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	<title>Traduzioni Archivi - Darius Tred Retro Blog</title>
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	<description>Note, pensieri, curiosità e riflessioni su scrittura, lettura, narrativa. E molto, molto altro...</description>
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	<title>Traduzioni Archivi - Darius Tred Retro Blog</title>
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		<title>Novantanove anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2020 05:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Emme.Di.Ti.]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E riecco Emme. Che a volte ritorna. Ma che non se ne è mai andato. L’ultima volta si è “rivisto” a dicembre, poco più di quattro mesi fa. Nel frattempo è accaduto di tutto. Ho cambiato lavoro. Ho cambiato sito. Ho scritto alcuni racconti. Persino un romanzo. Insomma, sono successe davvero un sacco di cose, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/novantanove-anni/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2020/04/darius-tred-blog-retroblog-illuminazione-150x150.jpg" alt="Novantanove anni" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>E riecco Emme. Che a volte ritorna. Ma che non se ne è mai andato.<br>
L’ultima volta si è “rivisto” <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/morte-reversibile/">a dicembre</a></strong>, poco più di quattro mesi fa.<br>
Nel frattempo è accaduto di tutto. Ho cambiato lavoro. Ho cambiato sito. Ho scritto alcuni racconti. Persino un romanzo. Insomma, sono successe davvero un sacco di cose, compresa una pandemia che, dopo essere entrata delicatamente a gamba tesa nella vita di tutti, lascerà lunghi strascichi nel nostro immaginario collettivo, fino a restare indelebile nei libri di storia su cui studieranno i nostri nipoti. Ma con Emme, tutto sommato, non è cambiato nulla: eravamo già “distanti ma uniti” da diverso tempo, per molti altri motivi.</p>
<p>Nell’ultima webchat, cominciata ovviamente come se nulla fosse, senza preamboli né saluti, ho scoperto che il mio caro amico strizzacervelli, in qualche modo, ha avuto il suo bel daffare in questi ultimi mesi. Perché sì, “anche se molte cronache non lo riportano, sono molte le persone che hanno avuto e avranno bisogno di assistenza psicologica per riprendersi”. Specialmente coloro che, grazie al cielo, sono usciti dalla terapia intensiva. Il buon Emme, in veste di volontario, ha così alternato giorni di supporto in reparto, presso alcuni ospedali della zona, a visite a domicilio.</p>
<p>“Ho sentito un sacco di storie su cui avresti potuto ricamarci mica male”, mi ha scritto.<br>
Il condizionale (“avresti”) non è usato a caso. Recepisco e taccio: sono le solite storie di cui non mi può dire nulla?</p>
<h2>Il vispo novantottenne</h2>
<p>Sì, le solite storie. Ma una me l’ha tenuta da parte. Quella secondo lui più “interessante”.</p>
<p>“Ho conosciuto un vispo novantottenne…” esordisce. E mi snocciola la storia di un distinto signore, praticamente centenario, che a dispetto di tutto e di tutti, e contro ogni parere medico, è andato e tornato dalla terapia intensiva, percorrendo la via crucis che ha purtroppo accomunato il destino di molti. Un destino che si è appunto incrociato con quello di Emme che, bardato di tutto punto, si è inaspettatamente trovato ad assisterlo poco prima che venisse dimesso.</p>
<p>“Come mai proprio tu?”<br>
“Non aveva parenti. Niente parenti, niente amici.”<br>
Eppure, mi racconta, nonostante il periodo fosco e nonostante la carenza di affetti, questo quasi centenario è tornato insolitamente vispo dalla sua disavventura. Vispo e “illuminato”. E con tanta voglia di parlare. Sì, perché, per dirla con le parole dell’anzianotto, mentre era in terapia intensiva più di là che di qua, aveva “visto la luce”. Anzi no: le parole esatte (perché me le sono segnate, poi si capirà perché), Emme ha riferito essere state queste: “Nel mio torpore, ho visto finalmente la luce”.</p>
<p>Su quale tipo di luce possa aver visto una persona in terapia intensiva, tutto sommato, non ci sono molti dubbi. Almeno non per Emme che, di <span id="wiki-tooltip-1" data-tooltip-content="#wiki-tooltip-box-1" data-wiki_num="1" data-wiki_id="53192" data-wiki_title="Esperienze ai confini della morte" data-wiki_section="" data-wiki_base_url="https://it.wikipedia.org/w/api.php" data-wiki_url="https://it.wikipedia.org/wiki/Esperienze_ai_confini_della_morte" data-wiki_thumbnail="default" data-wiki_nonce="14aef77589"><a class="wiki-tooltip" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Esperienze_ai_confini_della_morte" target="_blank" rel="noopener noreferrer" onclick="return isClickEnabled( 'hover', 'open' );"><strong>esperienze NDE</strong></a></span>, ne ha sentite raccontare davvero molte. Quello che ha stuzzicato la sua attenzione (e poi la mia) è stato più che altro il racconto che ne è seguito.</p>
<p>“E cosa ti ha raccontato?” chiedo.<br>
“La sua vita. Cos’altro?”<br>
“Be’, certo, che idiota che sono…”<br>
“Cosa vuoi che ti racconti un centenario solo in ospedale? Mi ha raccontato della sua giovinezza, della guerra…”<br>
“E’ stato in guerra?”<br>
“Sì, in Grecia. Nel luglio 1940. Ma non ci è andato per combattere. Ci è andato come giovanissimo cappellano.”</p>
<h2>Webchat</h2>
<p>“Un prete?” chiedo stupito. Di solito i preti che si ritirano dalle loro attività vengono ospitati in apposite case di riposo. E non arrivano a quella veneranda età in totale solitudine.<br>
“Un ex-prete”.</p>
<p>Ex-prete. Se questa definizione chiarisce alcuni dubbi, allo stesso tempo me ne fa nascere altri.<br>
“Quando mi ha raccontato la sua storia, mi sei subito venuto in mente.”<br>
“Io?”<br>
“Sì, tu…” sogghigna con ripetute faccine da chat. Chissà quale curiosità porta Emme ad associarmi a un ex-prete di novantotto anni, mi chiedo. “Tu con le tue fisse. La Bibbia, la verità, le traduzioni…”</p>
<p>Avrei da protestare, perché non sono così talebano come mi dipinge Emme. Ma so che in fondo (ma proprio in fondo) mi vuole bene e dice così solo per prendermi in giro. Almeno questo è quello che mi sembra dalle faccine stupide con cui correda le sue frasi.<br>
Segue poi una lunga serie di messaggi in cui Emme mi descrive la vita di quel signore. Mi stupisce vederlo (anche se in realtà siamo in chat) così “ciarliero” quando parla di persone con cui ha avuto a che fare. Forse il fatto di non aver svolto delle vere e proprie sedute, lo fa sentire un po’ più libero di parlare. Ma la mia attenzione viene catturata dall’ultimo passaggio.</p>
<p>“Alla fine mi ha detto, senti un po’… che ha perso la vocazione perché ha letto la Bibbia.” prosegue Emme. “Un prete che si spreta perché ha letto la Bibbia? E allora gli chiedo come mai, e lui mi risponde che l’ha letta veramente, e io gli chiedo cosa intende per veramente. E lui mi dice che l’ha letta in ebraico.”<br>
“Ebraico antico?”<br>
“Penso di sì. Ricordi quella faccenda là che vi avevo raccontato tempo fa?”</p>
<p>Certo che la ricordo: l’ho raccolta <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/una-storia-complicata/">qui</a></strong>. Ma taglio corto perché dalla webchat vedo la notifica che Emme sta proseguendo nel suo racconto.</p>
<p>“Insomma, fatto sta che, rileggendo la Bibbia in ebraico, cioè nella sua lingua originale, costui ha deciso che… come si dice… insomma ha deciso di non essere più prete.”<br>
“Perché?”<br>
“Perché quella non è la verità.”<br>
“Cosa vuol dire? Non capisco.”<br>
“E’ quello che ho chiesto anch’io e lui per tutta risposta mi ha detto di leggere la Bibbia in ebraico… che è quella vera.”<br>
“E tante grazie! L’ebraico antico non è esattamente una lingua che insegnano a scuola…”<br>
“Lo so. Se è per questo, nemmeno nelle università. Vuoi vedere che non lo insegnano perché non vogliono che chiunque vada a leggersi cosa c’è scritto davvero nella Bibbia?” prosegue Emme. “Ah, no scusa: sei tu il complottista…” aggiunge con una faccina sghignazzante.<br>
Cerco l’emoticon con il dito medio ma mi precede proseguendo.<br>
“La cosa triste è che, a seguito di questa sua scelta, ha perso tutti gli affetti. La sua famiglia, che era molto praticante e molto orgogliosa della sua vocazione, l’ha rinnegato. Rinnegato e pure diseredato, pensa. Del resto, negli anni quaranta e cinquanta, non so bene quando è accaduto, dovevano essere molto inquadrati e bigotti…”<br>
“Tristissimo…”<br>
“E come se non bastasse, non appena in Curia hanno capito che questo tizio sapeva leggere l’ebraico antico, gli hanno fatto terra bruciata intorno…”<br>
“Cioè?”<br>
“Non lo so. Ha usato questa espressione. Credo che all’epoca l’abbiano sp*tt*nato in lungo e in largo, per dirlo con parole nostre… Ma il pezzo forte deve ancora venire: reggiti forte…”<br>
Mi reggo forte.</p>
<p>“A un certo punto mi ha detto: <em>‘Tu che ti occupi di anime, troverai un passo interessante nella Genesi. Il torpore è la chiave di tutto’</em>…”<br>
“Il torpore? Cioè? E cosa vuol dire che ti occupi di anime?”<br>
“Lì per lì, me lo sono chiesto anch’io. Ha chiamato ‘torpore’ anche la sua terapia intensiva. Un dettaglio notevole: considera che la maggior parte delle persone che ne esce non ricorda quasi nulla. Mi stavo alambiccando con queste domande quando son dovuto uscire dalla camera perché era arrivata l’ora della visita. Il medico di turno ha fatto uscire tutti. Parenti e non parenti. Non ho capito cosa intendesse con quella frase, ‘mi occupo di anime’. In un certo senso, sì, è vero. Ma come ha fatto a capirlo? Non può averlo capito: di me vedeva solo la striscia degli occhi. Indossavo camice da sala operatoria, cuffia, guanti, mascherina, visiera. Sul camice avevo solo una targhettina anonima di quelle che danno ai volontari ospedalieri. Non c’era nemmeno il mio nome, per dire…”<br>
“E non gliel’hai chiesto?”<br>
“No. Finita la visita, il medico è stato categorico: i pazienti dovevano riposare nel modo più assoluto.”<br>
“Il giorno dopo?”<br>
“Il giorno dopo non ero in ospedale.”<br>
“Non ci vedo niente di così trascendentale” rispondo. “Non è che ti ha scambiato per un prete che girava per confessare i pazienti?”<br>
“Non saprei… Ma non era questo il pezzo forte che intendevo…”<br>
“Ah. E quindi??”<br>
“Sono andato a leggermi la Bibbia in ebraico…”<br>
“Chi? Tu??” sbotto. “E dove l’hai trovata?”<br>
“Domani ti mando un link…”<br>
“Domani?? Non puoi mandarmelo ora?”<br>
“Appena lo recupero te lo invio”.</p>
<p>Grand* farabutt* bastard*. Se c’è una cosa di Emme che odio è quel suo mollarti sul più bello.<br>
Perché il suo “appena” dura qualche giorno. Quando va bene.</p>
<h2>Una storia stramba</h2>
<blockquote><p>Come la si conosce di solito, è una storia assai oscura e stramba, e quel che si riesce a dedurre da tale oscurità è che, per qualche ragione misteriosissima e crudele, non si deve mai disobbedire a un tabù sulla conoscenza. Invece questa storia così com’è scritta davvero, dice proprio il contrario: come e perché si debba disobbedire, e come farlo. Ora vi racconto com’è.</p>
<p><em><strong>L’adam e la Aishà</strong></em><br>
All’inizio, narra dunque il libro della Genesi, l’adàm viveva tranquillo nel giardino dell’Eden. E l’adàm è l’umanità. Non è un uomo che per qualche motivo si chiamasse Adamo: adàm in ebraico vuol dire “l’essere umano”, l’ “umanità” in generale. Perciò nel capitolo 1 della Genesi si dice che dopo aver creato l’universo e gli animali e una quantità di altre cose e di altri esseri</p>
<p style="padding-left: 40px;">Dio creò l’adàm a sua immagine, a immagine di Dio lo creò: e maschio e femmina li creò. […]<br>
Non è bene che l’adàm sia solo. Gli farò un aiuto che rifletta la sua luce.</p>
<p>Così dice il testo ebraico (Genesi, 2, 18). Un aiuto che aiuti cioè l’adàm a vedere se stesso, il proprio significato e il proprio compito, che evidentemente l’adàm non riusciva a vedere da solo. E Dio comincia a creare questi aiuti. E plasmò – dice il testo ebraico antico – esseri che non somigliavano all’adàm; esseri di forma e natura non umana, animale, “e li conduceva all’adàm, per vedere come li avrebbe chiamati: e in qualunque modo l’adàm avesse chiamato ciascuno di quegli esseri, quel nome sarebbe stato il suo nome.” Chi sono questi esseri? Non possono essere i comuni animali, dato che quelli erano già stati creati prima dell’adàm. Sono davvero e soltanto aiuti senza nome, esseri misteriosi, a cui l’adàm dovrà imparare a trovare il nome. E l’adàm, dice il testo ebraico,</p>
<p style="padding-left: 40px;">aveva nomi per tutto il bestiame domestico, e per tutti gli uccelli del cielo e per tutte le bestie selvatiche, ma tra quegli altri aiuti non uno ne trovò, che riflettesse la sua luce (Genesi 2, 20).</p>
<p>Non li vide, cioè; la sua “luce”, il suo occhio non riusciva a illuminare nulla di essi: erano invisibili. Allora Dio crea un altro aiuto, un altro essere misterioso. E la traduzione a cui noi siamo abituati dice così, a questo punto:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò, con la costola che aveva tolto dall’uomo, una donna, e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: “Questa volta sì essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. Si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta”. Perciò l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una sola carne. (Genesi, 2, 2).</p>
<p>Qui le contraddizioni si addensano assai. Voi capite perché una costola? Perché questo esperimento di divina chirurgia plastico-genetica? E che cosa vuol dire: “Si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta”? E, soprattutto, perché mai Dio avrebbe dovuto creare a questo punto la donna, quando già prima, il sesto giorno, aveva creato tutti gli uomini e tutte le donne dell’umanità? No, è impossibile capirlo, e non perché nel testo ci sia un mistero, ma perché la traduzione è sbagliata e non ha senso, così.</p></blockquote>
<h2>La traduzione corretta</h2>
<p>“Hai capito?” mi chiede Emme dopo avermi fatto sorbire il primo link (che link non è, ma solo una sequenza di immagini del libro che ha scovato).<br>
“Che libro hai trovato? Non mi pare una traduzione della Bibbia in ebraico…” E nemmeno una lettura agevole, se proprio devo dirla tutta. Ma quest’ultimo dettaglio lo taccio.<br>
“No. Quella ormai è introvabile. Perduta nei secoli dei secoli e amen.”<br>
“Comunque no, non ho capito.” ribadisco.<br>
“Sono andato a rileggermi la Bibbia ufficiale. Ed è vero.” continua Emme. “Capitolo 1, versetto 27: Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò. Poi la famosa storiella del torpore, della costola, della donna, arriva solo dopo: capitolo 2, versetto 22. Perché?”<br>
Non l’avevo mai notato, devo essere sincero.<br>
“Perché Dio prima crea l’uomo, maschio e femmina li creò, e poi la donna?” continua.<br>
“Non lo so. Ma che libro è quello di cui mi hai mandato le foto?” insisto.<br>
“Adesso ti mando la copertina”.<br>
Ma prima della copertina, Emme mi invia la pagina della traduzione corretta.</p>
<blockquote><p>Il testo ebraico-antico, tradotto correttamente, dice invece, innanzitutto:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Dio fece scendere il torpore sull’adàm, che si addormentò; e prese uno dei suoi involucri esteriori, e plasmò con forma e bellezza la levità di esso, di questo involucro.</p>
<p>Non ci sono costole e carne e non è dal corpo di un Adamo maschio che Dio crea qui il nuovo aiuto. Un corpo non ha “involucri”. Ciò di cui si parla qui è l’immagine che ciascuno di noi ha di se stesso, come di un intero compatto: un io intero, di cui noi diciamo “sono io”. Invece non è un intero e non è compatto: l’io è composito, molteplice, spiega qui la Bibbia: è fatto di molti “involucri”, contenuti l’uno nell’altro. E quando l’io è nel “torpore” – quando l’io è sprofondato in se stesso e non sente più nulla all’esterno ma solo dentro di sè – accade che uno di questi involucri venga tolto, e acquisti vita autonoma. Accade, notate bene. Non accade solo allora; accade davvero sempre, nel nostro presente quotidiano. Accade in ogni tempo, anche a ciascuno di noi, che nel nostro torpore (sonno, rilassamento, trance) un involucro di ciò che chiamiamo io acquisti vita autonoma.</p></blockquote>
<p>Notevole. E’ una traduzione un po’ dura da capire ma, pur ostica o quanto meno poco agevole, tale traduzione ha un senso più compiuto della storiella della costola e della donna. Ho letto e riletto più volte le due traduzioni confrontandole: quella “ufficiale” (virgolette d’obbligo) e quella “nuova”. Devo riconoscere che l’autore in questione (che cito doverosamente più avanti) ha ragione: delle due, la più stramba è proprio quella ufficiale. Non ha alcun senso il torpore, la costola, la donna.</p>
<p>“Eppure non capisco…” scrivo. “L’adàm è l’umanità. Non un uomo chiamato Adamo. E fin qui ci siamo. Il torpore è il sonno…”<br>
“…sonno, rilassamento, trance, ipnosi, ipnosi regressiva… ma anche terapia intensiva…” si sovrappone Emme in chat.<br>
“…ok, ma l’involucro esteriore… esattamente, cosa sarebbe?”<br>
Passano lunghi minuti prima della risposta. E poi arriva l’immagine di un’altra pagina.</p>
<h2>Yin e yang</h2>
<blockquote><p>E il testo ebraico antico, tradotto correttamente, prosegue:</p>
<p style="padding-left: 40px;">E Dio plasmò la sostanza dell’involucro che aveva spezzato nell’adàm, e ne fece Aishà, e la conduceva dall’adàm. Allora l’adàm disse: “Questa volta è sostanza della mia sostanza e vita della mia vita”. E si chiamerà Aishà, perché dall’aìsh è provenuta.</p>
<p>Aìsh in ebraico antico vuol dire “l’uomo”, il singolo individuo: ovvero non l’essere umano in generale, l’adàm, ma ciò che noi intendiamo quando diciamo io. L’aìsh è l’io. […] Ed è un termine maschile: la lingua ebraico-antica percepisce cioè il centro dell’io umano come un elemento maschile – come un elemento Yang, direbbero i cinesi. L’Aishà è invece una componente femminile, Yin, dell’io –  dell’io di tutti noi. […] L’Aishà, in questa lingua sacra, è dunque la compagna invisibile, aerea, spirituale dell’io di ogni individuo. Questo significa il suo nome. Ciò che è narrato qui non è dunque una seconda creazione della donna, della parte femminile dell’umanità, bensì l’apparire di un essere spirituale: di un aiuto, dice la Bibbia, noi oggi diremmo: di una guida, nella quale finalmente l’aìsh dell’individuo impara a vedere “la propria luce”.</p></blockquote>
<h2>“Tu che ti occupi di anime”</h2>
<p>“E con questo ritorniamo al nostro cappellano novantottenne…” scrive poi Emme. “Ci ha visto lungo, lunghissimo direi. Solo mi chiedo come diavolo abbia fatto a capire che io effettivamente, per il lavoro che faccio, in un certo senso mi occupo di anime. O meglio, della parte spirituale che emerge da tutti noi quando faccio le mie sedute.”</p>
<p>Più che alle sue sedute, <strong><a href="https://retroblog.dariustred.it/tag/emme-di-ti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ripenso alle sue ipnosi regressive e a tutte le sue storie</a></strong>. Non emergono mai solo parti spirituali di ignari pazienti. Emerge sempre molto di più…<br>
“Non hai pensato di chiederglielo?”<br>
“Sì, ci ho pensato. Ma è stato dimesso e dovrei andare a rintracciare le sue generalità… capire dove abita… In ospedale sono solo un volontario, non credo di aver accesso a queste informazioni. Dovrei chiedere a qualche infermiera, ma dovrei inventarmi una valida motivazione. E poi devo trovare un modo per farmi riconoscere. In ospedale ero tutto coperto, di me vedeva solo gli occhi…”<br>
“Be’, se dagli occhi ha capito che ti occupi di anime…”</p>
<h2>Epilogo</h2>
<p>“Purtroppo il nostro amico è mancato.”</p>
<p>Inizia così l’email-epilogo scritta da Emme qualche giorno dopo. Non posso riportarla per intero per ovvi motivi di privacy. Ma in sostanza posso riassumerla come segue: dopo essere riuscito ad avere notizie sull’ex-prete, Emme è andato a trovarlo per sentire come stava e poi, perché no, per scambiarci ancora due chiacchiere. Ma, ad attenderlo sul campanello, una coccarda funebre annunciava il triste evento. Una signora, uscendo dall’abitazione del vecchio, si è stupita al vederlo. “Lei è un parente?” Emme, dopo aver spiegato la situazione che l’aveva portato lì, è venuto poi a sapere che un infarto aveva colto nel sonno il pover’uomo. La signora, un’anima pia della parrocchia che si occupava degli anziani soli portando loro cibo e compagnia, l’aveva trovato seduto in poltrona, con lo sguardo spento e un sorriso velato.</p>
<p>“Poveretto, è sempre stato così solo… Non aveva mai voluto venire in chiesa… Eppure è sempre stato così credente, la casa piena di libri, vangeli, bibbie…”.<br>
Da come raccontava, la signora non doveva essere al corrente del suo lontano passato, mi ha scritto Emme nella sua e-mail. “…e la cosa più triste è che è morto nel giorno del suo novantanovesimo compleanno. Tutto solo. Senza amici, senza parenti” ha aggiunto commossa per poi voltarsi a togliere l’annuncio funebre. Il funerale era già stato celebrato quello stesso giorno.</p>
<p>Un gran peccato. Davvero un gran peccato.</p>
<p>I brani citati in questo post sono estratti dal libro <em><strong>I maestri invisibili</strong></em>, di <strong>Igor Sibaldi</strong>. Un libro particolare, che non lascia indifferenti. Non è un libro adatto a tutti, devo dire la verità. Occorre una buona dose di apertura mentale, di precisa volontà di abbandonare le proprie certezze anche solo per ipotizzare che c’è dell’ “altro”, che in realtà le cose non stanno proprio come ce le hanno sempre raccontate. Basta aver voglia di leggere, di cercare, di lasciarsi incuriosire. Del resto, lo dice lo stesso vangelo di Giovanni (8, 32): <em>“Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi”</em>.</p>
<p>Liberi. E quindi soli?</p>
<p> </p>
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		<title>Dieci libri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jul 2018 08:06:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Meme e antimeme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Quelli che non potrai mai dimenticare di aver letto e che probabilmente rileggerai ancora e ancora. Posta solo la copertina non aggiungere spiegazioni.” Qualcuno (non si fanno nomi, solo cognomi: Guarneri! 😀 ) ha pensato bene di risucchiarmi in questo giochino estivo che sta imperversando su Facebook. Niente da dire: parteciperei volentieri, ma… Ho la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/dieci-libri/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/07/darius-tred-blog-retroblog-biblioteca-150x150.jpg" alt="Dieci libri" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>“Quelli che non potrai mai dimenticare di aver letto e che probabilmente rileggerai ancora e ancora. Posta solo la copertina non aggiungere spiegazioni.”</p>
<p>Qualcuno (non si fanno nomi, solo cognomi: Guarneri! <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> ) ha pensato bene di risucchiarmi in questo giochino estivo che sta imperversando su Facebook. Niente da dire: parteciperei volentieri, ma…<br>
Ho la faccia di uno che può postare copertine di libri senza aggiungere spiegazioni? <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /><br>
No. Certo che no. Quindi farei molto fatica a partecipare attivamente a questo meme…</p>
<p>Ma, in fondo in fondo (ma proprio in fondo…), i motivi sono altri. Farei fatica a identificare 10 libri perché quelli che mi sono piaciuti sono molto più di 10. Molti hanno contribuito a formare, non dico il mio pensiero, ma alcune mie opinioni su diversi argomenti. Quindi sì, non li dimenticherò, ma sarei esagerato se affermassi che mi hanno cambiato la vita. Diciamo semplicemente che ognuno mi ha insegnato qualcosa.</p>
<p>Potrei partire citando la Bibbia ma prima che qualche sopracciglia si inarchi con un “vabbè, cambiamo aria”, aggiungo subito una sfida: provate a leggere la Bibbia in ebraico antico, cioè nella sua lingua originale. E se deciderete di accettare questa sfida con voi stessi, abbiate cura di cercare la versione più antica, ancora più antica del <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Codex_Leningradensis" target="_blank" rel="noopener"><em>Codice di Leningrado</em></a></strong>.<br>
Forse qualcuno non sa cos’è il Codice di Leningrado. La faccio breve: è solo una delle tante versioni originali della Bibbia, l’unica dalla quale derivano tutte le traduzioni moderne. Vi lascio immaginare le altre ma, qualunque opinione abbiate della Bibbia, sappiate solo di avere a che fare con la classica punta dell’iceberg.<br>
Ovviamente io non conosco l’ebraico antico ma posso garantire che se si sa cercare bene, si verrà ricompensati con letture che riserveranno sorpresa <em><strong>autentica</strong></em> e <strong><em>pura</em></strong>.<br>
Certo, poi nessuno ha la verità in tasca.<br>
Ma uno degli insegnamenti è proprio questo: “nessuno ha la verità in tasca”… <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f61b.png" alt="😛" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p>Ecco perché, almeno in questo caso, postare la copertina della Bibbia senza aggiungere spiegazioni non avrebbe senso. Per il resto potrei andare avanti a citare altri titoli e copertine, ma senza spiegazioni si perde il bello della conversazione, vale a dire la parte bella di un tè in compagnia quando si parla con qualcuno di libri, del perché ci sono piaciuti e di cosa ci hanno permesso di scoprire.</p>
<h2>Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei.</h2>
<p>Quante volte avete sentito questa frase? In quante varianti vi siete imbattuti? Decine. Ci scommetto.<br>
Ma questa – dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei – è una variante delicata.<br>
Ho capito da tanto tempo che in alcune circostanze dire apertamente cosa si legge o cosa si è letto si rischia seriamente di essere inquadrati in determinate “categorie culturali” (le virgolette stanno a sottolineare un eufemismo).</p>
<p>Capita di incontrare, nella vita di tutti i giorni, persone invasate, sicure delle proprie convinzioni scientifiche/storiche/politiche/religiose, persone che si comportano come se avessero la verità in tasca. Persone che però – qualora si avesse la malaugurata idea di instaurare anche solo una bozza di conversazione su determinati argomenti – si vedono sgretolare quelle poche certezze che hanno (o meglio: che credono di avere) di fronte a un paio di domande finemente – e cinicamente – calibrate. E se per sbaglio – sempre nella bozza di conversazione – si citassero un paio di libri o anche solo un paio di autori, apriti cielo.</p>
<h2>Cope e Travis. E le finte certezze.</h2>
<p>Propongo qui, giusto per sdrammatizzare un po’, un gustosissimo brano tratto da <em>I cercatori di ossa</em>, romanzo di Michael Crichton ambientato nell’Ottocento nel Far West americano. I due protagonisti sono uno scienziato e un predicatore…</p>
<blockquote><p>Cope organizzò le case di legno dei fossili, imballando nuovamente quelli non abbastanza al sicuro dai saccheggi degli stivatori del battello. Isaac si prese cura di Stenberg, che delirava senza sosta; gli preparò un tè a base di corteccia di rami di salice, un rimedio contro la febbre, disse. Morton diede una mano a Cope.<br>
Sei o sette passeggeri aspettavano il vapore a Cow Island. Fra loro c’erano un agricoltore mormone di nome Travis e il suo giovane figlio, venuti nel Montana per diffondere il vangelo fra i coloni. Non avevano riscosso molto successo ed erano contrariati.<br>
“Cos’ha in queste casse?” chiese Travis.<br>
Cope alzò gli occhi. “Ossa fossili.”<br>
“A che servono?”<br>
“Le studio.”<br>
Travis scoppiò a ridere. “Perché studiare ossa quando può studiare animali vivi?”<br>
“Queste sono ossa di animali estinti”, spiegò Cope.<br>
“Non è possibile.”<br>
“Perché no?”<br>
“Lei è un uomo timorato di Dio?”<br>
“Sicuro.”<br>
“Crede che Dio sia perfetto?”<br>
“Certo.”<br>
Travis rise di nuovo. “In tal caso deve riconoscere che non possono esserci animali estinti, perché nella sua perfezione il Signore misericordioso non permetterebbe mai che una famiglia di sue creature si estinguesse.”<br>
“Perché no?” chiese Cope.<br>
“Gliel’ho appena detto.” Travis pareva scocciato.<br>
“Mi ha appena riferito la sua convinzione su come Dio gestisca i suoi affari. E se invece Dio raggiungesse per gradi la sua perfezione, scartando le passate creazioni per forgiarne di nuove?”<br>
“Questo lo possono fare gli uomini, perché gli uomini sono imperfetti. Dio no, perché Egli è perfetto. C’è stata una sola creazione. Crede che Dio abbia compiuto degli errori nella sua creazione?”<br>
“Ha fatto l’uomo. Non ha appena detto che l’uomo è imperfetto?”<br>
Travis lo guardò storto. “Lei è uno di quei professori, di quei pazzi istruiti, che si è allontanato dalla retta via per approdare all’empietà.”<br>
Cope non era dell’umore giusto per addentrarsi in una discussione teologica. “Meglio un pazzo istruito che un pazzo ignorante”, buttò lì.<br>
“Lei si è messo al servizio del diavolo”, ribattè Travis, assestando un calcio a una cassa di fossili.<br>
“Lo faccia un’altra volta e le spacco la testa.”<br>
Travis sferrò un calcio a un’altra cassa…</p></blockquote>
<p>Che fine ha fatto il povero (?) Travis ve lo lascio scoprire da soli qualora decideste di leggere il romanzo.</p>
<p>Il punto, dicevamo, è che in questo genere di discussioni si passa poi a mettere in discussione l’autore, lo studioso, lo scienziato. O la teoria, le ipotesi, le supposizioni. Oppure si viene tacitamente criticati con la classica frase “Non dovresti leggere quella roba”.<br>
Ah, no? E perché? Tu l’hai letta? No, penso. Altrimenti saresti in grado quantomeno di sostenere una conversazione. Risponderei così, a volte. Ma il più delle volte mi limito solo a pensarlo, questo batti e ribatti: sono una brava persona e non mi piace mettere in crisi la gente.</p>
<p>Certe persone (e parlo soprattutto di bravissime persone, squisite e buone d’animo) hanno bisogno di avere certezze su cui poggiare la propria quotidianità spiccia, i propri rituali sedimentati da annose abitudini, rituali che hanno permesso loro di acquisire comunque un’inestimabile saggezza di vita. Moltissime persone, quindi, non sentono nemmeno l’esigenza di farsi certe domande.<br>
Perché pretendere che siano anche in grado di concepire risposte?</p>
<p>Resta comunque il fatto che, se hai vissuto per decenni in un ambiente con determinate prerogative religiose, culturali, politiche di un certo tipo, certa “roba” non la dovresti leggere.<br>
Punto.<br>
Devi pigliarti la verità calata dall’alto. Meglio se lo fai senza fare troppe domande scomode, meglio se lasci tranquille le pseudo-certezze altrui.</p>
<h2>Il tabernacolo.</h2>
<p>Ecco quindi che #i10libridellamiavita , cioè quelli che leggerei e rileggerei ancora e ancora, sono ben più di 10. Ma sono tutti nel tabernacolo, vale a dire una piccola libreria privata che tengo in camera mia, lontana dagli occhi indiscreti degli ospiti, che siano amici di lunga data o visitatori occasionali.<br>
Non sono libri che tengo nascosti: sono libri che vanno spiegati, che vanno raccontati. Non basta vederne il titolo ma occorre parlarne, spiegare perché li ho letti, cosa mi hanno dato, cosa mi hanno fatto capire.</p>
<p>Nelle librerie in sala invece ci stanno tutti gli altri libri, quelli utili e futili, quelli che vanno bene per innescare le classiche conversazioni che sbocciano quando si notano certi titoli in bella vista.</p>
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		<title>Editor, questo sconosciuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2018 14:17:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una figura che mi tormenta spesso è quella dell’editor. Chi non mastica di scrittura potrebbe non avere la più pallida idea di chi sia un editor e di cosa si occupi esattamente. In fondo, se una persona ama leggere, legge e basta. Apprezza o boccia, elogia o stronca. Il più delle volte lo fa senza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/editor-questo-sconosciuto/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/02/darius-tred-blog-retroblog-scrittura-lettura-150x150.jpg" alt="Editor, questo sconosciuto" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Una figura che mi tormenta spesso è quella dell’editor. Chi non mastica di scrittura potrebbe non avere la più pallida idea di chi sia un editor e di cosa si occupi esattamente. In fondo, se una persona ama leggere, legge e basta. Apprezza o boccia, elogia o stronca. Il più delle volte lo fa senza avere la più pallida idea di dover distinguere tra il lavoro dello scrittore da quello dell’editor. Senza intuire che magari, con di mezzo un traduttore, certe leggerezze o errori siano stati addirittura introdotti nelle fasi successive.</p>
<p>Come la mettiamo con “le luci del tramonto sull’oceano che si ammirano da Manhattan” ? Dove sta l’errore? Un errore madornale del genere, che lo si noti o no, l’ho trovato ne <strong>Il quinto giorno</strong>, di <em>Frank Schatzing</em>. Impossibile dire se sia stata una leggerezza dell’autore o del traduttore. Di sicuro è sfuggito a tutti, dietro le quinte. Non è sfuggito a me <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f61b.png" alt="😛" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> , e non sarà sfuggito a molti altri lettori.</p>
<h2>A ognuno il suo lavoro</h2>
<p>Immagino già qualche sguardo interrogativo, sopracciglia che si inarcano: non è compito dell’editor limare queste leggerezze, si direbbe.</p>
<p>D’accordo, potrei condividere un’obiezione del genere. Ma nella filiera di operai che si occupano di sfornare un romanzo, non mi pare che ci sia un geografo. Così come troverei difficile che ci sia uno storico, o un biologo, o un neurologo. Questi personaggi, se lo scrittore è bravo, li consulta da sé durante la stesura del romanzo, al puro scopo di non scrivere strafalcioni. Per il resto, sempre per evitare di scrivere boiate, fa affidamento sulla propria cultura di base, quella stessa cultura da cui attinge (o dovrebbe attingere) grammatica e vocaboli. E la geografia e la storia, come è giusto che sia, fanno parte di tale cultura di base, spesso condivisa in larga parte con chi legge.</p>
<p>La mia ignoranza mi spinge a chiedermi se l’editor non debba fare da supervisore “tuttologo”.<br>
Certo che no, pare ovvia la risposta.<br>
Un buon editor non può essere anche geografo, storico, biologo, neurologo, giardiniere e pasticcere.<br>
Ma non dovrebbe almeno sommare la sua cultura generale con la cultura generale di chi scrive? Il buon editor dovrebbe occuparsi di tutt’altro: stile, scene, personaggi, continuità, contraddizioni e chissà quante altre finezze che manco m’immagino. Ma in questo marasma, se il buon editor vedesse uno strafalcione di altra natura, non dovrebbe comunque intervenire per farlo limare via?</p>
<p>Non è il caso del romanzo citato sopra perché potrebbe essere stato il traduttore ad averci messo del suo, quando scrittore ed editor avevano già tirato i remi in barca da un pezzo.</p>
<h2>La domanda inquietante</h2>
<p>A questo punto, la mia ignoranza cala subito la domanda successiva, quella più inquietante.<br>
<strong><em>Come si fa a giudicare se un editor è un buon editor?</em></strong></p>
<p>Da quel che leggo in giro, da quando bazzico la blogosfera scrittoria, un mantra in cui inciampo spesso recita che la figura dell’editor è imprescindibile. Che l’editing non solo è altamente consigliato, ma obbligatorio. Altra convinzione piuttosto diffusa che emerge è quella secondo la quale è bene affidarsi a un solo editor, perché affidarsi a più di uno è ‘na cosa da pazzi.<br>
Ma non divaghiamo. Torniamo alla domanda inquietante: come si fa a giudicare se un editor è un buon editor?</p>
<p>Prima che si possa argomentare una risposta, aggiungo pepe quanto basta: è possibile, leggendo un romanzo (in italiano, ovvio, così da “tagliar fuori” problematiche di traduzione) capire se un editor ha lavorato bene o no?</p>
<p>Aggiungo peperoncino quanto basta: come vi comportereste se già nell’estratto di un romanzo trovate non solo alcune frasi un po’ discutibili (ok, questo è soggettivo) ma addirittura un refuso (purtroppo questo non è soggettivo) ?</p>
<h2>Superbeta</h2>
<p>A questo punto la mia ignoranza (beffarda e bastarda) mi lascia le sue domande e cede il passo alla mia inesperienza. La quale mi bisbiglia nell’orecchio: invece di un editor, non è meglio affidarsi a due o tre lettori superbeta? Da ignorante e inesperto, mi rimane sempre addosso la sensazione – discutibile e opinabile – che un buon editor debba essere (o essere stato) innanzitutto un buon scrittore.<br>
Sensazione, niente più.</p>
<p>Continua ad affascinarmi questa figura (inesistente?) del superbeta, cioè di un lettore che abbia una cultura vasta e trasversale, nonostante la quale “sa di non sapere” e che di conseguenza non esiti ad aprire internet, mentre legge, per dipanare dubbi di qualsiasi natura. Un signor “tuttologo” insomma, un tuttologo che, nella sua tuttologia, si cimenti – ma sì, perché no? – anche in scrittura oltre a essere un lettore forte.</p>
<p>La possibilità di disporre di un ristretto circolo di lettura composto da lettori superbeta è una piuma che solletica spesso le mie utopie tramutandole in semplici e più abbordabili dubbi. Due o tre superbeta non lavorerebbero meglio di un’unico editor? Esiste un editor che, oltre all’apostrofo che ho volutamente lasciato qualche parola fa (un’unico…), noterebbe alla prima lettura che non si possono vedere tramonti sull’oceano da Manhattan?</p>
<h2>Il mentore della porta accanto</h2>
<p>Finora ho seminato più punti di domanda che punti esclamativi. La figura eterea del superbeta temo esista più nelle mie fantasie inquiete che nella realtà. In compenso nella blogorealtà si affaccia spesso, bazzicando qua e là tra un sito e l’altro, il fantasma del mentore, cioè di una figura professionale che faccia qualcosa di più di un editor, qualcuno che ti affianca e che ti faccia crescere in qualche modo. Ma la domanda è: un mentore non dovrebbe essere uno che ti conosce come le sue tasche, uno che goda della tua cieca fiducia, uno che puoi chiamare anche di notte e col quale ci si può mandare allegramente afanc*** a vicenda senza preoccuparsi di minare l’amicizia?</p>
<p>Oppure può (deve) essere una persona che gode di quell’equidistanza necessaria per il quiete vivere di entrambi? Né troppo lontano, né troppo vicino, come la Terra col Sole. Troppo vicino si muore bruciati, troppo lontani si muore di freddo.</p>
<p>Sarò occupato a scrivere ancora per qualche anno. Nel frattempo, chissà: magari la mia buona stella mi farà incontrare i superbeta della mia vita.</p>
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		<title>La responsabilità della traduzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 13:04:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tu scrivi, io leggo. Sembra semplice. Il lettore, quando legge un romanzo, è sempre accompagnato dall’idea inconscia di trovarsi di fronte a uno scritto prodotto esclusivamente da uno scrittore. Tutte le figure che ruotano attorno alla realizzazione di un romanzo restano sullo sfondo, spesso nemmeno percepite. Editor, correttori di bozze, traduttori, lettori-beta. Fantasmi. Benché ognuno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/la-responsabilita-della-traduzione/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2016/09/darius-tred-retroblog-post-calligrafia-150x150.jpg" alt="La responsabilità della traduzione" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Tu scrivi, io leggo. Sembra semplice.<br>
Il lettore, quando legge un romanzo, è sempre accompagnato dall’idea inconscia di trovarsi di fronte a uno scritto prodotto esclusivamente da uno scrittore. Tutte le figure che ruotano attorno alla realizzazione di un romanzo restano sullo sfondo, spesso nemmeno percepite. Editor, correttori di bozze, traduttori, lettori-beta. Fantasmi. Benché ognuno rivesta un ruolo ben definito con scopi ben precisi, queste figure sono visibili – e distinte – solo agli addetti ai lavori. Per il resto (e credo di potermi riferire alla stragrande maggioranza dei lettori), sono tutte etichette che riscuotono al massimo un sopracciglio inarcato. Editor? Chi è l’editor? Provare per credere: chiedete a dieci amici che sapete essere lettori più o meno assidui e ne vedrete delle belle.</p>
<p>Di recente ho letto <em>Teutoburgo</em>, di <em>Valerio Massimo Manfredi</em>.<br>
Ho fatto fatica. Più volte avrei voluto piantarlo a metà, più volte mi sono figurato su Twitter ad affibiargli l’hashtag che <a href="http://trentunodicembre.blogspot.it/2017/09/cosahosmessodileggere-sconsigli.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>ha riproposto tempo fa Marina Guarneri sul suo blog</strong></a> , <em><strong>#cosahosmessodileggere</strong></em>.<br>
Eppure Manfredi è un autore che ho sempre apprezzato: ho letto molti suoi libri, tuttora una batteria di dorsi sulla mia libreria porta il suo nome. Ma <em>Teutoburgo</em> ho fatto davvero fatica a leggerlo. Ritmo lento, trama che non decolla, alcune frasi raffazzonate, alcuni termini improbabili, scene grossolane. Può darsi che l’autore non abbia dato il meglio di sé. Oppure può darsi che sia stato fatto un editing infelice. O magari correzioni sfuggite. Oppure correzioni segnalate ma ignorate. Impossibile saperlo.</p>
<p>Una cosa, però, è sicura: la stragrande maggioranza dei lettori, esattamente la stessa stragrande maggioranza che “vede” solo lo scrittore ignorando l’esistenza degli altri addetti, terminerà la lettura sentenziando sulla pelle dell’autore, unica persona il cui nome compare chiaro sulla copertina.</p>
<p>Tutte quelle figure che si sono alternate per arrivare alla pubblicazione del romanzo, magari determinandone l’eventuale insuccesso (le mie osservazioni, dopotutto, sono soggettive), verranno oscurate quindi dal nome dell’autore. C’è una figura che, più di tutte, viene sovente nascosta e che, paradossalmente, risulta ancora più determinante di tutte le altre, forse ancora più dell’autore stesso.<br>
È il traduttore.</p>
<p>Il traduttore, ove presente (non è il caso di <em>Teutoburgo</em>), ha un ruolo ancora più delicato perché, per certi versi, oltre a fare il lavoro vero e proprio di traduzione, ha il compito di traghettare una storia da una cultura all’altra cercando di mantenerne intatte tutte le possibili sfumature che, a volte, possono andare perse anche solo nella scelta delle singole parole. Una o due parole invece di altri sinonimi ed ecco che cambia il “pathos” dell’intera frase, ecco che nella mente del lettore si accendono certe emozioni a scapito di altre.<br>
Emozioni innescate involontariamente dal traduttore, dunque.<br>
Che sono magari simili a quelle che intende innescare l’autore nell’opera in lingua originale.<br>
Simili, ma diverse.</p>
<p>Di recente mi sono imbattuto in questa descrizione della figura del traduttore:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;"><em>Ogni libro è un dialogo. Lo è per lo scrittore, che nella pagina bianca ha già la platea dei suoi interlocutori; lo è per il lettore, che nella distesa di parole trova infinite occasioni per porre delle domande. La distanza temporale di cui sembra soffrire questa forma di comunicazione non indebolisce la sua natura di dialogo, anzi ne specifica la dimensione più propria: quella dello studio. La differita, a cui siamo sempre meno inclini, ci ricorda che il dialogo è un modo eminente di studiare. Ogni volta che dialoghiamo stiamo studiando.</em><br>
<em>C’è una figura che nelle maglie di questo discorso ha il suo campo d’azione: il traduttore. Il suo rapporto con il testo sintetizza quello dello scrittore e del lettore, ma non ne viene definito. E’ infatti un essere anfibio, caratterizzato da una doppiezza intrinseca, affetto da uno strabismo necessario a tenere d’occhio contemporaneamente due mondi; tesse fili che non si devono vedere, puntella di architetture provvisorie corrispondenze lessicali e strutture sintattiche; trasloca poi il corpo del testo per ricollocarlo nella migliore posizione possibile. Quando il suo lavoro è finito deve cancellare tutte le tracce, defilandosi nello spessore millimetrico delle pagine. E’ lì che in fondo dimora, e da lì instaura il suo dialogo e orchestra quello degli altri.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">[Tratto da <strong>La fisica degli angeli</strong>, Nota del traduttore <strong>Michele Trionfera</strong>]</p>
<p>Non c’è che dire. Come descrizione personalmente la trovo molto calzante.<br>
Il traduttore è quindi un altro di quei fantasmi dell’opera – opera narrativa, intendo – che spesso determina, all’estero, il successo (o meno) di un’opera. Una figura che <em>“tesse fili che non si devono vedere”</em>, un altro professionista la cui presenza non sempre viene percepita, tanto che si parla dell’ultimo successo del tal autore, non della relativa ottima traduzione. Convengo che può essere una pignoleria bella e buona, detta così. Tuttavia è fuori discussione il fatto che l’impatto di certi autori stranieri è diverso a seconda del traduttore coinvolto.</p>
<p>La responsabilità della traduzione però non è limitata solo al successo internazionale di un certo autore. Va oltre, molto oltre. Il traduttore, oltre a tessere <em>“fili che non si devono vedere”</em>, terminato il lavoro <em>“deve cancellare tutte le tracce”</em>. Cosa succede però se il traduttore, finito il suo lavoro, involontariamente o – peggio – volontariamente, non cancella tutte le sue tracce?</p>
<p>Potrei esagerare e dire che il mondo, per come lo vediamo noi oggi, è stato influenzato molto dall’opera dei traduttori – a volte eccelsa, a volte raffazzonata – che si sono susseguiti nel corso dei secoli. Esagerato? Esagerato.<br>
Ma dovremmo ricordarci di questa influenza ogni volta che vediamo la figura di Mosè ritratto con le corna. Dovremmo ricordarcene ogni volta che sentiamo la frase del vangelo secondo la quale è “più facile che un cammello passi per la cruna di un ago”.<br>
Per non parlare di eventi epocali dove un lavoro di traduzione ha avuto un peso determinante: Martin Lutero ne sapeva qualcosa.</p>
<p>Ma è bene non esagerare. Dopotutto, tra <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/la-responsabilita-della-finzione/" target="_blank" rel="noopener">la responsabilità della finzione</a></strong> e la responsabilità della traduzione, direi che un romanzo, per quanto possa sembrare innocuo una volta uscito dalla penna dello scrittore, reca sempre con sé un insospettabile carico di conseguenze.</p>
<p>Al lettore spetta la responsabilità di dare loro il giusto peso e la giusta dimensione.</p>
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		<title>Profezie poco precise</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2016 06:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[In libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Robert Masello is an award-winning journalist, television writer, and the bestselling author of many books, most recently the supernatural and historical thrillers, “The Einstein Prophecy” (a #1 bestseller in the Amazon Kindle store) and “The Jekyll Revelation.” Breve accenno estratto dalla biografia presente su www.robertmasello.com. Perché oggi parlo di Robert Masello? E’ molto probabile che qualcuno [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/profezie-poco-precise/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2016/09/darius-tred-retroblog-post-editing-2-150x150.jpg" alt="Profezie poco precise" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><blockquote><p><em>Robert Masello is an award-winning journalist, television writer, and the bestselling author of many books, most recently the supernatural and historical thrillers, “The Einstein Prophecy” (a #1 bestseller in the Amazon Kindle store) and “The Jekyll Revelation.”</em></p></blockquote>
<p style="text-align: right;">Breve accenno estratto dalla biografia presente su <a href="http://www.robertmasello.com" target="_blank">www.robertmasello.com</a>.</p>
<p>Perché oggi parlo di Robert Masello? E’ molto probabile che qualcuno non l’abbia mai sentito nominare. Almeno in Italia. Eppure il resto della biografia parla chiaro: è sufficiente visitare il sito citato per farsi un’idea dell’autore e della sua produzione.</p>
<p>Dicevamo: perché parlo di Robert Masello?<br>
Nel mio <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/hai-voglia/" target="_blank">precedente post</a></strong> avevo scritto di un piccolo siparietto tra me e un mio amico in cui quest’ultimo mi parlava di un libro. Me ne aveva suggerito/richiesto/consigliato la lettura per averne un parere, appioppandomi il malloppo. Purtroppo per ragioni che non sto a descrivervi (e che, sempre nel mio post precedente, ho omesso per brevità), ho dovuto lasciare a metà la lettura (che ho faticato molto a intraprendere) per restituire il libro. Il caso ha voluto che lo trovassi in offerta in libreria poco dopo. Il resto è storia che ho già descritto: lettura finita, dubbi e perplessità a grappoli, brani condivisi e commenti molto (molto) interessanti.</p>
<h2>Ma fermi tutti</h2>
<p>Si è venuta a creare una circostanza singolare: a fronte dei brani proposti, tutti (almeno tra quelli che hanno commentato) hanno pensato a un aspirante scrittore la cui prosa è stata sostanzialmente bocciata. Qualche strafalcione (specialmente il brano 1) ha destato grande perplessità. Qualcuno ha definito lo scrittore “un malcapitato”.<br>
Premettendo che io mi trovo d’accordo con tutti questi punti di vista (aspirante, malcapitato, strafalcioni da correggere, stesura da rivedere, scrittura acerba), purtroppo l’ “aspirante” scrittore ha smesso da lungo tempo di “aspirare” perché si tratta, per chi non l’avesse ancora capito, proprio di Robert Masello di cui parlavo all’inizio di questo mio post.<br>
E il libro in oggetto è <strong>La profezia di Einstein</strong>, edizione Newton Compton Editori del Marzo 2016, traduzione di Tullio Dobner.</p>
<p>Qualcuno potrebbe sentirsi tratto in inganno. Forse qualcuno sta già mettendo mano a cerbottane, fionde e balestre perché si sente tradito dal siparietto pensando che il mio amico fosse un aspirante scrittore che, saputo di me, voleva avere un parere. Se però leggete con attenzione il mio post precedente, io non ho mai parlato di “aspirante” scrittore, di “esordiente”, men che meno di lettura beta. Ho solo omesso che, nel frattempo, il libro l’avevo restituito e, essendo rimasto più o meno a metà lettura, di seguito l’ho acquistato in libreria. E, come dicevo, l’ho omesso per brevità.</p>
<h2>Chiedo venia</h2>
<p>Tuttavia, ammetto che il gioco che ne è scaturito mi ha divertito molto e ho riso un pochino alle vostre spalle. L’ho fatto in modo amichevole, s’intende: spero non ve la prendiate.<br>
Ma diciamoci la verità! Se avessi specificato subito autore, titolo e brani sarei subito stato liquidato come il solito selfaro del ca..o <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> che quando trova un pelo nell’uovo in libreria lo ingigantisce all’ennesima potenza. Invece li ho omessi (autore e titolo, dico) e l’ho fatto sperando di suscitare sincerità.</p>
<p>Immagino che ora si alzeranno un po’ di mani, assieme ad alcuni distinguo di “se”, di “ma” e di “però” perché c’è di mezzo un traduttore.<br>
Beh, per tutti i brani che ho proposto, secondo la mia (non) esperienza sarei portato a pensare che la traduzione abbia penalizzato molto il buon Masello. E il termine “malcapitato” è davvero azzeccatissimo, per tutti i brani che mi hanno fatto storcere il naso. Ma proprio tutti, non solo quei sette che ho riportato.</p>
<p>Poi mi è sorta la solita domanda: può essere che la traduzione arrivi ad alterare così sostanziosamente la prosa di un romanzo? Può essere. Non essendo un traduttore, mi concedo il beneficio del dubbio. E ancora: un errore di traduzione può arrivare a compromettere un singolo brano così tanto da introdurre di fatto uno strafalcione colossale come quello del <strong>brano 1</strong>?</p>
<p>Potevo rimanere così, sospeso nel limbo del dubbio, dando tutta la colpa al povero traduttore? <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /><br>
Ma certo che no. Dunque, per farmi perdonare del siparietto <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f642.png" alt="🙂" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> ho speso una manciata di euro per comprarmi l’edizione digitale in lingua originale perché lo devo a quanti hanno commentato (in modo brillante, e lo penso seriamente). E perché, nonostante tutto, volevo verificare se fosse possibile spezzare una lancia a favore del traduttore.</p>
<p>Ecco dunque il risultato della mia indagine. Di seguito sono riportate le versioni italiana e inglese del brano 1:</p>
<blockquote><p><a href="http://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2016/09/darius-tred-retro-blog-post-robert-masello-2.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-263 alignleft" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2016/09/darius-tred-retro-blog-post-robert-masello-2.jpg" alt="darius-tred-retro-blog-post-robert-masello-2" width="275" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a><em>A dispetto dell’educazione laica e della propensione alla concretezza, in Simone conviveva anche una tendenza alla speculazione teorica. Nessuna ragazza cresciuta nel grande delta egiziano, che era stato la culla delle tre principali religioni – il luogo dove le piramidi di antichi sovrani avevano resistito per millenni alle tempeste di sabbia e alle inondazioni, dove si narrava che si fossero separate le acque dei mari e la terra fosse stata calcata da grandi profeti – poteva esserne esente.</em></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><a href="http://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2016/09/darius-tred-retro-blog-post-robert-masello-1.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-264 alignleft" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2016/09/darius-tred-retro-blog-post-robert-masello-1.jpg" alt="darius-tred-retro-blog-post-robert-masello-1" width="275" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a><em>For all her education and worldliness, Simone had a streak of the speculative in her. No girl brought up in the mighty delta of Egypt, where three of the major faiths had taken root, where the pyramids of kings had weathered sandstorms and floods for thousands of years, where seas had reputedly parted and prophets walked, could be without it.</em></p></blockquote>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Quindi sembrerebbe che, almeno per lo strafalcione del brano 1, il traduttore non abbia colpa anche se, a mio modestissimo parere, avrebbe potuto, non dico correggere (non so se si possa fare, immagino ci siano dei contratti con precise clausole), ma almeno segnalare. Magari l’ha fatto e l’hanno ignorato, non lo sapremo mai.</p>
<h2><em>Post</em> Post Scriptum</h2>
<p>Il nome conta, conta molto. Il fatto che un autore sia affermato, per di più come autore di “bestseller” internazionali, ci induce a pensare che costui sia immune dallo scrivere strafalcioni. E quindi si tende ad abbassare la guardia, a pensare più o meno inconsciamente che il processo di pubblicazione abbia sgrassato via tutte le imperfezioni, lasciando al massimo qualche errore di battitura o qualche piccolissima imprecisione qua e là.<br>
Si direbbe che la guardia non la abbassino solo i lettori, ma anche tutta la trafila di figure professionali che si susseguono prima che un libro arrivi in libreria.<br>
Forse qualcuno potrebbe pensare che io abbia tirato fuori un gran cinema da un brano di poche righe. Eppure posso assicurare che i sette brani che ho proposto saranno circa il 25/30 per cento delle mie perplessità. Il resto non l’ho riportato perché, appunto, non volevo passare per il solito selfaro accanito.<br>
Se qualcuno non fosse ancora convinto, concludo il cinema con un’ultima perlina (questa volta raccontata, niente brani).</p>
<p>A un certo punto fa la sua comparsa nell’intreccio un grosso elicottero militare che trasporta un oggetto molto pesante. Allego il brano in lingua originale, per assolvere ancora una volta il traduttore <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f642.png" alt="🙂" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> .</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;"><em>Once it was loaded on board that helicopter, she knew that she would never see the ossuary again.</em></p>
</blockquote>
<p>Peccato solo che nella Seconda Guerra mondiale (il romanzo è ambientato tra il 1942 e il 1944) gli elicotteri ancora non esistessero. Pare che solo i tedeschi ne avessero, e pure in pochi esemplari. E nemmeno impiegati in guerra perché sembra che fossero poco più che prototipi. L’elicottero militare, come mezzo e come arma, farà la sua comparsa determinante solo nella guerra del Vietnam (circa due decenni dopo, per intenderci).</p>
<p>Questa è una perla sottile, forse solo i lettori più pignoli come il sottoscritto la notano.</p>
<p>E’ accettabile che il lettore non ci faccia caso. Potrei trovare anche accettabile che l’autore commetta una leggerezza di questo tipo. Personalmente trovo un po’ meno accettabile che non ci faccia caso l’intero staff di pubblicazione di una casa editrice.</p>
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