>
<p>“Alla fine mi ha detto, senti un po’… che ha perso la vocazione perché ha letto la Bibbia.” prosegue Emme. “Un prete che si spreta perché ha letto la Bibbia? E allora gli chiedo come mai, e lui mi risponde che l’ha letta veramente, e io gli chiedo cosa intende per veramente. E lui mi dice che l’ha letta in ebraico.”<br>
“Ebraico antico?”<br>
“Penso di sì. Ricordi quella faccenda là che vi avevo raccontato tempo fa?”</p>
<p>Certo che la ricordo: l’ho raccolta <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/una-storia-complicata/">qui</a></strong>. Ma taglio corto perché dalla webchat vedo la notifica che Emme sta proseguendo nel suo racconto.</p>
<p>“Insomma, fatto sta che, rileggendo la Bibbia in ebraico, cioè nella sua lingua originale, costui ha deciso che… come si dice… insomma ha deciso di non essere più prete.”<br>
“Perché?”<br>
“Perché quella non è la verità.”<br>
“Cosa vuol dire? Non capisco.”<br>
“E’ quello che ho chiesto anch’io e lui per tutta risposta mi ha detto di leggere la Bibbia in ebraico… che è quella vera.”<br>
“E tante grazie! L’ebraico antico non è esattamente una lingua che insegnano a scuola…”<br>
“Lo so. Se è per questo, nemmeno nelle università. Vuoi vedere che non lo insegnano perché non vogliono che chiunque vada a leggersi cosa c’è scritto davvero nella Bibbia?” prosegue Emme. “Ah, no scusa: sei tu il complottista…” aggiunge con una faccina sghignazzante.<br>
Cerco l’emoticon con il dito medio ma mi precede proseguendo.<br>
“La cosa triste è che, a seguito di questa sua scelta, ha perso tutti gli affetti. La sua famiglia, che era molto praticante e molto orgogliosa della sua vocazione, l’ha rinnegato. Rinnegato e pure diseredato, pensa. Del resto, negli anni quaranta e cinquanta, non so bene quando è accaduto, dovevano essere molto inquadrati e bigotti…”<br>
“Tristissimo…”<br>
“E come se non bastasse, non appena in Curia hanno capito che questo tizio sapeva leggere l’ebraico antico, gli hanno fatto terra bruciata intorno…”<br>
“Cioè?”<br>
“Non lo so. Ha usato questa espressione. Credo che all’epoca l’abbiano sp*tt*nato in lungo e in largo, per dirlo con parole nostre… Ma il pezzo forte deve ancora venire: reggiti forte…”<br>
Mi reggo forte.</p>
<p>“A un certo punto mi ha detto: <em>‘Tu che ti occupi di anime, troverai un passo interessante nella Genesi. Il torpore è la chiave di tutto’</em>…”<br>
“Il torpore? Cioè? E cosa vuol dire che ti occupi di anime?”<br>
“Lì per lì, me lo sono chiesto anch’io. Ha chiamato ‘torpore’ anche la sua terapia intensiva. Un dettaglio notevole: considera che la maggior parte delle persone che ne esce non ricorda quasi nulla. Mi stavo alambiccando con queste domande quando son dovuto uscire dalla camera perché era arrivata l’ora della visita. Il medico di turno ha fatto uscire tutti. Parenti e non parenti. Non ho capito cosa intendesse con quella frase, ‘mi occupo di anime’. In un certo senso, sì, è vero. Ma come ha fatto a capirlo? Non può averlo capito: di me vedeva solo la striscia degli occhi. Indossavo camice da sala operatoria, cuffia, guanti, mascherina, visiera. Sul camice avevo solo una targhettina anonima di quelle che danno ai volontari ospedalieri. Non c’era nemmeno il mio nome, per dire…”<br>
“E non gliel’hai chiesto?”<br>
“No. Finita la visita, il medico è stato categorico: i pazienti dovevano riposare nel modo più assoluto.”<br>
“Il giorno dopo?”<br>
“Il giorno dopo non ero in ospedale.”<br>
“Non ci vedo niente di così trascendentale” rispondo. “Non è che ti ha scambiato per un prete che girava per confessare i pazienti?”<br>
“Non saprei… Ma non era questo il pezzo forte che intendevo…”<br>
“Ah. E quindi??”<br>
“Sono andato a leggermi la Bibbia in ebraico…”<br>
“Chi? Tu??” sbotto. “E dove l’hai trovata?”<br>
“Domani ti mando un link…”<br>
“Domani?? Non puoi mandarmelo ora?”<br>
“Appena lo recupero te lo invio”.</p>
<p>Grand* farabutt* bastard*. Se c’è una cosa di Emme che odio è quel suo mollarti sul più bello.<br>
Perché il suo “appena” dura qualche giorno. Quando va bene.</p>
<h2>Una storia stramba</h2>
<blockquote><p>Come la si conosce di solito, è una storia assai oscura e stramba, e quel che si riesce a dedurre da tale oscurità è che, per qualche ragione misteriosissima e crudele, non si deve mai disobbedire a un tabù sulla conoscenza. Invece questa storia così com’è scritta davvero, dice proprio il contrario: come e perché si debba disobbedire, e come farlo. Ora vi racconto com’è.</p>
<p><em><strong>L’adam e la Aishà</strong></em><br>
All’inizio, narra dunque il libro della Genesi, l’adàm viveva tranquillo nel giardino dell’Eden. E l’adàm è l’umanità. Non è un uomo che per qualche motivo si chiamasse Adamo: adàm in ebraico vuol dire “l’essere umano”, l’ “umanità” in generale. Perciò nel capitolo 1 della Genesi si dice che dopo aver creato l’universo e gli animali e una quantità di altre cose e di altri esseri</p>
<p style="padding-left: 40px;">Dio creò l’adàm a sua immagine, a immagine di Dio lo creò: e maschio e femmina li creò. […]<br>
Non è bene che l’adàm sia solo. Gli farò un aiuto che rifletta la sua luce.</p>
<p>Così dice il testo ebraico (Genesi, 2, 18). Un aiuto che aiuti cioè l’adàm a vedere se stesso, il proprio significato e il proprio compito, che evidentemente l’adàm non riusciva a vedere da solo. E Dio comincia a creare questi aiuti. E plasmò – dice il testo ebraico antico – esseri che non somigliavano all’adàm; esseri di forma e natura non umana, animale, “e li conduceva all’adàm, per vedere come li avrebbe chiamati: e in qualunque modo l’adàm avesse chiamato ciascuno di quegli esseri, quel nome sarebbe stato il suo nome.” Chi sono questi esseri? Non possono essere i comuni animali, dato che quelli erano già stati creati prima dell’adàm. Sono davvero e soltanto aiuti senza nome, esseri misteriosi, a cui l’adàm dovrà imparare a trovare il nome. E l’adàm, dice il testo ebraico,</p>
<p style="padding-left: 40px;">aveva nomi per tutto il bestiame domestico, e per tutti gli uccelli del cielo e per tutte le bestie selvatiche, ma tra quegli altri aiuti non uno ne trovò, che riflettesse la sua luce (Genesi 2, 20).</p>
<p>Non li vide, cioè; la sua “luce”, il suo occhio non riusciva a illuminare nulla di essi: erano invisibili. Allora Dio crea un altro aiuto, un altro essere misterioso. E la traduzione a cui noi siamo abituati dice così, a questo punto:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò, con la costola che aveva tolto dall’uomo, una donna, e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: “Questa volta sì essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. Si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta”. Perciò l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una sola carne. (Genesi, 2, 2).</p>
<p>Qui le contraddizioni si addensano assai. Voi capite perché una costola? Perché questo esperimento di divina chirurgia plastico-genetica? E che cosa vuol dire: “Si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta”? E, soprattutto, perché mai Dio avrebbe dovuto creare a questo punto la donna, quando già prima, il sesto giorno, aveva creato tutti gli uomini e tutte le donne dell’umanità? No, è impossibile capirlo, e non perché nel testo ci sia un mistero, ma perché la traduzione è sbagliata e non ha senso, così.</p></blockquote>
<h2>La traduzione corretta</h2>
<p>“Hai capito?” mi chiede Emme dopo avermi fatto sorbire il primo link (che link non è, ma solo una sequenza di immagini del libro che ha scovato).<br>
“Che libro hai trovato? Non mi pare una traduzione della Bibbia in ebraico…” E nemmeno una lettura agevole, se proprio devo dirla tutta. Ma quest’ultimo dettaglio lo taccio.<br>
“No. Quella ormai è introvabile. Perduta nei secoli dei secoli e amen.”<br>
“Comunque no, non ho capito.” ribadisco.<br>
“Sono andato a rileggermi la Bibbia ufficiale. Ed è vero.” continua Emme. “Capitolo 1, versetto 27: Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò. Poi la famosa storiella del torpore, della costola, della donna, arriva solo dopo: capitolo 2, versetto 22. Perché?”<br>
Non l’avevo mai notato, devo essere sincero.<br>
“Perché Dio prima crea l’uomo, maschio e femmina li creò, e poi la donna?” continua.<br>
“Non lo so. Ma che libro è quello di cui mi hai mandato le foto?” insisto.<br>
“Adesso ti mando la copertina”.<br>
Ma prima della copertina, Emme mi invia la pagina della traduzione corretta.</p>
<blockquote><p>Il testo ebraico-antico, tradotto correttamente, dice invece, innanzitutto:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Dio fece scendere il torpore sull’adàm, che si addormentò; e prese uno dei suoi involucri esteriori, e plasmò con forma e bellezza la levità di esso, di questo involucro.</p>
<p>Non ci sono costole e carne e non è dal corpo di un Adamo maschio che Dio crea qui il nuovo aiuto. Un corpo non ha “involucri”. Ciò di cui si parla qui è l’immagine che ciascuno di noi ha di se stesso, come di un intero compatto: un io intero, di cui noi diciamo “sono io”. Invece non è un intero e non è compatto: l’io è composito, molteplice, spiega qui la Bibbia: è fatto di molti “involucri”, contenuti l’uno nell’altro. E quando l’io è nel “torpore” – quando l’io è sprofondato in se stesso e non sente più nulla all’esterno ma solo dentro di sè – accade che uno di questi involucri venga tolto, e acquisti vita autonoma. Accade, notate bene. Non accade solo allora; accade davvero sempre, nel nostro presente quotidiano. Accade in ogni tempo, anche a ciascuno di noi, che nel nostro torpore (sonno, rilassamento, trance) un involucro di ciò che chiamiamo io acquisti vita autonoma.</p></blockquote>
<p>Notevole. E’ una traduzione un po’ dura da capire ma, pur ostica o quanto meno poco agevole, tale traduzione ha un senso più compiuto della storiella della costola e della donna. Ho letto e riletto più volte le due traduzioni confrontandole: quella “ufficiale” (virgolette d’obbligo) e quella “nuova”. Devo riconoscere che l’autore in questione (che cito doverosamente più avanti) ha ragione: delle due, la più stramba è proprio quella ufficiale. Non ha alcun senso il torpore, la costola, la donna.</p>
<p>“Eppure non capisco…” scrivo. “L’adàm è l’umanità. Non un uomo chiamato Adamo. E fin qui ci siamo. Il torpore è il sonno…”<br>
“…sonno, rilassamento, trance, ipnosi, ipnosi regressiva… ma anche terapia intensiva…” si sovrappone Emme in chat.<br>
“…ok, ma l’involucro esteriore… esattamente, cosa sarebbe?”<br>
Passano lunghi minuti prima della risposta. E poi arriva l’immagine di un’altra pagina.</p>
<h2>Yin e yang</h2>
<blockquote><p>E il testo ebraico antico, tradotto correttamente, prosegue:</p>
<p style="padding-left: 40px;">E Dio plasmò la sostanza dell’involucro che aveva spezzato nell’adàm, e ne fece Aishà, e la conduceva dall’adàm. Allora l’adàm disse: “Questa volta è sostanza della mia sostanza e vita della mia vita”. E si chiamerà Aishà, perché dall’aìsh è provenuta.</p>
<p>Aìsh in ebraico antico vuol dire “l’uomo”, il singolo individuo: ovvero non l’essere umano in generale, l’adàm, ma ciò che noi intendiamo quando diciamo io. L’aìsh è l’io. […] Ed è un termine maschile: la lingua ebraico-antica percepisce cioè il centro dell’io umano come un elemento maschile – come un elemento Yang, direbbero i cinesi. L’Aishà è invece una componente femminile, Yin, dell’io –  dell’io di tutti noi. […] L’Aishà, in questa lingua sacra, è dunque la compagna invisibile, aerea, spirituale dell’io di ogni individuo. Questo significa il suo nome. Ciò che è narrato qui non è dunque una seconda creazione della donna, della parte femminile dell’umanità, bensì l’apparire di un essere spirituale: di un aiuto, dice la Bibbia, noi oggi diremmo: di una guida, nella quale finalmente l’aìsh dell’individuo impara a vedere “la propria luce”.</p></blockquote>
<h2>“Tu che ti occupi di anime”</h2>
<p>“E con questo ritorniamo al nostro cappellano novantottenne…” scrive poi Emme. “Ci ha visto lungo, lunghissimo direi. Solo mi chiedo come diavolo abbia fatto a capire che io effettivamente, per il lavoro che faccio, in un certo senso mi occupo di anime. O meglio, della parte spirituale che emerge da tutti noi quando faccio le mie sedute.”</p>
<p>Più che alle sue sedute, <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/tag/emme-di-ti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ripenso alle sue ipnosi regressive e a tutte le sue storie</a></strong>. Non emergono mai solo parti spirituali di ignari pazienti. Emerge sempre molto di più…<br>
“Non hai pensato di chiederglielo?”<br>
“Sì, ci ho pensato. Ma è stato dimesso e dovrei andare a rintracciare le sue generalità… capire dove abita… In ospedale sono solo un volontario, non credo di aver accesso a queste informazioni. Dovrei chiedere a qualche infermiera, ma dovrei inventarmi una valida motivazione. E poi devo trovare un modo per farmi riconoscere. In ospedale ero tutto coperto, di me vedeva solo gli occhi…”<br>
“Be’, se dagli occhi ha capito che ti occupi di anime…”</p>
<h2>Epilogo</h2>
<p>“Purtroppo il nostro amico è mancato.”</p>
<p>Inizia così l’email-epilogo scritta da Emme qualche giorno dopo. Non posso riportarla per intero per ovvi motivi di privacy. Ma in sostanza posso riassumerla come segue: dopo essere riuscito ad avere notizie sull’ex-prete, Emme è andato a trovarlo per sentire come stava e poi, perché no, per scambiarci ancora due chiacchiere. Ma, ad attenderlo sul campanello, una coccarda funebre annunciava il triste evento. Una signora, uscendo dall’abitazione del vecchio, si è stupita al vederlo. “Lei è un parente?” Emme, dopo aver spiegato la situazione che l’aveva portato lì, è venuto poi a sapere che un infarto aveva colto nel sonno il pover’uomo. La signora, un’anima pia della parrocchia che si occupava degli anziani soli portando loro cibo e compagnia, l’aveva trovato seduto in poltrona, con lo sguardo spento e un sorriso velato.</p>
<p>“Poveretto, è sempre stato così solo… Non aveva mai voluto venire in chiesa… Eppure è sempre stato così credente, la casa piena di libri, vangeli, bibbie…”.<br>
Da come raccontava, la signora non doveva essere al corrente del suo lontano passato, mi ha scritto Emme nella sua e-mail. “…e la cosa più triste è che è morto nel giorno del suo novantanovesimo compleanno. Tutto solo. Senza amici, senza parenti” ha aggiunto commossa per poi voltarsi a togliere l’annuncio funebre. Il funerale era già stato celebrato quello stesso giorno.</p>
<p>Un gran peccato. Davvero un gran peccato.</p>
<p>I brani citati in questo post sono estratti dal libro <em><strong>I maestri invisibili</strong></em>, di <strong>Igor Sibaldi</strong>. Un libro particolare, che non lascia indifferenti. Non è un libro adatto a tutti, devo dire la verità. Occorre una buona dose di apertura mentale, di precisa volontà di abbandonare le proprie certezze anche solo per ipotizzare che c’è dell’ “altro”, che in realtà le cose non stanno proprio come ce le hanno sempre raccontate. Basta aver voglia di leggere, di cercare, di lasciarsi incuriosire. Del resto, lo dice lo stesso vangelo di Giovanni (8, 32): <em>“Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi”</em>.</p>
<p>Liberi. E quindi soli?</p>
<p> </p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/novantanove-anni/">Novantanove anni</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/novantanove-anni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">4887</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Morte reversibile</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/morte-reversibile/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/morte-reversibile/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2019 05:45:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Di tutto di più]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Emme.Di.Ti.]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://retroblog.dariustred.it/?p=4533</guid>

					<description><![CDATA[<p>Esiste una categoria particolare di amici con i quali si può stare a volte delle intere settimane, se non mesi, senza sentirsi. Non una parola, non una telefonata, nessun cenno di vita, nessuna di quelle cazzatine satiriche e virali che girano via chat. Niente di niente. Ma questi amici ci sono. Ci sono sempre. E [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/morte-reversibile/">Morte reversibile</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/morte-reversibile/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/12/darius-tred-blog-retroblog-morte-reversibile-150x150.jpg" alt="Morte reversibile" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Esiste una categoria particolare di amici con i quali si può stare a volte delle intere settimane, se non mesi, senza sentirsi. Non una parola, non una telefonata, nessun cenno di vita, nessuna di quelle cazzatine satiriche e virali che girano via chat. Niente di niente.<br>
Ma questi amici ci sono. Ci sono sempre. E basta un cenno per parlare come se nulla fosse, come se ci si fosse lasciati la sera prima davanti a una birretta.<br>
Emme è uno di questi.<br>
Emme e io, naturalmente: apparteniamo a questa categoria in modo reciproco. Facciamo le nostre vite più o meno compresse nelle rispettive quotidianità ma è come se fossimo sempre uno accanto all’altro.</p>
<p>Quello che mi stupisce di Emme è, come dire… , la sua “originalità” nei cenni di cui blateravo poco sopra.<br>
Il che, tradotto, significa che noi maschietti siamo un po’ immuni alle smancerie natalizie, visto il periodo.<br>
Il cenno di Emme, come spesso accade, è un link. Secco. Senza nessun commento.<br>
Il “leggilo” è sottinteso. E il “leggilo, che poi ne parliamo” è dietro l’angolo.</p>
<h2>Il cenno</h2>
<p>Ecco il <strong><a href="https://www.lescienze.it/archivio/articoli/2019/12/02/news/e_reversibile_la_morte_-4625381/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">link che mi ha inviato</a></strong> di recente e, subito a seguire, l’occhiello dell’articolo in questione.</p>
<blockquote><p><em>La definizione di morte è cambiata nel corso dei millenni. In origine significava cessazione del respiro e del battito cardiaco. L’avvento della ventilazione artificiale ha spostato la sede della morte dal cuore al cervello: morire è diventato perdere le funzioni cerebrali, coma irreversibile. La parziale rivitalizzazione di cervelli di maiale a distanza di alcune ore dalla loro decapitazione, dimostrata in un recente esperimento, potrebbe rovesciare anche questa definizione della morte.</em></p></blockquote>
<h2>Ironia</h2>
<p>Quello che salta subito all’occhio è l’alta poesia in pieno stile natalizio: non solo un link che parla della morte, ma anche della parziale rivitalizzazione di… cervelli di maiali decapitati.<br>
Cervelli. Di maiali. Decapitati.</p>
<p>Esiste una mente umana su questo pianeta, a parte Emme ovviamente, in grado di partorire una poetica così sublime, capace di suscitare una perfezione emotiva – oserei dire –  quasi aurea? <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p>“Fai dell’ironia?” mi scrive il giorno dopo.<br>
Vi risparmio il resto delle battutine goliardiche, anche perché sono facilmente immaginabili.</p>
<p>L’altro dono di Emme, per chi non l’avesse ancora capito, si nasconde proprio nei suoi link: non sono mai inutili, nel senso che si prestano sempre per una discussione interessante. E a volte fanno da preludio a <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/tag/emme-di-ti/">molti racconti che compaiono qui</a></strong>, sul mio “retroblog del caxxo”, per dirla alla Emme.<br>
Bisogna solo avere la buona volontà di andare oltre le facili apparenze.</p>
<h2>Non-racconto</h2>
<p>Purtroppo questa non è una di quelle volte.<br>
Intendo dire che non è una di quelle volte in cui ho impacchettato un racconto, da mettere magari sotto l’albero.<br>
Mi chiedo, però, se riportare le discussioni che mi capita di avere con lui non abbia la stessa valenza di un racconto scaturito dalle sue sedute di ipnosi regressiva off-limit. Dopotutto, cosa cambia? Per chi volesse rileggere qualcuno di questi racconti, potrà vedere che sono ben oltre al limite dell’accettabilità umana. Le discussioni, in fondo, non fanno molta differenza. Anche perché uno dei denominatori comuni è sempre quello: è tutto vero, tutto documentato. Ma non pubblicabile.<br>
E quanto mi costa quel “non pubblicabile”…</p>
<p>“Parlavamo di Frankenstein, ricordi?”<br>
NdR: ne parlavamo quest’estate quando, nel parlare del più o del meno, ho avuto modo di dire che avevo quasi finito di leggere Frankenstein: era fine agosto. E ne <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/la-trama-debole-di-mary/">avevo parlato qui</a></strong>. A quei tempi, ora ricordo, Emme mi aveva detto che “la scienza aveva fatto enormi passi avanti”. Una frase come tante, che in fondo sentiamo spesso. Quasi una frase fatta, direi, tanto che è caduta nel vuoto delle chiacchiere seguite subito dopo. In ogni caso, rieccoci qui, quasi quattro mesi dopo, al cenno natalizio di cui sopra. E ai cervelli di maiale.<br>
<a href="https://www.lescienze.it/news/2019/12/02/news/sommario-4621890/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-4539 size-full" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/12/le-scienze-616-novembre-2019.jpg" alt="" width="250" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a>“Hai letto l’articolo?” chiede.<br>
“Certo. Però la prossima volta imbucami direttamente la copia di Le Scienze…”<br>
“Cinque euro per una buona lettura! Non fare il taccagno…”<br>
“Non è per i soldi. Ho fatto fatica a trovarne una copia… perché il link che mi hai mandato è riservato ai soli abbonati. E comunque ho trovato più interessante l’articolo sui superconduttori.”<br>
Sorride. “Perché tu non conosci il resto…” aggiunge sibillino.<br>
<em>Resto</em> e <em>Frankenstein </em>diventano subito un cortocircuito nei miei pensieri. Ma lascio ancora a lui la parola.<br>
Sfoglia la rivista e focalizza la sua attenzione su un paragrafo, per poi leggerlo a voce alta.</p>
<blockquote><p>A prima vista, i cervelli recuperati con la soluzione circolante sembravano relativamente normali. Quando la miscela circolava, la sottile rete di arterie, capillari e vene che pervade il tessuto cerebrale rispondeva in modo appropriato; l’integrità dei tessuti era preservata, […], i neuroni e i filamenti […] parevano normali. […]</p>
<p>Quel che mancava erano le onde cerebrali, quelle dei comuni tracciati elettroencefalografici. Gli elettrodi posti sulla superficie del cervello dei maiali non hanno misurato nessuna attività elettrica globale spontanea. […] Un cervello elettricamente silente non ospita una mente capace di esperienza. Questa però non era una sorpresa: era esattamente lo stato voluto da Sestan e collaboratori, ed è per questo che la soluzione circolante conteneva un cocktail di farmaci che sopprimono le funzioni neurali e inibiscono le comunicazioni sinaptiche tra le cellule.</p>
<p>Pur in assenza di onde cerebrali, è stata una sorpresa per me, ricercatore attivo nel campo delle neuroscienze, che singoli neuroni corticali dei maiali conservassero ancora la capacità di produrre attività elettrica e sinaptica. […]</p>
<p>Questo solleva profonde questioni: che accadrebbe se il gruppo dovesse rimuovere dalla soluzione di perfusione del cervello le sostanze che bloccano l’attività neurale? Con tutta probabilità nulla. […] Però non si può escludere del tutto che con qualche tipo di aiuto esterno, diciamo una sorta di defibrillazione corticale, questi cervelli “morti” non possano essere fatti ripartire, ripristinando i ritmi cerebrali che caratterizzano il cervello vivente.</p>
<p> </p>
<h5 style="text-align: right;"><em>Tratto dall’articolo “E’ reversibile la morte?” di Christof Koch,<br>
pubblicato su Le Scienze 616, Dicembre 2019</em></h5>
</blockquote>
<p>“Ricordo bene quel passaggio. È questo il “resto” che intendi? Qualcuno ha fatto anche la parte elettrica?” chiedo. “Sempre su un cervello di maiale? Vivo o morto…? …oppure qualche Victor Frankenstein in qualche castello nascosto qui, in giro per le Alpi… ?”<br>
Risponde alla mia ironia con una di quelle pause calibrate che ben conosco.<br>
“No. Certo che no. Almeno… non ancora.”<br>
Riprendo la rivista per rileggere quelle righe. L’articolo è associato al campo delle neuroscienze e, ripensando al mestiere di Emme e a tutti i suoi amici sparsi qua e là, oltre l’oceano, mi assale un dubbio.<br>
“Ti prego, non mi dire che qualcuno dei tuoi amici ti ha interpellato per fare una qualche consulenza su…”<br>
“Maiali riportati in vita?” mi interrompe ridendo. “No. Ancora no. Però c’è uno studio condotto da un gruppo di etologi. Sempre amici degli amici d’oltreoceano. O meglio: colleghi di colleghi, gente che non conosco personalmente, insomma…”<br>
Uno studio di etologi. <em>Cosa diavolo è l’etologia?</em> mi chiedo. Il comportamento animale, ricordo prima di aprire bocca. L’etologia è quella scienza che si occupa di studiare il comportamento degli animali. Non esattamente il campo di Emme, il quale resta zitto in attesa di una mia reazione.<br>
“E quindi? Cosa dice questo studio di etologi?”<br>
“Se devo essere sincero, non ci ho ancora capito molto” risponde lui. “Ma non sono sicuro di voler approfondire la questione… Lo studio ha preso in esame una lunga serie di osservazioni fatte su tre maiali. Tre maiali… riportati in vita…”<br>
Sorrido incredulo, pur capendo il motivo per cui ha centellinato le sue frasi.<br>
“Gli etologi” prosegue “stanno osservano il comportamento di quei maiali per capire se ricordano qualcosa della loro vita precedente, qualche comportamento già acquisito, qualche riflesso… qualsiasi cosa, insomma.”</p>
<p>“Non ci credo” dico apertamente.<br>
“Nemmeno io vorrei crederci, ma purtroppo è così…”<br>
“E non voglio credere nemmeno a quello che mi dirai tra poco, visto che sei partito da Frankenstein…”<br>
Emme non risponde subito. Anche lui ha capito che dai maiali alle persone, il passo è più o meno breve. Questione di tempo. O questione di fegato.<br>
“Questo è uno di quei momenti in cui vorrei non aver mai scelto di fare questo mestiere” aggiunge poi, “uno di quei momenti in cui vorrei fare qualcosa di più allegro e spensierato. Il panettiere, ad esempio. Oppure il giardiniere, come dici sempre tu…”<br>
“Dai M***! Non vorrai veramente dire che…”<br>
“Qualcuno ci arriverà. Sempre che non ci sia già arrivato…”<br>
“Non è possibile…”<br>
“Hai sentito parlare delle CRISPR babies, no?”<br>
Le CRISPR babies, per chi non lo sapesse, sono due gemelline cinesi il cui genoma è stato modificato mediante CRISPR, una delle ultime tecniche di manipolazione genetica elaborata negli ultimi anni. Nulla a che fare con la nostra discussione, se non per il nocciolo della questione: applicare scienza d’avanguardia senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.</p>
<p>“Ci sono luoghi, in questo mondo, dove la scienza non conosce etica” conclude Emme.</p>
<h2>Siam tre piccoli porcellin</h2>
<p>Avessi avuto questa discussione prima di leggere Frankenstein, la mia lettura sarebbe stata diversa. Forse non avrei avuto la lucidità frivola di smontare la trama debole di Mary, come ho avuto modo di scrivere poi. Anzi: i tre porcellini di Emme avrebbero distratto continuamente la mia lettura.<br>
Che dire, cara Mary? Pare che la tua storia non sia destinata a finire al Polo Nord.</p>
<p>E dire che un’altra frase, nell’articolo in questione, mi aveva colpito. Una frase tanto semplice quanto innegabile.</p>
<blockquote><p>Il concetto di irreversibilità dipende dalla tecnologia del momento, che è sempre in evoluzione. Ciò che era irreversibile ai primi del XX secolo – la cessazione del respiro – alla fine di esso era diventato reversibile. E’ tanto difficile contemplare la possibilità che la stessa cosa si avveri per la morte cerebrale?</p></blockquote>
<p>E fortuna che non ho detto a Emme che, dopo Frankenstein, ho letto Dracula.</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/morte-reversibile/">Morte reversibile</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/morte-reversibile/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>12</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">4533</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il Professor Grandioso</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/il-professor-grandioso/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/il-professor-grandioso/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2019 13:20:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://retroblog.dariustred.it/?p=3658</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il nuovo professore entrò in classe. I ragazzi, intenti a scambiarsi battute, risatine e foto social dell’estate appena finita, non si scomposero più di tanto. Il professore sfogliò un paio di libri che teneva sotto braccio, poi sedette sfogliando con pazienza una rivista di scienze. Passarono alcuni minuti. Poi, con garbo, cominciò a bussare con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/il-professor-grandioso/">Il Professor Grandioso</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/il-professor-grandioso/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tred-retroblog-professore-150x150.jpg" alt="Il Professor Grandioso" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><blockquote><p>Il nuovo professore entrò in classe. I ragazzi, intenti a scambiarsi battute, risatine e foto social dell’estate appena finita, non si scomposero più di tanto.<br>
Il professore sfogliò un paio di libri che teneva sotto braccio, poi sedette sfogliando con pazienza una rivista di scienze. Passarono alcuni minuti. Poi, con garbo, cominciò a bussare con le nocche della mano davanti a sé, sul piano lucido della cattedra. Il brusio diminuì, ma non abbastanza. Passò un altro minuto e riprese a crescere. Sospirò guardando fuori dalla finestra ammirando per un attimo gli alberi che cominciavano a vestirsi d’autunno. Poi si alzò, andò alla lavagna, prese un gessetto immacolato e cominciò divertito una delle sue performance più collaudate.</p>
<p>Lo stridio all’inizio fu lieve, cauto. Calibrato.<br>
Poi diede un affondo deciso, ottenendo un silenzio quasi immediato. Sorrise davanti alla lavagna. Poi, recuperata l’espressione più seria possibile, si voltò. I ragazzi lo fissavano disturbati.<br>
“Grandioso!” disse. “Di solito lo faccio con le unghie ma purtroppo questa mattina ne ho spezzata una prima di uscire di casa…”<br>
Gli studenti tornarono silenziosamente ai posti, pronti per cominciare.<br>
“Allora, signori miei. Quanti di voi vogliono imparare a fare meno fatica possibile nella vita?”<br>
Qualcuno rimase stranito a quella domanda. Alcuni sguardi indugiarono sull’orario provvisorio annotato sul cartellone alle spalle del professore. Era l’ora di matematica.<br>
“Cioè?” disse qualcuno. La più tipica delle domande adolescenziali, pensò il professore. Per tutta risposta prese a camminare avanti e indietro davanti alla cattedra, misurando il silenzio con il suono dei suoi tacchi.<br>
“A quanti di voi piace la matematica?”<br>
Un paio di mani si alzarono dopo risatine sommesse e spintoni amichevoli tra i banchi.<br>
“Grandioso!” ripeté con enfasi. “E ditemi: a cosa serve la matematica?”<br>
Silenzio imbarazzato. Poi qualcuno azzardò una risposta dicendo che la matematica non serviva a niente.<br>
Il professore guardò divertito il baldo giovane. Aveva l’aria del tipico ragazzino poco avvezzo all’autorità degli adulti. Ma gli occhi tradivano un barlume d’interesse.<br>
“Lei ama fare fatica nella vita?” lo apostrofò il professore.<br>
Un mormorio goliardico animò i compagni alle spalle dello studente.<br>
“Per nulla!” rispose.<br>
“Grandioso! Anch’io odio la fatica.”</p>
<p>Il professore si voltò verso la cattedra, aprì una rivista e tirò fuori un triangolo di carta. Era un triangolo rettangolo. Lo sollevò in aria con fare teatrale per mostrarlo agli studenti. Poi estrasse un comunissimo righello da trenta centimetri e disse: “Chi di voi vuole iniziare l’anno con un buon voto? Si faccia avanti e trovi il modo più veloce per calcolare l’ipotenusa di questo triangolo.”<br>
Gli studenti divertiti si scambiarono qualche occhiata perplessa. Poi una ragazza, sicura di sé, si alzò, prese triangolo e righello, misurò i lati e, anziché misurare l’ipotenusa, ne ricavò la lunghezza applicando il teorema di Pitagora. Non fu difficile.<br>
“Ottimo, grandioso!”<br>
Il baldo giovane che aveva decretato l’inutilità della matematica, sicuro di sé, obiettò. “Scusi, prof. Lei ha chiesto il modo più veloce. Faccio molto prima a misurarla col righello, l’ipotenusa… A che mi serve conoscere il teorema di Pitagora?”<br>
Il professore, per tutta risposta, si limitò a guardare fuori dalla finestra. Ammirava ancora gli alberi del giardino della scuola.<br>
“È sicuro di quel che dice?” chiese poi.<br>
“Certo! Se mi dà triangolo e righello glielo dimostro subito… però mette un buon voto anche a me.”<br>
Il professore sorrise. Poi, agitando il righello come una bacchetta magica, si voltò.<br>
“Allora mi segua.”</p>
<p>Aprì la porta finestra che dava sul giardino della scuola, fece due passi e indicò tre alberi che formavano idealmente i vertici di un triangolo rettangolo. Due alberi erano vicini tra loro: distavano due o tre metri l’uno dall’altro. Il terzo, in linea con uno dei due alberi vicini, distava invece una decina di metri, tracciando idealmente sul prato un triangolo molto allungato.<br>
Gli studenti, che si erano accalcati alle finestre, seguivano la scena divertiti.<br>
“Bene” riprese il professore rivolto allo studente. “Li vede questi alberi? Formano un triangolo rettangolo. Ne misuri l’ipotenusa, le lascio il righello” aggiunse.<br>
“Ma… prof… devo misurare con questo righello?”<br>
“Qual è il problema? Non è stato forse lei a dirmi di darle un triangolo e il righello?”<br>
I suoi compagni cominciarono a ridere ma il professore li redarguì con uno sguardo perentorio. Poi proseguì.<br>
“Le darò lo stesso voto che ho dato alla sua compagna. E le do pure un aiuto. Ipotizziamo che il lato lungo del nostro triangolo sia di dieci metri. A questo punto, per conoscere la lunghezza dell’ipotenusa usando solo il righello che ha in mano, lei ha solo due possibilità: misurare l’ipotenusa come da lei sostenuto. Oppure misurare, sempre usando il righello che ha in mano, il lato corto del nostro triangolo, quello compreso tra i due alberi vicini. Qual è il metodo più veloce?”<br>
Lo studente osservò la disposizione degli alberi. E poi capì.<br>
Capì la soluzione ma, soprattutto, capì il senso della lezione. In quel caso, con il righello in mano, era molto più veloce misurare la distanza tra i due alberi che delimitavano il lato corto. Era l’unico dato mancante per applicare il teorema di Pitagora. Se avesse misurato l’ipotenusa a mano avrebbe sicuramente impiegato più tempo.<br>
“Quindi?” lo incalzò il professore.<br>
Lo studente gettò la spugna.<br>
“Se lei dice che il lato lungo misura dieci metri, misuro il lato corto tra i due alberi. E per conoscere la lunghezza dell’ipotenusa” aggiunse con uno sguardo rassegnato verso l’albero più lontano. “faccio molto prima con il teorema di Pitagora…”<br>
“Grandioso!”<br>
Lo studente, con un’espressione di sconfitta, accennò a rientrare in classe.<br>
“Ma che fa? Dove va?” disse il professore. “Non lo vuole più il buon voto? Forza, misuri la distanza con il righello e faccia il suo calcolo. Si rallegri, oggi porterà a casa un buon voto ma, soprattutto, avrà imparato che la matematica nella vita le farà risparmiare tempo e fatica.”</p>
<p>Iniziò così un anno proficuo in cui molti studenti cominciarono ad appassionarsi alla matematica, attratti più dai numerosi risvolti pratici che dalla pura teoria. Il professore si guadagnò ben presto, complice la sua esclamazione ricorrente, l’appellativo di “Professor Grandioso”.</p></blockquote>
<h5 style="text-align: right;">(C) 2019 – Darius Tred</h5>
<p> </p>
<figure id="attachment_3677" aria-describedby="caption-attachment-3677" class="wp-caption alignleft"><a href="http://retroblog.dariustred.it/category/racconti/"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3677 size-full" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tre-racconti-banner.jpg" alt="Darius Tred - Tutti i racconti" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a><figcaption id="caption-attachment-3677" class="wp-caption-text"> </figcaption></figure>
<figure id="attachment_3679" aria-describedby="caption-attachment-3679" class="wp-caption alignright"><a href="https://paypal.me/dariustred/0.45" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3679 size-full" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tred-offrimi-un-caffe.jpg" alt="Darius Tred - Offrimi un caffé" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a><figcaption id="caption-attachment-3679" class="wp-caption-text"> </figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/il-professor-grandioso/">Il Professor Grandioso</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/il-professor-grandioso/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">3658</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La volpe sulla luna</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/la-volpe-sulla-luna/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/la-volpe-sulla-luna/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Feb 2019 19:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://retroblog.dariustred.it/?p=3569</guid>

					<description><![CDATA[<p>“Bene” disse l’analista. Chiuse il dispaccio e lo pose sul tavolo. Cercando di dare ordine ai pensieri, prese a tamburellare silenziosamente con le dita. Intanto i minuti scorrevano lenti. Lenti e inesorabili. Serviva una risposta, e serviva alla svelta. “Questo è un problema. È un grosso problema” aggiunse posando il bicchiere. Dalla sua terrazza si [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/la-volpe-sulla-luna/">La volpe sulla luna</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/la-volpe-sulla-luna/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/02/darius-tred-blog-retroblog-la-volpe-e-la-luna-150x150.jpg" alt="La volpe sulla luna" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><blockquote>
<div class="gmail_default">“Bene” disse l’analista.</div>
<div class="gmail_default">Chiuse il dispaccio e lo pose sul tavolo. Cercando di dare ordine ai pensieri, prese a tamburellare silenziosamente con le dita. Intanto i minuti scorrevano lenti. Lenti e inesorabili. Serviva una risposta, e serviva alla svelta.</div>
<div class="gmail_default">“Questo è un problema. È un grosso problema” aggiunse posando il bicchiere.</div>
<div class="gmail_default">Dalla sua terrazza si godeva un panorama incantevole. Lo sguardo poteva spaziare su un’ampia porzione di costa, fin dove il continente cedeva il passo all’oceano anche se in quel momento le nuvole della tempesta ne nascondevano l’orizzonte. Osservò la luna che, quasi beffarda, pareva liberarsi da quelle stesse nuvole per sorgere con tutta la sua silenziosa bellezza. Sembrava incredibile pensare che il <em>grosso problema</em> fosse proprio lì.</div>
<div class="gmail_default">Lì sulla luna.</div>
<div class="gmail_default">“Dunque, cosa ne pensi?” chiese il funzionario rassegnato.</div>
<div class="gmail_default">L’analista tornò con la mente sul dispaccio che aveva appena finito di leggere. Il riassunto della sua squadra di controspionaggio parlava chiaro: il rover cinese, sulla Luna, aveva raggiunto il mare della tranquillità da diversi giorni. E aveva avuto tutto il tempo di girarlo in lungo e in largo. Lo scopo ufficiale della missione Chang’e 4 era noto da tempo: rilevazioni, misure, raccolta di materiale da analizzare, selezioni di campioni da portare sulla Terra, mappatura del suolo lunare. Ma l’intelligence americana sapeva che nella lunga lista di obiettivi ce n’era un altro occulto: <em>non</em> trovare quello che tutti si aspettavano di trovare.</div>
<div class="gmail_default">“La penso come allora” rispose infine l’analista. “Avevo avvisato i nostri superiori che il vero scopo della missione cinese era ben altro.”</div>
<div class="gmail_default">Il funzionario rimase in silenzio. L’impresa cinese era destinata a passare alla storia come la prima missione dell’umanità che puntava alla faccia nascosta della Luna, là dove mai nessuna navicella, nessun robot, nessuna sonda erano mai arrivati. E così era stato.</div>
<div class="gmail_default">“Come sappiamo” riprese l’analista. “la Cina è arrivata sulla Luna dopo gli altri. Dopo gli Stati Uniti, dopo l’Unione Sovietica. Dopo il Giappone, dopo l’Europa, persino dopo l’India. Ma, a mio avviso, è arrivata meglio di chiunque altro.”</div>
</blockquote>
<div></div>
<blockquote>
<div class="gmail_default">Il funzionario non poteva certo dargli torto. Aveva letto quel dispaccio prima di consegnarlo. La missione cinese Chang’e 4 era composta ufficialmente da tre moduli: l’orbiter, il lander e il rover. Queste le definizioni in gergo tecnico. Niente di strano, dopotutto: l’orbiter non era altro che un piccolo satellite in orbita attorno alla Luna il cui scopo era unicamente quello di garantire un collegamento radio con le stazioni cinesi sulla Terra. E mentre il lander era a tutti gli effetti il punto nevralgico dell’intera missione, –  una piccola stazione robotizzata che si era posata sul suolo lunare – , il rover costituiva la parte mobile: un robot con le ruote non molto diverso da tutti quelli che erano stati inviati dagli stessi americani su Marte. I cinesi l’avevano chiamato <em>Yutu</em>, coniglio di giada. E come un coniglio doveva muoversi sulla superficie lunare, buia e desolata, fermandosi qua e là per le dovute rilevazioni.</div>
<div class="gmail_default">Nessuno sapeva che oltre al rover <em>Yutu</em>, l’ente spaziale cinese aveva previsto anche la presenza di un secondo rover: più piccolo, agile e versatile, equipaggiato per percorrere in autonomia grandissime distanze. E mentre il primo rover era dedicato a tutte le incombenze di natura tecnica e scientifica – non ultima quella di catalizzare astutamente l’attenzione di tutti gli scienziati del mondo -, il secondo piccolo rover aveva uno scopo più semplice: raggiungere il mare della tranquillità.</div>
</blockquote>
<blockquote>
<div class="gmail_default">“Stavolta, i cinesi hanno giocato d’astuzia” continuò l’analista. “Hanno costruito il secondo rover molto più piccolo del primo, con pannelli solari di nuovissima generazione: un materiale trasparente in grado di catturare l’energia del sole senza rifletterne la luce. Nemmeno il più potente dei nostri telescopi potrebbe notarlo, volendo. Sai come l’hanno chiamato i cinesi, questo secondo rover?”</div>
<div class="gmail_default">Il funzionario annuì. Era scritto nel dispaccio, del resto.</div>
<div class="gmail_default">“L’hanno chiamato <em>Hulj Jing</em>” continuò. “La volpe. E il piano dei cinesi è degno della furbizia di una volpe: andare sulla Luna per conquistare il mondo. Hai una vaga idea di cosa accadrà quando la volpe dimostrerà al mondo intero che sulla Luna non è mai stata piantata nessuna bandiera americana?”</div>
<div>
<h5 style="text-align: right;">(C) 2019 – Darius Tred</h5>
</div>
</blockquote>
<h2>Nessun complottismo</h2>
<div>Diciamolo subito: non sono un complottista e non amo vedere del torbido dietro ogni zona d’ombra.</div>
<div>Quindi, per inciso, il piccolo racconto qui sopra è frutto della mia fantasia deviata <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f61b.png" alt="😛" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> .</div>
<div></div>
<div>Chi si diletta a scrivere sa che, quando scatta una mezza ideuzza, questa comincia a scalpitare finché non riesce in qualche modo a uscire dalla testa, anche solo sotto forma di un racconto breve. E le ideuzze, per stare in piedi, spesso e volentieri rispondono solo ai dettami della fantasia pura, fregandosene un po’ di quel che dice la realtà, giusto o sbagliato che sia. Poteva finire nel dimenticatoio, questa idea. Certo. Ma dopo un bimestre come quello che sta per concludersi, che ha visto il 3 gennaio il reale allunaggio della missione cinese <strong>Chang’e 4 </strong>(ebbene sì: la missione cinese esiste realmente…), l’<strong>eclissi totale</strong> di luna il 21 gennaio e la recente <strong>superluna</strong> lo scorso 19 febbraio, insomma l’ideuzza è tornata alla ribalta ogni volta che ho ammirato la luna in cielo. Senza contare il contributo involontario di mia moglie che ha pensato bene di regalarmi <strong><a href="https://amzn.to/2U3nmWs" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The First Man</a> </strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f609.png" alt="😉" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> .</div>
<div></div>
<div>E dunque, eccola lì sopra l’ideuzza, libera di essere letta e, paradossalmente, libera di essere dimenticata nel mare magnum del web.</div>
<h2>Finale alternativo</h2>
<div>Il buon <a href="https://scriverepercaso.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Michele</strong></a> ha fatto un commento qui sotto che, a mio modestissimo parere, merita la dovuta evidenza perché vederlo lì sotto tra i commenti non mi sembra di rendergli giustizia. Ecco quindi un finale alternativo o, se preferite, un brevissimo sequel del mio brevissimo racconto, preceduto da un mio paragrafo di “aggancio”.</div>
<div></div>
<blockquote>
<div></div>
<div>“Nessuna bandiera americana?” Il funzionario sobbalzò sulla sedia. “Di che diavolo stai parlando?”<br>
L’analista, prossimo alla pensione, dosò tutta la sua esperienza senza scomporsi. Inarcò il sopracciglio e squadrò il suo interlocutore. Doveva essere sulla cinquantina ma, a quanto pareva, non aveva ancora avuto accesso a tutti i dossier riservati.<br>
Avrebbe dovuto specificare che la bandiera americana non era stata affatto la prima. Le verità scottanti erano ben altre e si chiese quanto potesse ancora rivelare ma, forse, era più opportuno cominciare a valutare le conseguenze dall’altra parte del mondo.</div>
</blockquote>
<div></div>
<blockquote>
<div><em>Il funzionario cinese si grattò la testa pelata e disse: “Questo è davvero un grosso problema”.</em><br>
<em>Hulj Jing era arrivato senza problemi nel sito di allunaggio di Apollo 11 e aveva trovato quello che, in effetti, tutti si aspettavano che trovasse: una bandiera americana sfilacciata dai raggi ultravioletti del sole e lanciata via dai gas di scarico del modulo che era ripartito verso la Terra. Era il resto, che aveva fatto alzare il livello d’allarme: poco più in là aveva trovato uno straccetto rosso che doveva essere stato senza dubbio una bandiera dell’ex Unione Sovietica, unito a una targa con incisa la firma di Gagarin e qualche parola in cirillico. Sopra, però, c’era uno scarabocchio in inglese. F**K, per la precisione. Era chiaro che la corsa alla Luna doveva aver visto gli americani solo secondi.</em><br>
<em>La domanda ovvia, a quel punto, fu: perché i russi non avevano detto nulla?</em><br>
<em>La risposta, meno ovvia, venne scoperta da Hulj Jing meno di tre ore dopo: a fianco del sito russo di atterraggio c’erano i siti in cui erano atterrate e ripartite almeno altre otto missioni russe. Razzi grossi, adatti al trasporto merci più che a quello di cosmonauti. Nel mezzo i resti, pochissimi ormai, per la verità, e inutilizzabili, di qualcosa che era palesemente di fattura non terrestre…</em></div>
<div></div>
</blockquote>
<p><a href="http://retroblog.dariustred.it/category/racconti/"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3677 size-full" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tre-racconti-banner.jpg" alt="Darius Tred - Tutti i racconti" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a> <a href="https://paypal.me/dariustred/0.45" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3679 size-full alignright" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tred-offrimi-un-caffe.jpg" alt="Darius Tred - Offrimi un caffé" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/la-volpe-sulla-luna/">La volpe sulla luna</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/la-volpe-sulla-luna/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">3569</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Una domanda nella notte</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/una-domanda-nella-notte/</link>
					<comments>https://retroblog.dariustred.it/una-domanda-nella-notte/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 17:03:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Emme.Di.Ti.]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://retroblog.dariustred.it/?p=3394</guid>

					<description><![CDATA[<p>“Credi agli angeli?”  Tre parole per una domanda diretta. Diretta come solo Emme sa fare. Ma cominciamo dall’inizio. Emme ha pensato bene di partire per andare dall’altra parte dell’oceano. Solo per un paio di master, ha detto. E, con l’occasione, ci ha incastrato le date di qualche convegno e non so che altro: tanti saluti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/una-domanda-nella-notte/">Una domanda nella notte</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/una-domanda-nella-notte/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/01/darius-tred-blog-retroblog-pedro-albero-150x150.jpg" alt="Una domanda nella notte" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p><em>“Credi agli angeli?”</em>  Tre parole per una domanda diretta.<br>
Diretta come solo Emme sa fare. Ma cominciamo dall’inizio.</p>
<p>Emme ha pensato bene di partire per andare dall’altra parte dell’oceano. Solo per un paio di master, ha detto. E, con l’occasione, ci ha incastrato le date di qualche convegno e non so che altro: tanti saluti e arrivederci. Ogni tanto, però, si fa sentire: qualche mail, qualche chat. Il telefono mi vibra quando la notte è ancora giovane per via del fuso orario. Banalità e battute goliardiche a parte, per alcuni scambi a volte vale la pena di mettere insieme un post che, alla fin fine, vale un racconto.<br>
E quindi rieccoci alla domanda iniziale, arrivata un paio di settimane fa mentre di notte bazzicavo sul pc. Una domanda secca, schietta, diretta, senza saluti, senza preamboli. Secondo il nostro stile, insomma.</p>
<blockquote><p><em><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-3398 alignright" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/01/darius-tred-blog-retroblog-una-domanda-nella-notte-560x488.jpg" alt="" width="560" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;">E : Credi agli angeli?</em><br>
<em>D : Che domandona. Vuoi una risposta seria? Considera che ho già due neuroni nella fase REM perché qui è notte. Quindi ho solo il 50% delle mie facoltà mentali per risponderti. Posso cavarmela con un “dipende” ?</em><br>
<em>E: Pensaci bene. Considera che ti stanno ascoltando, quindi fai un po’ tu…</em><br>
<em>D: So bene che mi stanno ascoltando. Quando dico il Padre Nostro mi rivolgo anche agli angeli e agli arcangeli.</em><br>
<em>E: Dico seriamente.</em><br>
<em>D: Anch’io.</em><br>
<em>E: Ho seguito un convegno interessante. Ti sarebbe piaciuto molto, conoscendoti. E comunque qui sono avanti. Scienziati di tutto rispetto hanno teorie molto fondate. Mi è venuta in mente quella storiaccia là di quel prete, ricordi? Forse l’avevi pubblicata anche sul tuo caxxo di blog <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> …</em><br>
<em>A proposito, ma il tuo blog funziona? Ho provato a fare una ricerca ma non l’ho trovata…</em><br>
<em>D: Ah-ah-ah. Sei simpatico come un gatto aggrappato ai maroni… Eccoti il <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/i-fantasmi-di-don-abbondio/">link</a></strong>.</em><br>
<em>E: Dai, stavo scherzando. L’ho già riletta. È bello il tuo blog, mi piace…</em><br>
<em>D: Ti piace? Addirittura “ti piace”? Dai, non star lì a girarci intorno: dimmi subito cos’hai bisogno e facciamola finita. È l’una e mezza, mi si è spento anche il penultimo neurone…</em><br>
<em>E: In realtà il convegno si è chiuso con un invito. Ci hanno chiesto di fare un sondaggio tra gli amici, meglio se di cultura medio-bassa. Un luminare al convegno sostiene che l’idea di angelo che emergerà dal nostro sondaggio sarà molto simile e uniforme, indipendentemente dal grado di cultura. Sostiene (long story short) che è una sorta di retaggio ancestrale che ci accomuna tutti quanti ma, soprattutto, sostiene che tutti quanti abbiamo la stessa idea perché tutti quanti veniamo in contatto allo stesso modo con gli angeli.</em><br>
<em>D: Cultura medio-bassa?? Grazie M****. Sono commosso quando vedo l’alta opinione che hai di me. Davvero. La mia commozione è sincera, a differenza della tua (che è cerebrale). In buona sostanza, cosa vuoi sapere? Se credo agli angeli? Sì. Potrei elencarti una serie di eventi in vita mia che mi hanno convinto. Ma stimo che tu e gli altri strizzacervelli abbiate una casistica ben più ampia e colorita della mia…</em></p></blockquote>
<p>A conferma della mia ipotesi, ecco che mi arriva il giorno dopo una e-mail di Emme.<br>
Un’e-mail con questa storia, seguita da una seconda e-mail che Emme, gran simpaticone, ha pensato di spedirmi il giorno dopo ancora, per tenermi un po’ sulle spine. Io, che non sono così cinico, le riporto qui di seguito una dopo l’altra.</p>
<h2><span style="color: #800000;">Prima e-mail</span></h2>
<p><span style="color: #800000;">Questa è la storia di Rosette (nome di fantasia), una storia che mi ha raccontato L***. Come ricorderai (forse), L*** è una mia collega, una strizzacervelli come me: <strong><a style="color: #800000;" href="http://retroblog.dariustred.it/una-storia-complicata/">credo di avertene già parlato</a></strong>. Abbiamo partecipato insieme al convegno di cui ti dicevo, il convegno sugli angeli. E la sera dopo il convegno, mentre eravamo a cena in albergo, mi ha tirato fuori dal cilindro questa storia. È una storia molto particolare, una di quelle che piacciono tanto a te. Ma mentre tu te le inventi di sana pianta, a me capita veramente di sentirmele raccontare. Comunque non divaghiamo. Questa storia in realtà ha due protagoniste: Rosette, appunto, e Angela (altro nome di fantasia). L*** è venuta a conoscenza dei fatti che sto per raccontarti semplicemente perché ha avuto in terapia Angela per un certo periodo.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Immagina Rosette come un’anziana signora che supera di poco la novantina ma che, nonostante l’età, è bella pimpante e attiva. La classica signora della casa accanto, tutta intenta nelle piccole incombenze quotidiane e avvezza alla buona creanza nei confronti del vicinato. E immagina Angela come la sua vicina di casa. Una donna giovane, single, brillante e in carriera: la tipica donna americana che paga il successo, florido e inaspettato, frequentando lo studio degli strizzacervelli per esorcizzare le insicurezze gelosamente nascoste.</span><br>
<span style="color: #800000;">Ma bando ai cliché: Rosette e Angela, dicevo, sono vicine di casa ma, a parte quei saluti, o poco più, che si scambiano quando si incrociano sui rispettivi vialetti di ingresso, non hanno molte occasioni per frequentarsi. Almeno fino al giorno in cui comincia questa storia. Ma prima di continuare è opportuno fare un passo indietro.</span><br>
<span style="color: #800000;">Le due donne vivono in un quartiere di S****, non molto lontano da qui. È una zona molto verde e piacevole. Un giorno la cittadinanza viene coinvolta in un dibattito che, per fartela breve, riguardava la costruzione di un centro direzionale, con tanto di parcheggi, strade, bar, ristoranti… insomma, le solite cose.</span><br>
<span style="color: #800000;">La questione era dibattuta da tempo perché il centro direzionale includeva anche un gruppo di cliniche specialistiche di cui in città si sentiva molto bisogno. Quindi, in sostanza, non si trattava della solita cementificazione selvaggia che vediamo spesso in Italia. Era un mega progetto, tra l’altro molto attento all’ambiente: molte aree verdi, molti alberi piantati lungo i viali interni, diverse fontane, coperture fotovoltaiche e, vista la vicinanza dell’oceano, persino qualche piccolo pilone per l’energia eolica architettonicamente ben inserito. Tutto molto bello, insomma.</span><br>
<span style="color: #800000;">Peccato che tra i vari ettari coinvolti in questo progetto, c’era una piccola zona ai margini di un bosco dove sorgeva un albero secolare e maestoso. Si trattava semplicemente di un prato che correva lungo un fiume. Il fiume (quello c’è ancora) divide la città dal bosco. Ma dalla parte della città, appunto, c’era questo prato e in mezzo questo albero. Era un gran peccato abbatterlo: era un esemplare di olmo che superava i 30 metri d’altezza. Alla fine, però, la decisione fu presa e il progetto approvato.</span><br>
<span style="color: #800000;">Ma torniamo a Rosette.</span><br>
<span style="color: #800000;">Questa signora, anziana ma pimpante, un giorno bussa alla porta di Angela la quale la fa entrare ben volentieri. Il weekend era appena iniziato: un tè, qualche biscotto, quattro chiacchiere davanti al camino. “Forse lei mi può aiutare” dice Rosette.</span><br>
<span style="color: #800000;">Angela ascolta la vicina, la quale si mostra preoccupata per la sorte dell’albero. Ma la sua preoccupazione non era quella di un’ambientalista incallita. Parla di angeli.</span><br>
<span style="color: #800000;">“Quello è l’albero dei nostri angeli” dice “E se lo abbattiamo se ne andranno, non avremo più la loro protezione.”</span><br>
<span style="color: #800000;">Rosette racconta di vedere piccoli bagliori al calar della sera, sfuggenti e appena percettibili. “Si vedono solo quando gli angeli si posano sui rami”.</span><br>
<span style="color: #800000;">Angela è imbarazzata. Non tanto dal racconto bislacco, quanto dalla sincera convinzione di Rosette, la quale prova a sua volta un identico imbarazzo: pareva infatti consapevole di passare per una vecchietta un po’ fissata, raccontando quelle sue preoccupazioni. Ma, nonostante la pacata compostezza, ha anche l’aria di avere un bisogno disperato di parlarne con qualcuno e di non sapere a chi rivolgersi.</span><br>
<span style="color: #800000;">“E… cosa fanno sui rami?” chiede Angela per rompere il silenzio.</span><br>
<span style="color: #800000;">Rosette percepisce di non essere stata abbastanza convincente. Angela si morde il labbro per non aver saputo mascherare la sua incertezza.</span><br>
<span style="color: #800000;">A quel punto l’anziana signora si commuove, forse rassegnata per il volgere degli eventi. Toglie gli occhiali e li posa sul tavolino.</span><br>
<span style="color: #800000;">“Ci proteggono…” dice bisbigliando “Ci proteggono…”.</span><br>
<span style="color: #800000;">Angela è costernata, si alza per andare a prendere altri biscotti. Prende anche le due tazze di tè per versarne altro ma nel farlo, urta gli occhiali. Cadono, e una lente si rompe. Si aggiunge altro imbarazzo all’imbarazzo. “Che sciocca” dice.</span><br>
<span style="color: #800000;">Rosette, però, non si preoccupa. Dice di averne a casa un paio di scorta. Si ricompone e, convinta di aver abusato troppo dell’accoglienza di Angela, si congeda.</span><br>
<span style="color: #800000;">Angela non può far altro che scusarsi di nuovo, con la promessa di portare gli occhiali a riparare.</span><br>
<span style="color: #800000;">Nei giorni a seguire, tutto sembra tornare come prima anche se tra Rosette e Angela i saluti sul vialetto sono carichi di quel misto d’intesa, di complicità e di malinteso. Angela ha l’impressione di intravedere una tacita supplica velata nei suoi occhi, forse una rassegnazione, e si promette di riprendere il discorso con la scusa di portarle gli occhiali riparati. Se solo trovasse le parole per giustificare la sua totale impotenza nell’impedire che il vecchio olmo venga abbattuto…</span><br>
<span style="color: #800000;">E l’olmo, mi raccontava L***, si intravedeva in lontananza dalla via lungo la quale abitano entrambe, come se osservasse distaccato l’evolversi di questa piccola vicenda umana in attesa solo di un qualche epilogo: gli occhiali sono riparati ma Angela temporeggia perché non sa cosa dire.<br>
</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Rosette, del resto, non ha fretta di riaverli perché usa gli occhiali di scorta.<br>
Passano i giorni e gli eventi precipitano: l’olmo viene abbattuto.<br>
Angela rimane sgomenta la sera di quello stesso giorno quando, passando in auto di ritorno dall’ufficio, vede l’enorme albero ridotto in un mucchio di tronchi in mezzo al prato lungo il fiume.<br>
Passa la notte insonne, si sente terribilmente in colpa.<br>
Ma non ha nemmeno il tempo di farsene una ragione perché il giorno dopo l’abbattimento dell’albero… Rosette viene a mancare.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">In tutto il quartiere, naturalmente, c’è grande cordoglio. Rosette era nel cuore di tutti.</span><br>
<span style="color: #800000;">Angela, oltre al cordoglio, sul cuore ha un peso in più: ma non è solo il peso delle parole non dette, dell’occasione mancata.</span><br>
<span style="color: #800000;">Del discorso rimasto in sospeso, infatti, l’intuito femminile o, se preferisci, quella tipica intesa che a volte solo tra donne si può instaurare, aveva fatto percepire ad Angela che tra Rosette e l’albero ci fosse davvero una sorta di legame, un filo invisibile che appunto aveva spinto la stessa Rosette a confidarsi. Quindi prova a immaginare l’enorme suggestione che quella singolare coincidenza (l’abbattimento dell’albero e la morte di Rosette) ha giocato sulla mente della giovane donna…</span><br>
<span style="color: #800000;">Davvero è solo una coincidenza?</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Da esperti in materia, sia io che L*** concordiamo sul fatto che la mente umana in certe situazioni di particolare stress emotivo elabora inconsapevolmente forme di autosuggestione e sottili meccanismi molto simili alle suggestioni post-ipnotiche. Tradotto? Rosette potrebbe aver provato un dolore così forte da lasciarsi andare fino a che il suo cuore non ha smesso di battere nel sonno. In realtà la spiegazione sarebbe molto più articolata ma te l’ho fatta breve perché </span><span style="color: #800000;">i fatti salienti che, stimo, susciteranno il tuo interesse sono ben altri.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Supponiamo anche solo per un attimo che quell’albero abbattuto fosse, come dire, “frequentato” dagli angeli (metto le virgolette perché non saprei davvero che termine usare…). Ti chiederai… che succederà adesso?</span></p>
<h2><span style="color: #800000;">Seconda e-mail</span></h2>
<p><span style="color: #800000;">Ebbene, la storia di Rosette e Angela in realtà è accaduta quattro anni fa. Spero tu abbia apprezzato la mia suspence (o suspense?) da quattro soldi <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> …</span><br>
<span style="color: #800000;">In realtà ieri avevo un impegno e, non volendo lasciare la mail nelle bozze (sia mai che la perdo, dopo tutto quel gran scrivere), ho deciso di cominciare a spedirtela. Poi mille cose, ed è calata la notte.</span><br>
<span style="color: #800000;">Dove eravamo rimasti? Ah, sì.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Dunque, con o senza angeli, nel frattempo il famoso centro direzionale di cui ti dicevo all’inizio è stato costruito, fatto, finito, inaugurato.</span><br>
<span style="color: #800000;">Ed è tuttora operativo. Dunque è andato tutto liscio anche senza la “protezione” degli angeli? Si direbbe di sì. </span><span style="color: #800000;">Tuttavia… restano un po’ di circostanze strane e tuttora inspiegabili.</span><br>
<span style="color: #800000;">Tanto per cominciare l’azienda che si è occupata dello smantellamento dell’area prima della costruzione (quindi anche dell’abbattimento dell’olmo) è fallita. Trecento operai, con rispettive famiglie, rimasti a piedi. Ma questa, per quanto possa essere triste (e lo è), la possiamo classificare come coincidenza.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Il resto è quanto meno singolare. L*** mi ha raccontato una lunga serie di piccoli fatti e misfatti che, presi singolarmente, non sarebbero altro che pura e semplice cronaca, ma che, statisticamente, destano parecchie perplessità.</span><br>
<span style="color: #800000;">Considera che la zona di S*** è una delle più densamente popolate degli States. E, nel caso non fosse chiaro, ci abita anche L***.</span><br>
<span style="color: #800000;">Ebbene, negli ultimi due anni si è registrato un picco nelle diagnosi di depressione per motivi vari.<br>
Triste, dirai.</span><br>
<span style="color: #800000;">Purtroppo non insolito, aggiungo io.</span><br>
<span style="color: #800000;">Se non fosse appunto per la concentrazione piuttosto circoscritta che, statisticamente, risulta fuori parametro. L*** e tutti i suoi colleghi strizzacervelli che lavorano in zona hanno notato quest’onda anomala. Più altre storie collaterali: ben tre bimbi smarriti nel bosco e poi ritrovati. Un ponte di legno crollato, per fortuna senza gravi conseguenze. Una tribuna crollata durante una partita di baseball: con diversi feriti, per fortuna non gravi. Lievi scosse di terremoto (non rare per la zona in cui siamo ma insolitamente frequenti). Quest’ultime hanno innescato parecchio malessere negli abitanti perché vengono attribuite ad attività di fracking abusivo di alcune aziende nelle zone limitrofe. A tal proposito, ci sono state diverse manifestazioni di protesta, intimidazioni e tensione sociale. Hai presente il film Erin Brokovich? Ecco, qualcosa di simile, solo che qui è tutto tragicamente vero…</span><br>
<span style="color: #800000;">Infine un’insolita scia di suicidi e tentati suicidi… alla quale ha tentato di aggiungersi di recente anche la povera Angela, ovvero l’unica persona che ha associato tutte queste circostanze negative con l’abbattimento dell’olmo e con la presunta “dipartita” degli angeli.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Ma, suvvia, siamo uomini di scienza, no? Rosette, olmo, angeli, circostanze negative. Tutto collegato?</span><br>
<span style="color: #800000;">Non potremo mai saperlo.</span><br>
<span style="color: #800000;">Un collegamento, però, c’è. Un collegamento davvero insospettabile: gli occhiali di Rosette.</span><br>
<span style="color: #800000;">Che fine hanno fatto? Erano rimasti ad Angela, la quale li aveva fatti riparare ma poi, travolta dalle incertezze e dagli eventi, non ha avuto modo di restituirli.</span><br>
<span style="color: #800000;">Angela li ha quindi conservati con cura come ricordo della povera Rosette, soprattutto come monito per non rimandare a domani quel che si può fare oggi. Una sera, nel pulire le lenti, li ha indossati per un attimo e… indovina un po’? Ha intravisto un bagliore sfuggente intorno all’albero in giardino.</span><br>
<span style="color: #800000;">Svista? Allucinazione? Suggestione? In ogni caso è stato inevitabile ripensare a Rosette. Terrorizzata, Angela ha chiamato L*** e l’ha supplicata di raggiungerla al più presto.</span><br>
<span style="color: #800000;">E L*** l’ha trovata in lacrime, davvero molto scossa. Ha impiegato un’ora buona per calmarla e farsi raccontare l’accaduto. Poi non le è rimasto altro che chiamare alcuni familiari per fare in modo che non passasse la notte da sola.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Quella sera a casa di Angela, L*** ha pensato di prendere con sé gli occhiali per evitare che la poveretta continuasse ad averli sott’occhio, evocando così tutto quel che era successo. Poi però non ha esitato a provarli per vedere se davvero si vedesse qualcosa di strano. Niente bagliori, niente luci strane. Ma L***, che tu non conosci ma io sì, è una donna di scienza, determinata e di polso. Una donna con le palle, diremmo noi. Si è ripromessa di vederci chiaro (scusa il doppio senso) e di fare indagini approfondite prima di chiudere definitivamente quella storia come una storia di semplici coincidenze e suggestioni indotte.</span><br>
<span style="color: #800000;">E come ogni indagine che si rispetti, L*** ha pensato bene di procedere metodicamente.</span><br>
<span style="color: #800000;">Ha indossato gli occhiali più o meno nella stessa ora in cui li ha indossati Angela, cioè al crepuscolo della sera.</span><br>
<span style="color: #800000;">Li aveva addosso quando ha deciso di andare a fare una passeggiata dove sorgeva l’olmo.</span><br>
<span style="color: #800000;">Li aveva con sé quando è andata a portare un mazzo di fiori sulla tomba di Rosette.</span><br>
<span style="color: #800000;">Infine ha trascorso un weekend in tenda nel bosco oltre il fiume (questo però l’ha fatto con un gruppo di amici. Va bene essere coraggiosi, ma incoscienti anche no…)</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Risultato?</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Nel bosco ha visto qualcosa. Sfuggenti luce azzurrognole vicino alle cime degli alberi.</span><br>
<span style="color: #800000;">All’inizio era confusa (e chi non lo sarebbe?) perché le vedeva con un occhio solo.</span><br>
<span style="color: #800000;">Ma poi ha capito.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">In realtà non era lei a vederle con un occhio solo ma erano gli occhiali di Rosette: la lente originale permetteva di vedere i bagliori. Quella sostituita in seguito alla riparazione non più.</span><br>
<span style="color: #800000;">Qualcosa di strano dunque accadeva davvero.</span><br>
<span style="color: #800000;">Rosette vedeva davvero quei bagliori ma li vedeva per via degli occhiali. Non potremo mai sapere se si fosse mai resa conto di questo dettaglio ma credo proprio di no, altrimenti il discorso con Angela sarebbe stato del tutto diverso. Tutta la storia sarebbe stata diversa.</span><br>
<span style="color: #800000;">Non potremo mai nemmeno sapere il motivo per cui Rosette associasse quei bagliori agli angeli.</span><br>
<span style="color: #800000;">Ammesso e non concesso che fossero davvero angeli, se L*** li ha visti nel bosco allora vuol dire che non se non sono mai andati. Dunque tutta la catena di sfighe era casuale, benché statisticamente sospetta?</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Oppure l’olmo aveva un’importanza particolare?</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Altra domanda destinata a rimanere senza risposta. Ma i fatti, per ora, finiscono qui.</span><br>
<span style="color: #800000;">Quello che ho imparato io da tutta questa storia è che non è mai una bella idea abbattere un albero: sono creature misteriose e affascinanti, le uniche che tentano di unire il cielo e la terra, che sintetizzano “il sopra e il sotto” in un mirabile scambio di vita, benessere ed energia. E alla fine, i bagliori azzurrognoli, cosa sono se non effimere forme di energia?</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Ti auguro Buon Natale.</span><br>
<span style="color: #800000;">Per il buon anno aspetto perché forse saremo sullo stesso continente.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">P.S.: che non ti venga in mente di abbattere un pino per fare l’albero di Natale…</span></p>
<h2>Epilogo</h2>
<p>Per chi non lo sapesse, <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/tag/emme-di-ti/">le storie di Emme</a></strong> sono spesso avare di epiloghi decenti.<br>
Ciononostante, a mio modestissimo parere, a volte il solo intreccio fa la sua bella figura, anche solo per una fugace evasione in poltrona. Il resto non mi resta che immaginarlo. Per immaginarlo meglio potevo non porre a Emme altre domande? Certo che no. In attesa che rientri sul continente (e no: oggi, 3 gennaio, non ha ancora comprato il biglietto aereo) gli ho posto la domanda più importante, quella che mi ha tolto il sonno: che fine hanno fatto gli occhiali?</p>
<p>Emme mi ha scritto di non averli mai visti perché L***, <em>“donna di scienza, donna di polso, donna con le palle”</em>, ha pensato bene di farli analizzare a suoi colleghi di non so quale università. Da un’università all’altra sono arrivati fino al MIT di Boston dove sono stati oggetto di studio perché, cito testualmente, presentano <em>“qualcosa di estremamente interessante benché inspiegabile”</em>. Ma anche al MIT che, per inciso, è uno dei poli scientifici più avanzati del pianeta, non hanno saputo ricavarci granché a parte il fatto (ovvio), che le due lenti fossero differenti e che quella più vecchia, stando a <em>“peculiarità atomiche”</em> non meglio specificate, fosse di fabbricazione ignota.</p>
<p>Montatura anonima in legno di sandalo, una scritta “Evander” piuttosto minuscola su una bacchetta (la marca? il produttore? il negozio?), accompagnata dal numero 1874. Numero di serie? Oppure addirittura… anno di fabbricazione?<br>
Altre domande le cui risposte, forse, se ne sono andate per sempre con Rosette.</p>
<p>Nel frattempo, mi ha detto Emme, con grandissimo rammarico di L***, gli occhiali sono finiti in un caveau di una banca di Boston, dove il MIT tiene oggetti <em>“inspiegabili”</em>. Emme è venuto a sapere un aneddoto su questa banca: la chiamano l’anticamera di Ginevra. Questo nomignolo l’hanno coniato proprio al MIT perché in tale banca ci custodiscono oggetti in attesa di essere trasferiti al porto franco di Ginevra.<br>
<em>“Sai cos’è il porto franco di Ginevra?”</em> mi ha chiesto Emme. “Certo che lo so” gli ho detto. “E so anche che non hai letto <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/le-leggende-di-annecy/">il mio racconto</a></strong>… Ma cosa te lo dico a fare?”<br>
Comunque, a Ginevra <em>“ci finiscono gli oggetti in attesa che la scienza e la tecnologia progrediscano a sufficienza per poterli studiare meglio”</em>.</p>
<p>Chapeau.</p>
<h5 style="text-align: right;">(C) 2018 – Darius Tred</h5>
<p><a href="http://retroblog.dariustred.it/category/racconti/"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3677 size-full" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tre-racconti-banner.jpg" alt="Darius Tred - Tutti i racconti" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a> <a href="https://paypal.me/dariustred/0.45" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3679 size-full alignright" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/03/darius-tred-offrimi-un-caffe.jpg" alt="Darius Tred - Offrimi un caffé" width="300" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/una-domanda-nella-notte/">Una domanda nella notte</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://retroblog.dariustred.it/una-domanda-nella-notte/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">3394</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/?utm_source=w3tc&utm_medium=footer_comment&utm_campaign=free_plugin

Page Caching using Disk: Enhanced 
Content Delivery Network via N/A
Database Caching 119/302 queries in 0.149 seconds using Disk

Served from: retroblog.dariustred.it @ 2026-04-19 01:50:13 by W3 Total Cache
-->