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	<title>sherlock holmes Archivi - Darius Tred Retro Blog</title>
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	<description>Note, pensieri, curiosità e riflessioni su scrittura, lettura, narrativa. E molto, molto altro...</description>
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	<title>sherlock holmes Archivi - Darius Tred Retro Blog</title>
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		<title>Il figlio di carta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2021 18:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Di tutto di più]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[sherlock holmes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si può rimanere schiavi dei propri personaggi? E’ una domanda che mi sono fatto spesso. Quale scrittore non sognerebbe di inventare un personaggio così ben riuscito, completo, unico, iconico, tale da garantire un successo duraturo? Un personaggio che permetta di vivere di scrittura, insomma. Leggevo un trafiletto su Storica , trovato in un articolo dedicato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/il-figlio-di-carta/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2021/04/darius-tred-blog-il-figlio-di-carta-150x150.jpg" alt="Il figlio di carta" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Si può rimanere schiavi dei propri personaggi? E’ una domanda che mi sono fatto spesso. Quale scrittore non sognerebbe di inventare un personaggio così ben riuscito, completo, unico, iconico, tale da garantire un successo duraturo? Un personaggio che permetta di vivere di scrittura, insomma.</p>
<p>Leggevo un trafiletto su <strong><a href="https://www.storicang.it/il-mensile/mensile-storica-aprile-2021_15121" target="_blank" rel="noopener">Storica</a></strong> <a href="https://www.storicang.it/il-mensile/mensile-storica-aprile-2021_15121" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-6018 size-full" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2021/04/storica-aprile-2021-sherlock-holmes.jpg" alt="" width="200" style="display:block;margin:10px auto;max-width:560px;max-width:100%;"></a>, trovato in un articolo dedicato ad Arthur Conan Doyle e a Sherlock Holmes.</p>
<blockquote><p><em>“Il successo fu straordinario […]. Due anni più tardi, convinto che avrebbe potuto far altro con il proprio talento e in affanno per le richieste di pubblico ed editori, Conan Doyle decise che era ormai stufo del suo personaggio. Quando The strand Magazine gli chiese una nuova serie di dodici racconti, lo scrittore pretese un’ingente somma di denaro. Si aspettava di ricevere una risposta negativa per liberarsi così della sua creatura, ma lo stratagemma non funzionò. The Strand Magazine accettò le sue condizioni, trasformando Conan Doyle nel narratore più pagato al mondo. Eppure il romanziere non si diede per vinto. Nell’ultimo testo consegnato, “The Final Problem”, uccise “il figlio di carta”. Lo fece cadere in un burrone alle cascate di Reichenbach durante una lotta contro il suo arcinemico, il professor James Moriarty. La madre dell’autore l’attaccò e i lettori protestarono a gran voce. Si dice che per le strade di Londra gli uomini portassero fasce nere in segno di lutto, la famiglia reale espresse il proprio disappunto e più di 20mila lettori cancellarono l’abbonamento a The Strand Magazine.”</em></p></blockquote>
<h2>La mamma e la regina</h2>
<p>Notevole. Davvero notevole. Ho riletto queste ultime frasi un paio di volte. E ho letto bene: il povero Arthur ha fatto arrabbiare la mamma e la regina. Passi per la regina, ma la mamma è sempre la mamma… <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f642.png" alt="🙂" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p>Difficile anche immaginare persone che addirittura arrivano a portare un lutto al braccio per la morte di un personaggio di carta. Deve essere stato qualcosa di portentoso per i lettori. Un autentico contraccolpo psicologico di massa. E una dannazione per il povero Arthur. C’è un dettaglio da non sottovalutare: stiamo parlando di tempi (fine ‘800) in cui non esistevano film, cinema, o qualsiasi arte visiva che potesse solleticare l’immaginario collettivo, così da favorire in un certo senso l’ “uscita” di Sherlock Holmes dai tradizionali confini del romanzo verso una sorta di materializzazione più concreta e vivida.</p>
<p>Insomma, pur avendo a disposizione “solo” scrittura e fantasia, il povero Arthur è stato così bravo nel creare il suo personaggio che praticamente ancora oggi, dopo oltre un secolo, vive di vita propria.</p>
<h2>Come è andata a finire?</h2>
<blockquote><p><em>“Tuttavia, malgrado le pressioni, Conan Doyle resistette otto anni senza scrivere una riga su Holmes. Nel 1901 il detective ricomparve nel romanzo in serie “The Hound of the Baskerville”. Per coerenza lo scrittore situò l’azione prima dell’episodio delle cascate. Un anno dopo fece rinascere il personaggio in “The Adventure of the Empy House”, dando a intendere che Holmes non era deceduto a Reichenbach e che si era solo nascosto. Da quel momento l’investigatore tornò a vivere nei racconti fino al 1927, tre anni prima della morte di Conan Doyle.”</em></p></blockquote>
<h2>Otto anni</h2>
<p>Otto anni sono lunghissimi. Specialmente se, come leggevo, ti senti addosso il disappunto della famiglia reale, le ire dell’editore, i lettori che girano con il lutto al braccio e soprattutto la mamma che magari non ti invita più a pranzo!</p>
<p>Tu vorresti scrivere altro, esercitare il tuo talento verso altri lidi narrativi (il povero Arthur era “<em>convinto che avrebbe potuto far altro con il proprio talento</em>“) ma niente, alla fine (“<em>in affanno per le richieste di pubblico ed editori</em>“) ti tocca far resuscitare il tuo personaggio, di cui tu stesso sei stufo. Un personaggio così potente che ti sopravvive, che si trasforma. Prima un’entità di carta, poi un’entità di celluloide presente ormai in pianta stabile nell’immaginario collettivo.</p>
<p>E voi, cari amici scrittori e scrittrici? Sareste davvero così desiderosi di creare un personaggio così potente a cui sacrificare la vostra libertà creativa?</p>
<p>Già immagino la risposta.</p>
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		<title>Mal di saga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Dec 2019 05:30:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[sherlock holmes]]></category>
		<category><![CDATA[TV e Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Saga o non saga? Questo è il problema. Ma è un problema di chi legge o di chi scrive? Soprattutto: è un problema? In questo ultimo periodo ho pensato spesso alla lunghezza di una storia. Non mi riferisco alle solite diatribe su lunghezze ideali o presunte tali per definire quando si può parlare di romanzo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/mal-di-saga/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/12/darius-tred-blog-retroblog-mal-di-saga-150x150.jpg" alt="Mal di saga" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Saga o non saga? Questo è il problema.<br>
Ma è un problema di chi legge o di chi scrive? Soprattutto: è un problema?</p>
<p>In questo ultimo periodo ho pensato spesso alla lunghezza di una storia. Non mi riferisco alle solite diatribe su lunghezze ideali o presunte tali per definire quando si può parlare di romanzo, racconto, romanzo breve o racconto lungo. No.<br>
Mi riferisco alle storie di lungo corso, lungo, lunghiiiiissimo corso.<br>
Insomma le cosiddette trilogie, quadrilogie, saghe. Può la lunghezza di una storia scoraggiare la lettura? Verrebbe da dire di no, se la storia fosse bella.<br>
Però il punto è proprio questo: per capirlo, dovremmo leggerla <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> .</p>
<h2>Maldisposizione</h2>
<p>Ultimamente ho scoperto una certa “maldisposizione” nei confronti delle saghe bibliche.<br>
Prendiamo “Il trono di spade”. Supponiamo che mi sorga una mezza intenzione di leggerlo: apro internet e… comincio a scorrere.<br>
Libro primo, libro secondo, libro terzo.<br>
Quarto, quinto.<br>
Poi dvd, cofanetto di blu-ray e via, fino a perdersi nel merchandising più spiccio.<br>
Ok, come non detto.</p>
<h2>Tempo</h2>
<p>Ho preso l’esempio de “Il trono di spade” ma, chiaramente, lo stesso discorso vale per qualsiasi altra saga. Subentra una sorta di scoraggiamento che non ha niente a che fare con l’essere o meno dei lettori “forti” ma piuttosto con il tempo di leggere.</p>
<p>Perché un lettore dovrebbe prendersi l’impegno (enorme) di leggere una saga biblica?<br>
È già una sfida per un autore conquistare un lettore con un singolo, e breve, romanzo.<br>
Come può sperare il signor Martin di turno che una persona si metta a leggere la bellezza di 4800 pagine così, senza batter ciglio?</p>
<p>“Perché è bellissimo!” mi dicono in tanti. È bellissimo cosa? La storia scritta nei romanzi o la storia trasposta nelle serie televisive? Molti approdano a un universo narrativo vedendone prima la trasposizione cinematografica e danno per scontato che anche i romanzi siano altrettanto belli.<br>
Senza contare il fatto che, spesso, ci si ferma allo schermo senza andare più a leggere, perché ormai la storia la si “conosce” già. Ma torniamo a noi, torniamo alla lettura.</p>
<h2>Patto tra lettore e scrittore</h2>
<p>Cosa chiede un lettore, in fondo?<br>
Che si tratti di una lettura frivola o meno, di un articolo di rivista, di un romanzo o di un saggio, alla fine il lettore chiede sempre la stessa cosa: un buon motivo per leggere.<br>
E se un autore riesce a fargli intravedere questo buon motivo, attraverso una trama intrigante, o anche solo attraverso un titolo o una copertina originale, il lettore è disposto a sacrificare, oltre a una piccola somma di denaro, qualcosa di molto più prezioso: il suo tempo.</p>
<p>Ecco quindi che la lettura diventa una sorta di patto: io lettore ti dedico il mio tempo. E tu, scrittore, raccontami una bella storia. Fammi evadere, fammi sognare.</p>
<p>Ma l’evasione, il sogno, il gioco, pur bellissimi che siano, hanno gusto quando hanno un senso compiuto, una durata ragionevole. Perché, alla lunga, è inevitabile perdere lo slancio iniziale, l’entusiasmo della novità. E questo il lettore esperto, il lettore “forte”, inconsciamente lo sa.</p>
<p>Vale per qualsiasi cosa.<br>
Vacanza alle Maldive? Fantastica. Ma dopo mesi prima o poi si vorrà tornare a casa.<br>
Film attesissimo? Ci vediamo già là in poltrona con il secchiello di popcorn, ma dopo due-tre (quattro?) ore di film, vorremo staccare e tornare alla realtà.<br>
Atmosfera natalizia? Bella, non si vede l’ora. Ma forse è bella proprio perché viene una volta all’anno. Chi sarebbe disposto a vivere in un eterno clima natalizio? Diventeremmo tutti come il Grinch… ;-P Oppure, più semplicemente, svanirà la “magia” del Natale.</p>
<h2>Durata della magia</h2>
<p>Come per il clima natalizio, la durata, quindi, è strategica.<br>
Deve essere lunga abbastanza per appassionare, ma corta il giusto per non stancare.<br>
Vale per tutto. Perché non dovrebbe valere anche per la lettura?</p>
<p>Un raccontino scritto bene, ben studiato e strutturato, fruibile in pochi giorni, non potrebbe essere più godibile di una saga biblica?<br>
A volte il raccontino potrebbe andare stretto perchè si potrebbero avere così tante idee e voglia di scrivere che, no, non bastano quelle due-trecento pagine per sviluppare bene tutto l’intreccio che abbiamo in mente. Se poi, mentre si scrive, subentrano idee interessanti, che si incastrano alla perfezione, così belle che non si possono accantonare… insomma, eccoci arrivati a qualche centinaio di pagine, eccoci lì poco sotto il migliaio. Che non saranno le 4800 de “Il trono di Spade” ma bastano per farci balenare l’idea, nostra o su suggerimento altrui, di spezzare il testo in più parti.</p>
<p>Ed ecco servita la trilogia, ecco spianata la strada verso la saga.</p>
<h2>Compromesso</h2>
<p>Se una saga è impegnativa da leggere, è estremamente molto più impegnativa da scrivere.<br>
Saga o non saga, dunque?</p>
<p>Un buon compromesso potrebbe essere quello di coltivare un proprio universo narrativo, un qualcosa che si presta meglio per essere oggetto di più racconti che avranno sì qualcosa in comune, ma che non devono essere necessariamente inanellati in una rigida sequenza narrativa. Ci ragionavo già tempo fa, quando <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/universi-narrativi/">riflettevo su finali aperti e finali chiusi</a></strong>.</p>
<p>Nell’universo narrativo chi scrive e chi legge ci può entrare e uscire quando vuole, leggendo uno qualsiasi dei racconti in esso ambientato, senza preoccuparsi troppo di una sequenza da seguire per poterci capire qualcosa. Si pensi a quanto fatto da Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes, ad esempio.</p>
<h2>Controindicazione</h2>
<p>Se pensiamo a Sherlock Holmes, emerge subito quella che potrebbe essere una chiara controindicazione dell’universo narrativo: quest’ultimo, infatti, può essere preso in prestito da altri.<br>
Altri scrittori, che decidono di inserirsi con nuovi racconti.<br>
Altri registi, che decidono di trarne film.<br>
Altra gente che, in modo o nell’altro, aggiungono qualcosa con la licenza “liberamente tratto da”.</p>
<p>Mi si potrà tacciare di megalomania <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> , certo. Chi mai si prenderà la briga di tirare fuori un film da “<strong><a href="https://blog.tredplanet.net/gli-erboristi-di-siena" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Gli erboristi di Siena</a></strong>” <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> ??</p>
<p>Dopotutto, credo di avere una ragionevole sicurezza nel pensare che il buon Arthur, quando scriveva i suoi racconti, non avesse proprio idea di quel che stava creando.</p>
<p>Questa controindicazione, dicevamo, ammesso che possa essere definita tale, potrebbe affliggere più chi scrive rispetto a chi legge, perché chi fruisce dell’universo narrativo, in fondo, non farà mai troppo caso a chi ha avuto il merito originario di inventarsi tutto da zero.</p>
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		<title>La ribellione di Watson</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jan 2019 06:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[sherlock holmes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Un indizio, signor Holmes? Di che si tratta?” “Tutto dipende da come si comporterà il revolver del dottor Watson”, rispose il mio amico. “Eccolo. Ora, sergente, potrebbe procurarmi dieci metri di spago?” […] Mentre camminavamo, aveva legato un’estremità dello spago al calcio del revolver. Eravamo arrivati sulla scena della tragedia. Sotto la guida del poliziotto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/la-ribellione-di-watson/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2019/01/darius-tred-blog-retroblog-watson-150x150.jpg" alt="La ribellione di Watson" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><blockquote><p>“Un indizio, signor Holmes? Di che si tratta?”<br>
“Tutto dipende da come si comporterà il revolver del dottor Watson”, rispose il mio amico. “Eccolo. Ora, sergente, potrebbe procurarmi dieci metri di spago?”<br>
[…]<br>
Mentre camminavamo, aveva legato un’estremità dello spago al calcio del revolver. Eravamo arrivati sulla scena della tragedia. Sotto la guida del poliziotto, segnò con estrema attenzione il punto esatto in cui era stato ritrovato il corpo. Frugò poi tra le felci e l’erica fin quando trovò una pietra di discrete dimensioni. La lego all’altro capo dello spago, calandola poi dal parapetto del ponte così da farla dondolare sopra l’acqua. Tornò poi nel punto fatale, poco lontano dal ponte, tenendo in mano la mia pistola così che la corda rimaneva tesa fra l’arma e la pesante pietra all’altro capo. “Adesso!”, gridò.<br>
Si puntò la pistola al capo, poi lasciò la presa. In un secondo l’arma, trascinata dal peso della pietra, rimbalzò con un colpo secco sul parapetto per poi scomparire nell’acqua. E già Holmes si era inginocchiato accanto al muretto e aveva lanciato un grido di gioia, trovando ciò che si era aspettato.<br>
“Poteva mai esserci una dimostrazione più lampante?”, esclamò. “Guardi, Watson, il suo revolver ha risolto il caso!”, e indicava una seconda scheggiatura, identica alla prima, che era apparsa sul bordo inferiore del parapetto.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>“Santo cielo, Holmes! Il mio revolver è finito in acqua!” risposi seccato. “Mi può spiegare per quale dannato motivo ha inscenato tutto questo?”<br>
“Ah, Watson, davvero non le è chiaro? Non la vede questa seconda scheggiatura?” ribadì il mio amico.<br>
Guardai piccato le due scheggiature e, a dire il vero, non mi parevano affatto identiche. Decisi tuttavia di assecondare Holmes per capire dove volesse andare a parare.<br>
“Mi pare evidente che la signora Gibson abbia voluto suicidarsi inscenando un’omicidio. Ed era talmente decisa nel suo intento da escogitare questo geniale stratagemma per disfarsi della pistola, farla finire nello stagno e…”<br>
“Holmes, dannazione!” lo interruppi io. “Questo mi è chiaro! L’ho capito fin dal momento in cui ha legato la pietra e il mio revolver con lo spago! E’ evidente, non crede? La pistola sarebbe stata trascinata giù nell’acqua nell’esatto momento in cui l’avrebbe lasciata andare. Quello che mi chiedo io è perché tentare di riprodurre una seconda scheggiatura quando sarebbe stato più semplice cercare la pistola della signora Gibson sul fondo dello stagno!”<br>
Holmes rimase interdetto.<br>
“E mi chiede pure se poteva esserci una dimostrazione più lampante!” sbottai.<br>
Holmes parve capire le mie ragioni, tuttavia decise di non darlo a vedere.<br>
“Be’, Watson, almeno abbiamo risparmiato al sergente l’incombenza di perlustrare tutto lo stagno…” disse.<br>
“Andiamo, Holmes! Quanto sarà profondo questo stagno? Forse poco più di un metro… E se davvero era così convinto della sua teoria non avrebbe dovuto far altro che calarsi in quel punto in corrispondenza della prima scheggiatura, perché solo lì può essere andata a fondo la pietra con la pistola della signora Gibson! Non sarebbe stato affatto necessario perlustrare tutto il fondo dello stagno!”<br>
Holmes osservò la scheggiatura e si sporse dal parapetto per guardare di sotto.<br>
“Vuole che glielo dimostri?” dissi infine. Non gli diedi nemmeno il tempo di rispondere. Scesi dal ponte e aggirai quel paio di massi che separavano il canneto dalla sponda. Arrivai nel punto esatto in cui era caduta la pietra con il mio revolver. L’acqua mi arrivava poco sopra le ginocchia. Senza alcuna esitazione mi rimboccai le maniche e dopo un paio di minuti tirai fuori dall’acqua le due pietre con le pistole. Da una mano pendeva il mio revolver, mentre dall’altra la pistola della signora Gibson.<br>
“Allora, Holmes, che gliene pare? Quanto tempo ho impiegato a verificare la sua teoria?”<br>
“Eccellente, Watson!”<br>
“La verità, Holmes, è che lei a volte non sa proprio rinunciare a quella sua teatralità nel dimostrare le sue idee. Ma, mi dica, cosa avrebbe fatto se il mio revolver non avesse provocato la seconda scheggiatura?”</p>
<h5 style="text-align: right;">(C) 2019 – Darius Tred</h5>
</blockquote>
<h2>Il vero ribelle</h2>
<p>Agli amanti di Sherlock Holmes non sarà sfuggita la prima parte di questo pseudo-racconto: si tratta infatti di un’estrazione di “Il problema di Thor Bridge”, contenuto ne “Il taccuino di Sherlock Holmes”.<br>
La seconda parte, be’, l’ho inventata io di sana pianta <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f609.png" alt="😉" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> e l’ho inventata perché il vero ribelle in realtà sono io.<br>
Io lettore.</p>
<p>Dopo aver letto il racconto (che qui non riassumo per lasciare la sorpresa a chiunque volesse andare a rileggerselo e, chissà, magari farsi una propria idea) ho trovato che l’autore, sir Arthur Conan Doyle, abbia decisamente forzato la mano ai suoi personaggi optando per una scena troppo tirata per i capelli. Esattamente quella descritta nella prima parte, quella in cui Holmes fa la sua scenetta al termine della quale, come se non bastasse, chiede pure se “poteva esserci una dimostrazione più lampante”.<br>
Ecco: quando ho letto quella domanda pronunciata da Holmes, come lettore mi sono sentito chiamato in causa da sir Arthur in persona. “Certo che c’è un modo più lampante e ovvio!”, mi son detto.</p>
<p>Solo ho trovato un modo pittoresco per dire la mia, inventandomi la ribellione di Watson e facendo fare a quest’ultimo, per una volta, la figura di colui che ha avuto l’idea più naturale, ovvia, lineare, brillante.</p>
<p>E, soprattutto, spontanea.</p>
<h2>La spontaneità</h2>
<p>Come lettore ho già avuto modo di <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/jack-john-e-jack/">bacchettare sir Arthur in passato</a></strong> e può darsi che anche questa volta la mia sia pura e semplice pignoleria, ma quando leggo faccio molta attenzione alla spontaneità con cui un autore muove i propri personaggi. Da essa deriva la credibilità della storia. E dalla credibilità dipende una parte consistente della buona riuscita di tutto l’impianto narrativo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/la-ribellione-di-watson/">La ribellione di Watson</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
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		<title>La vera storia</title>
		<link>https://retroblog.dariustred.it/la-vera-storia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Mar 2018 13:34:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Emme.Di.Ti.]]></category>
		<category><![CDATA[sherlock holmes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Passare del tempo con Emme, in un modo o nell’altro, è sempre divertente. Non sempre ha delle storie da raccontarmi, sia perché realmente non ne ha, sia perché alcune non si prestano affatto per la nostra strampalata non-rubrica. Dopo aver letto il mio ultimo post, si è fatto una grassa risata quando è arrivato alla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/la-vera-storia/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2018/03/blog-darius-tred-post-la-vera-storia-150x150.jpg" alt="La vera storia" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Passare del tempo con Emme, in un modo o nell’altro, è sempre divertente. Non sempre ha delle storie da raccontarmi, sia perché realmente non ne ha, sia perché alcune non si prestano affatto per la nostra strampalata non-rubrica. Dopo aver letto <strong><a href="http://retroblog.dariustred.it/i-fantasmi-di-don-abbondio/">il mio ultimo post</a></strong>, si è fatto una grassa risata quando è arrivato alla foto che ho messo di Watson, chiaramente tratta dalla più recente trasposizione cinematografica.<br>
“Hai mai letto Conan Doyle?” chiedo.<br>
“No” mi risponde. Ma si contraddice subito con un ghigno neanche troppo celato dicendo che non è un cocainomane. Me lo dice senza guardarmi in faccia perché sta spulciando la corrispondenza che gli si è accumulata nell’ultima settimana. Siamo infatti a casa sua, nel suo studiolo, mentre aspettiamo la solita ora tarda per uscire con gli altri. Avendo l’auto in panne, mi ha chiesto di passare a prenderlo.<br>
“Bravo. Se sai che Sherlock Holmes ogni tanto si faceva una dose vuol dire che hai letto qualcosa…” dico.<br>
“…oppure che l’ho visto al cinema” mi risponde di rimando, scartabellando.<br>
Neanche il tempo di ribattere e mi lancia una busta che io prendo al volo.<br>
“Aprila” mi dice “È roba per te.”<br>
Lo guardo ma lui mi strizza solo l’occhio e si concentra su una rivista dal titolo improbabile che solo gli strizzacervelli possono apprezzare.<br>
Guardo la busta, che appare corposa. E la guardo avanti e dietro per capire di cosa si tratta. Ma vedo solo la provenienza. Isole Vergini Britanniche.<br>
Chiaramente non era indirizzata a me ma a Emme. Tuttavia la osservo senza fare domande. Dal modo in cui la tratta si direbbe che non sia interessato e che, dunque, ne conosca già il contenuto. Senza farmelo dire due volte, la apro aspettandomi un qualcosa di vagamente turistico, pubblicità o cose così. Ne esce un malloppino di fogli piegati con cura, redatti su carta intestata e scritti in inglese. Da una prima occhiata, vedo una specie di invito, seguito da vari depliant e da quello che sembra essere un modulo di adesione corredato da un programma di incontri. Tutto quanto riferito a una società dal nome piuttosto ampolloso e quantomeno sibillino.<br>
“Real History Foundation?”</p>
<p>Emme annuisce con una lieve alzata di sopracciglio. Sottolinea tutto il suo disinteresse rimanendo concentrato sulla sua rivista.<br>
Torno ai miei fogli e riprendo a leggere con attenzione, se non altro per capire il motivo per cui me l’ha fatta aprire dicendo che è roba per me. Suonava un po’ come una presa per il c*lo, a dire il vero. Non avendo nulla di meglio da fare per ingannare l’attesa, decido però di stare al gioco. Mi bastano due fogli per capire che quella società – o meglio: quella fondazione – svolge una serie di attività legate apertamente all’ipnosi regressiva. Ma quando comincio a credere di averci capito qualcosa, mi stupisco nel vedere una proposta di viaggio all’isola di Sant’Elena organizzato in seguito al re-incontro – non saprei come tradurre meglio il virgolettato “<em>re-meeting</em>” – con, udite, udite, Napoleone Bonaparte.<br>
A quel punto guardo Emme con un misto di disappunto e divertimento.</p>
<p>Notando il mio sguardo fisso su di sé, distoglie l’attenzione dalla sua lettura e mi guarda con fare interrogativo.<br>
“Ti sembra troppo?” mi chiede.<br>
“Decisamente, direi.”<br>
“È quello che penso anch’io” aggiunge. “Diciamo che se avessi un milione e mezzo di euro, ho giusto una dozzina di idee su come impiegarli meglio.”<br>
“Un milione e mezzo?”<br>
“Non hai visto il modulo di adesione?”<br>
Rileggo con attenzione l’ultimo foglio e mi accorgo che il modulo è concluso da un fitto riquadro di indicazioni e numeri che, solo in quel momento, interpreto come probabili coordinate bancarie. Nel mezzo, una riga con la somma indicata: 1.520.000, seguito da qualche spicciolo dettagliato in voci secondarie.<br>
Ricompatto i fogli pieno di dubbi e li ripongo sulla scrivania di Emme.<br>
“In realtà mi riferivo a Napoleone” riprendo. “Ho capito bene? Questi fanno ipnosi regressive per… No. Credo di non aver capito bene. L’unica cosa che ho capito è che questi tizi si occupano di ipnosi regressiva, che ti invitano a sottoscrivere la loro fondazione chiedendoti, vedo, la modesta quota di un milione e mezzo di dollari. Tutto il resto non l’ho capito…”<br>
Emme chiude la sua rivista guardando l’orologio.<br>
“…e ho capito anche che tutto ciò, probabilmente, non ti interessa” aggiungo.</p>
<p>“Esatto, sull’ultimo punto hai ragione: non sono interessato. Questi tizi raccattano indirizzi dai convegni in giro per il mondo e mandano saltuariamente la loro corrispondenza.”<br>
“Ma di cosa si occupano, esattamente?” chiedo.<br>
“Per dirla brutalmente, sintetizzando uno dei loro slogan, si propongono di indagare la storia in maniera… alternativa” risponde sottolineando quell’ultima parola con enfasi.<br>
“Real History Foundation” rammento. “E in che modo? Con l’ipnosi regressiva? E come?”<br>
“Diciamo che nel loro immaginario credono fortemente nella reincarnazione. Di chi parlano stavolta?” mi chiede accennando alla busta. Allunga la mano e sfoglia il depliant. “Napoleone! Addirittura!”<br>
Comincio a mettere insieme i pezzi. Napoleone, isola di Sant’Elena, ipnosi regressiva, reincarnazione. E poi quella parola: <em>re-meeting</em>.<br>
“Mi stai dicendo che…?” cambio posizione sulla sedia in attesa che sia Emme a concludere la frase per assicurarmi di aver capito bene.<br>
“Il teorema di questi tizi è semplice, quasi elementare: loro partono dal fatto che la reincarnazione sia un dato di fatto. Esempio: Napoleone. Sì, è morto sull’isola di Sant’Elena. Ma si è reincarnato. Una, due, tre, enne volte. Quindi è ancora tra noi. Bisogna solo trovarlo. E loro puntano a farlo con l’ipnosi regressiva. Una volta trovata la persona, sempre attraverso l’ipnosi regressiva, si fanno raccontare come sono andate realmente certe vicende. Non so, come posso dire? La storia ci ha lasciato qualche interrogativo sulla battaglia di Waterloo? Su come si siano realmente svolti certi fatti che ne hanno determinato le sorti? Sul perché Napoleone l’ha persa e come? Se lo fanno raccontare direttamente da lui, rintracciando il tizio in cui si è reincarnato. E raccolgono tutti i dettagli che ci mancano. Da qui il nome di Real History.”<br>
Non posso negare di essere molto affascinato da questa prospettiva.<br>
Elementare, forse pure geniale. O folle.</p>
<p>“Ma è ridicolo!” sbotto.<br>
Emme fa spallucce. Non so se per il fatto che si sia abituato ai vaneggiamenti di quei mitomani oppure…<br>
“Oppure mi stai dicendo che ci credi?” chiedo incredulo.<br>
Emme inarca le labbra in un’espressione quasi possibilista.<br>
“Dai, non ci posso credere! Credi che sia possibile una cosa del genere?” dico divertito.<br>
“Diciamo che il modo in cui applicano loro l’ipnosi regressiva è decisamente lontana dai canoni. Già l’ipnosi regressiva, in sé, non è riconosciuta dal mondo accademico. Ma questo lo sai, ne abbiamo già parlato tante volte.”<br>
“Certo. La scienza, appunto. La scienza cosa dice? O meglio: facciamo finta per un attimo che tutto ciò sia vero, intendo dire le teorie di quella fondazione. Come fanno a stabilirlo scientificamente? Voglio dire: ci vogliono delle prove, delle prove inconfutabili, misurabili, replicabili. Il metodo scientifico, che facciamo? Lo buttiamo nel cesso?”<br>
Emme si appoggia allo schienale della poltrona e, imperturbabile, unisce la punta delle dita appoggiando i gomiti sui braccioli.<br>
“No, un vero uomo di scienza, quale sono io” riprende divertito “deve sapere quando è possibile applicare il metodo scientifico. E deve avere l’apertura mentale necessaria per capire che la scienza non può esplorare tutto ciò che esiste. Tu pensi che sia legittimato tutto ciò che è possibile provare scientificamente. Tutto il resto, ovvero tutto ciò che non è osservabile, replicabile, meglio ancora: misurabile! Tutto ciò è fuffa, aria fritta… Dico bene?”<br>
Lo guardo stupito. Ha voglia di scherzare. Passano così una manciata di secondi in cui quelle ultime frasi rimangono come sospese in aria. Ma conosco Emme. E mi aspetto una stilettata delle sue, una di quelle affermazioni tipiche del suo campo a cui io non ho modo di replicare.<br>
“Tu ami tua moglie?”<br>
Lo guardo stranito. Non è esattamente la domanda che mi aspetto.<br>
“Quanto la ami?” mi chiede. “Tanto o poco? Tanto, da quel che so. Ma tanto quanto? E cos’è, esattamente, l’amore? Un sentimento, mi dirai. Certo. Ma fisicamente cos’è? Lo possiamo osservare? Lo possiamo misurare?”<br>
Alzo le mani in segno di resa.<br>
“No, non possiamo osservarlo. Con ogni probabilità fisicamente è un insieme di molecole, di reazioni chimiche che accadono nel nostro cervello. Ma non è possibile individuare con precisione quali molecole entrano in gioco, non è possibile misurarne gli effetti della reazione.”<br>
“Ok, hai vinto.”<br>
“Però” prosegue imperterrito “Secondo la scienza, o meglio, secondo coloro che la pensano come te, l’amore non dovrebbe esistere perché non lo possiamo misurare, replicare, osservare. Però c’è, esiste, lo sentiamo, lo proviamo.”<br>
“Va bene, mi arrendo!”<br>
“Ed è la forza che muove il mondo” continua divertito. “Tutto ciò che facciamo, lo facciamo per amore.”<br>
“Basta! Non è ora di andare?”</p>
<p>Ci alziamo, pronti per uscire.<br>
“Dunque che fai?” mi chiede Emme raccogliendo la busta della Real History “Ti interessa o la butto?”<br>
La riguardo, ricordando che tutta quella discussione è nata come se fosse roba per me. La prendo con poca convinzione.<br>
“Pensavo ci potessi trarre qualche trama interessante…” aggiunge.<br>
“Difficile. Vedi anche tu come la realtà superi la fantasia… Solo una cosa non capisco. Perché un milione e mezzo per aderire alla fondazione?”<br>
“Non lo so, non mi sono mai preso la briga di approfondire la cosa. Io mi fermo al fatto che applicano l’ipnosi in modo poco scientifico…”<br>
Mi fermo sul pianerottolo e lo guardo di traverso.<br>
“Fammi capire. Hai appena finito di rompermi i maroni con il metodo scientifico, con il fatto che non sempre si può usare, che un sacco di cose esistono anche se non si possono indagare scientificamente, e tutto quel discorso sull’amore… E poi? Mi esci così, con questa battuta??”<br>
Emme ride divertito. “Cinquanta sfumature” mi dice.<br>
“Cinquanta sfumature di caxxate!”<br>
“A parte gli scherzi. Credo che tengano una cifra di adesione così folle proprio per evitare che qualunque psicoterapeuta possa decidere di aderire con troppa facilità. Fanno i preziosi, diciamo. Vogliono far passare il messaggio del tipo ‘Pochi ma convinti’. E poi il messaggio del tipo ‘Scopriamo un sacco di cose così interessanti che, se vuoi conoscerle, devi pagare, e pagare caro’. Non so, però, sono mie impressioni…”<br>
“Ma quanto guadagnate voi strizzacervelli?”<br>
“Poco, sempre poco.”<br>
“E quanti pensi che siano nel mondo?” chiedo. “Intendo dire gli strizzacervelli che si possono permettere una somma del genere.”<br>
“Pochi. Ma credo che faccia parte di una sorta di meccanismo di marketing. Se uno strizzacervelli vuole entrare nella fondazione a tutti i costi ma non ha il grano, che fa? Cerca sponsor. Vale a dire persone facoltose, che a loro volta vengono a conoscenza della fondazione, e che, indirettamente, pagano per conoscere i segreti della storia. Ma le mie sono solo illazioni. In realtà mi sembra tutto molto losco.”<br>
“Losco?”<br>
“Certo. Ti sembra un caso che abbiano la sede nelle Isole Vergini Britanniche? Mi pare sia un paradiso fiscale, non ricordo ora. O comunque sono circondati dai paradisi fiscali dei Caraibi. E poi non hai notato che non hanno un sito internet?”<br>
No, non l’avevo notato.<br>
“Non solo non hanno un sito internet. Ma non compaiono in nessuno modo sul web. Quando hai un attimo, provaci. Facendo qualsiasi ricerca sulla fondazione, usando parole chiave molto puntuali, non troverai nulla. Ti sembra possibile? Tutto il mondo paga fior di quattrini per essere nei primi posti sui motori di ricerca. Loro, invece? No. Pagano fior di quattrini per <em>non</em> comparire. Tu che sei del mestiere sai benissimo cosa vuol dire non comparire sul web. Non farsi trovare su internet è forse più difficile che comparire nella prima pagina dei risultati. E in quest’era digitale, se non si trova qualcosa su Google, si tende a pensare che questo qualcosa non esista.”</p>
<p>Usciamo e l’aria gelida della sera investe i miei ultimi pensieri. Una fondazione che si propone di indagare la storia, di cercare la verità. Una fondazione che però, in un certo senso, non vuole esistere.<br>
Si può costruire una qualche trama di fantasia, o di pura cronaca, su un simile – casuale? – controsenso?<br>
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		<title>Jack, John e Jack</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Darius Tred]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Sep 2016 21:24:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[In libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[sherlock holmes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi è John? Chi è Jack? Per chi si fosse persa la puntata precedente, riassumo in pochissime parole: in una delle mie recenti letture mi sono imbattuto in un racconto in cui uno dei personaggi principali viene indicato più volte con nomi sbagliati. Mi spiego: lo stesso personaggio a volte viene chiamato Jack, altre volte [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<a href="https://retroblog.dariustred.it/jack-john-e-jack/"><img width="150" height="150" src="https://retroblog.dariustred.it/wp-content/uploads/2016/09/darius-tred-retroblog-post-jack-o-john-1-150x150.jpg" alt="Jack, John e Jack" align="left" style="margin: 0 20px 20px 0;max-width:100%;" /></a><p>Chi è John? Chi è Jack? Per chi si fosse persa <strong><a href="http://retroblog-old.tredplanet.net/home/jack-o-john" target="_blank" rel="noopener">la puntata precedente</a></strong>, riassumo in pochissime parole: in una delle mie recenti letture mi sono imbattuto in un racconto in cui uno dei personaggi principali viene indicato più volte con nomi sbagliati. Mi spiego: lo stesso personaggio a volte viene chiamato Jack, altre volte John. Sia nel testo narrato, sia nei dialoghi. Me ne è venuto fuori un curioso caso che ho approfondito andandomi a leggere la versione originale in inglese, su gentile suggerimento di Helgaldo che, girandomi il link, mi ha risparmiato di andare a cercarmi la versione digitale.</p>
<p>Ops, scusate: non ho ancora detto di quale racconto si tratta. Sto parlando de <em><strong>La valle della paura</strong></em>, di Arthur Conan Doyle.<br>
Io personalmente, dal basso della mia esperienza editoriale e dall’alto della mia fresca indagine di lettura, mi sono fatto l’idea di essermi imbattuto in un refuso.<br>
Purtroppo è difficile (anzi: credo impossibile) sapere se si tratti di un refuso originale di sir Arthur o di un errore introdotto nella notte dei tempi da qualche anonimo editor che ha fatto le ore piccole in una delle decine e decine di trascrizioni e traduzioni che, presumo, si sono susseguite nel corso degli anni. Il racconto in oggetto, infatti, è uscito nel 1915, quindi un po’ più di qualche annetto fa.</p>
<p>La versione che ho acquistato io è una versione Newton Compton Editori, traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto, edizione integrale 2015.<br>
Sempre il buon Helgaldo mi ha informato che un’altra versione Einaudi reca con sé i medesimi errori, mentre una versione Mondadori ha uniformato i nomi. Come dire: qualche traduttore ha tradotto “paro-paro” senza porsi nessun problema di logica, mentre qualche altro traduttore ha notato l’incongruenza e ha corretto ove necessario. Oppure, senza lasciarsi prendere da cattivi pensieri in merito alla scarsa professionalità altrui, alcune case editrici hanno fatto la scelta di mantenere inalterato il testo originale, mentre altre hanno corretto.</p>
<p>Ma non vogliamo fare le pulci a questo scrittore un po’ superficiale che si chiama, come ho detto che si chiama? Ah, sì, questo Arthur Conan Doyle. <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f642.png" alt="🙂" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p><strong>I nomi sono importanti</strong>: servono al lettore per seguire bene il susseguirsi delle vicende narrate. E’ fondamentale scegliere dei nomi che, anche “graficamente” (quindi per lunghezza, numero di lettere, lettera iniziale) siano ben distinti. Jack e John non vanno bene: stessa lunghezza, stesso numero di lettere, stessa iniziale. Infatti pare che tale assonanza abbia tratto in inganno, non dico il buon Arthur mentre scriveva, ma sicuramente qualche editore e traduttore.<br>
Questo Jack McMurdo (che ogni tanto “diventa” John McMurdo e il lettore si chiede “Chi è? Il fratello? Il cugino?”) nel corso dell’intreccio deve assumere una nuova identità perché è in fuga. E quale nome mi sceglie l’autore?<br>
Ancora Jack. Jack Douglas (che ogni tanto “diventa” John Douglas e il lettore si chiede “Chi è? … ….” ).</p>
<p>Per carità, le scelte dell’autore non si discutono. Ma un po’ di realtà nella finzione non guasta, anzi: dovrebbe contribuire a rendere più avvincente la lettura. Più credibile, più godibile.</p>
<p>E’ come se io mi chiamassi Marco Rossi e, avendo la necessità di assumere un’identità fittizia, decido di chiamarmi Marco Verdi. Sono credibile? Riuscirei veramente a far perdere le mie tracce? Difficile. A meno che non ci sia un preciso motivo che mi induca (o mi obblighi) a continuare a chiamarmi Marco di nome. Questo preciso motivo, nel corso della finzione narrativa costruita da Arthur Conan Doyle, a me è sfuggito. Non dico che è assente (anche se sono fortemente convinto), ma a me è sfuggito. Forse non sono stato attento, ma certamente i nomi (così simili, assonanti e a volte pure scambiati) non mi hanno aiutato.</p>
<p>Tornando ai nomi scelti dall’autore, come si chiama il suo principale antagonista? Jack! Jack McGinty. Avete capito bene: Jack (o John?) contro Jack.<br>
Perdinci! Un po’ di fantasia nei nomi davvero non avrebbe guastato.</p>
<p>Mi chiedo se nel 1915 sia mai stato fatto un buon lavoro di editing.<br>
Oppure a quei tempi non esisteva? Forse il mondo era diverso, completamente diverso.<br>
Forse sir Arthur ha pubblicato in self, magari aveva qualche parente tipografo… <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p>Ok, stavo scherzando ed è ora di smetterla. Dopotutto stiamo parlando solo di due nomi: Jack e John.<br>
Ma avrebbero potuto essere Morgan e Ethan. Oppure Jasmine e Colette ( <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f642.png" alt="🙂" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> ).</p>
<p>In fondo in fondo (ma proprio in fondo) non hanno danneggiato la bontà del racconto, che in ogni caso suggerisco come ottima lettura per chi ama il giallo.</p>
<p>Il buon Helgaldo si è posto però questa domanda: l’editoria inglese è davvero peggio dell’editoria italiana?<br>
Non lo so, è una domanda troppo sottile per il mio cervello grezzo.<br>
Per chi volesse approfondire in autonomia questo curioso caso senza farsi traviare dalle mie congetture, di seguito trova il link alla versione digitale in inglese:<br>
<strong><a href="https://sherlock-holm.es/stories/pdf/a4/1-sided/vall.pdf">https://sherlock-holm.es/stories/pdf/a4/1-sided/vall.pdf</a></strong></p>
<p>Nella suddetta versione, l’errore è evidente leggendo solo le pagine 42 e 43 dove si trovano due dialoghi in cui il personaggio in questione si presenta a due diversi interlocutori.</p>
<p>A pagina 42 dice <em>“I’m brother John McMurdo”</em>.</p>
<p>A pagina 43 (quindi subito dopo) invece dice <em>“My name’s Jack McMurdo”</em>.</p>
<h2>Post Scriptum</h2>
<p>Solo un’ultima cosa per Helgaldo, se mai dovesse passare di qua.<br>
Darius o Dariush ? <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f600.png" alt="😀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p>L'articolo <a href="https://retroblog.dariustred.it/jack-john-e-jack/">Jack, John e Jack</a> sembra essere il primo su <a href="https://retroblog.dariustred.it">Darius Tred Retro Blog</a>.</p>
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